Tommaso Campanella - Metaphysica, 1638

Tommaso Campanella, la forza delle idee

Tommaso Campanella, the power of ideas (Read English version)

Nonostante cinque processi, dai quali ne uscì quasi sempre a testa alta, Campanella non rinunciò mai alle sue idee rivoluzionarie. Scrisse la “Città del Sole”, l’utopia della città ideale. Congiurò per la creazione di una repubblica in Calabria. Fu comunque circondato da rispetto e apprezzamento.

Era un figlio della Calabria, era nato a Stilo, in quella che allora era chiamata Calabria Ulteriore e che oggi è parte della provincia di Reggio Calabria. Era figlio di un umile ciabattino. I libri parrocchiali lo registrarono con il nome di Giovan Domenico Campanella e riportarono il giorno 5 di settembre del 1568 come suo giorno di nascita. Bambino poverissimo ma assetato di sapere, seguiva le lezioni del maestro del paese nascosto, non potendo pagare la retta, dietro l’anta della finestra dell’aula. Si racconta che spesso interveniva nella lezione quando qualche scolaro, interrogato, non era in grado di rispondere. Era il giovane Campanella, dalla finestra, a rispondere all’interrogazione.

A 14 anni il padre aveva intenzione di farlo studiare a Napoli, ospite di un suo fratello. Ma il giovanetto, desideroso di continuare gli studi senza preoccupazioni materiali, entrò nel convento domenicano di Placanica come novizio. Prese i voti l’anno seguente, assumendo il nome di Tommaso, in onore di San Tommaso d’Aquino, filosofo e Dottore della chiesa. Dopo aver studiato in vari conventi completò la sua preparazione teologica nel convento di Cosenza. Frate Tommaso, non soddisfatto degli insegnamenti ricevuti, che riteneva parziali e oscurantisti, volle ampliare la sua cultura leggendo i classici dei filosofi dell’antichità. Nella stessa città di Cosenza trascorreva i suoi ultimi anni il filosofo Bernardino Telesio. Incuriosito dalla personalità del Telesio lesse il suo volume “De rerum natura iuxta propria principia”, convincendosi che, come affermava Telesio, non poteva essere accettata la concezione classica della natura, creata a servizio degli uomini, ma che bisognasse indagare la natura con l’osservazione e la ragione.

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Queste sue idee gli costarono la prima reprimenda dei suoi superiori che lo trasferirono in un piccolo monastero ad Altomonte. Nonostante questo Tommaso Campanella, avendo letto un libretto di Jacopo Antonio Marta che intendeva dimostrare l’infondatezza delle teorie telesiane, nel 1589 scrisse la sua prima opera “Philosophia sensibus demonstrata” dove nel sostenere la filosofia del suo maestro Telesio, abbracciava le teorie del neoplatonismo, subordinandole alla convinzione dell’azione divina nella creazione della natura. Dopo la scrittura dell’opera Campanella stufo di stare nel piccolo paese di Altomonte dove non aveva accesso ai testi filosofici che lui amava studiare, si trasferì di sua iniziativa a Napoli, dove venne ospitato nel convento di San Domenico Maggiore. Il convento ospitava centinaia di frati e pertanto non vi era alcun controllo sulle attività degli stessi, che godevano di grande libertà. Più tardi, stanco della vita conventuale, entrò come ospite, forse come istitutore, nella casa dei marchesi del Tufo, dai quali aveva avuto modo di farsi apprezzare in Calabria dove i marchesi avevano dei vasti feudi.

Piazza S. Domenoco Maggiore - by Wikipedia: Lalupa
Piazza S. Domenico Maggiore – by Wikipedia: Lalupa

Fuori da strutture religiose, ebbe la libertà di poter approfondire le sue teorie filosofiche, non disdegnando di leggere testi relativi all’alchimia e alla magia. Conobbe Giovanni Battista della Porta con il quale ebbe una disputa letteraria sull’antipatia e simpatia. Poi scrisse “De investigationen rerum”, con il quale confutava parzialmente le tesi neoplatoniche, volendo essere una guida per i giovani che affrontavano le tesi del filosofo greco.

Nel 1592 conobbe Torquato Tasso, da poco trasferito in città dalla natia Sorrento. Rimproverò al Tasso la sua attenzione a temi profani, invitandolo a indirizzare la sua letteratura nella ricerca filosofica. Scrisse in quegli anni anche il primo dei venti volumi di cui era composta la sua opera “ De rerum universitate”.

Nei conventi domenicani di Calabria, tra i suoi confratelli, in base a notizie frammentarie sul Campanella, girava la notizia che lo stesso avesse abbandonato la vita conventuale e che si accompagnasse con un rabbino, un certo Abraham, praticante di magia e astrologia. Nel 1592 fu denunciato da un frate che dichiarò che il filosofo aveva un demone nascosto sotto l’unghia del mignolo. Tommaso Campanella subì il suo primo processo nel tribunale istituito dai domenicani presso il convento di San Domenico Maggiore. Naturalmente durante il processo non si parlò affatto del presunto demone nascosto sotto l’unghia, bensì delle filosofie di Telesio che Campanella aveva abbracciato. All’accusa di essere troppo erudito per gli studi fatti, il filosofo, riferendosi alle lunghe veglie di studi, rispose citando San Girolamo: «Io ho consumato più olio che voi vino». Il 28 agosto del 1592 si concluse il primo processo con una sostanziale assoluzione. In effetti venne condannato a delle penitenze e al ritorno in Calabria.

Tommaso Campanella, che non aveva alcuna intenzione di tornare nella sua terra d’origine, prese a scusa di voler adeguatamente punire il suo accusatore per le falsità testimoniate nel processo dalle quali era stato assolto e, invece di recarsi in Calabria, si recò a Roma. Nella città eterna soggiornò alcune settimane prima di ripartire per la Toscana dove sperava in un incarico universitario. A Roma ebbe contatti con Alessandro de Franciscis, Fabio Albergati e il cardinale Francesco Maria del Monte, il quale però, saputo delle sue intenzioni di recarsi in Toscana, lo precedette con una lettera ai domenicani di Firenze, nella quale informò i confratelli sulle intenzioni del Campanella, fornendo delle cattive referenze sul filosofo.

A Firenze Campanella prese contatti con il granduca Ferdinando I de’ Medici, dal quale, nonostante il personale apprezzamento, non riuscì ad ottenere l’agognata cattedra universitaria. Dopo pochi giorni si trasferì a Bologna, ospite del convento domenicano della città. Durante questo soggiorno gli vennero sottratti furtivamente tutti i suoi scritti, che poi rivedrà tra le carte dell’accusa nei processi che poi subirà dal Sant’Uffizio, e di cui non riuscirà a rientrarne in possesso. All’inizio del 1593 si portò a Padova. Durante la sua permanenza in città il padre superiore del convento domenicano venne sodomizzato da alcuni frati rimasti sconosciuti. Nella successiva indagine Campanella fu accusato di aver partecipato alla violenza nei confronti del generale dell’ordine. Venne comunque prosciolto in questo secondo processo dalle accuse infamanti che gli erano state mosse.

A Padova Campanella seguiva le lezioni impartite nella locale università sotto mentite spoglie di studente spagnolo. Conobbe Paolo Sarpi, Galileo Galilei, professore dell’università, e rivide Giambattista Della Porta che era fuggito da Roma nel timore che il Sant’Uffizio lo mettesse sotto inchiesta. In questo periodo riscrisse il suo “De rerum universitate” la cui prima stesura era andata perduta, inoltre scrisse un volumetto che difendeva le tesi di Telesio “Apologia pro Telesio”. Nella “Della monarchia de’ Cristiani” Campanella sostenne la necessità dell’unificazione ecumenica sotto un’unica legge sia civile che religiosa. Questa abbondante produzione filosofica non poteva che insospettire il Sant’Uffizio che aveva posto Tommaso Campanella sotto la propria sorveglianza dopo il primo processo subito nell’ambito dell’ordine dei domenicani.

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Nel 1594 l’inquisizione ordinò l’arresto del Campanella con l’accusa di complicità con un giudeo. Insieme a lui furono arrestati il suo amico Clario e un tal Ottavio Longo originario di Barletta, tutti rinchiusi nelle carceri di Padova. Iniziarono i primi interrogatori e le prime torture. L’arciduchessa Maria d’Asburgo, sollecitata dai potenti familiari di Clario, scrisse una lettera di raccomandazione al papa in favore dei tre accusati. Sfortunatamente i familiari dell’amico di Campanella organizzarono anche una fuga dal carcere di Padova per i tre reclusi. Il tentativo andò a vuoto poiché fu scoperto in anticipo delle guardie carcerarie. In seguito al tentativo di fuga l’inquisizione romana dispose il trasferimento dei tre a Roma, trasferimento che fu effettuato in modo illegale senza una richiesta di estradizione alle autorità veneziane sempre restie a concederla. Le tesi sostenute nel suo libro “Della Monarchia de’ Cristiani”, e la mancata confessione, nonostante dure torture, delle presunte eresie di cui veniva accusato, volsero il terzo processo in suo favore. L’abiura a cui il filosofo si sottopose nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva gli valse un semplice confino nel convento domenicano Santa Sabina a Roma, mentre il suo amico Clario ne uscì completamente prosciolto.

Nel convento di Santa Sabina il Campanella scrisse alcune sue opere che avevano lo scopo di essere liberato dalla reclusione forzata. “Dialogo politico contro Luterani, calvinisti e altri eretici” aveva lo scopo di dimostrare la sua lealtà nei confronti della chiesa. Seguirono un “Trattato dell’arte cavaglieresca” dedicato al marchese del Tufo e “Poetica” dedicata al cardinale Cinzio Aldobrandini. Nel 1596 fece richiesta al tribunale dell’inquisizione di essere liberato dal confino nel convento di Santa Sabina. La sua richiesta fu accolta con il trasferimento nel convento della Minerva, il più importante convento domenicano, completamente prosciolto dalle accuse.

Pochi mesi dopo gli fu mossa un’altra accusa. Un delinquente del suo paese, condannato all’impiccagione per reati comuni, per ritardare la sua esecuzione, accusò Tommaso Campanella di essere un eretico. Il Campanella venne di nuovo arrestato e rinchiuso nella prigione dell’inquisizione per il suo quarto processo. Nell’attesa che gli inquisitori svolgessero le opportune indagini, il filosofo strinse amicizia con il suo compagno di cella, Francesco Pucci, un filosofo fiorentino di formazione escatologica e irenica. Il Pucci poco dopo fu condannato a morte e giustiziato. In suo onore il Campanella scrisse il “Sonetto fatto sopra uno che morse nel Santo Offizio in Roma”. Il 17 dicembre del 1597 il filosofo fu finalmente liberato, prosciolto dalle false accuse del suo compaesano. Fu comunque consegnato ai suoi superiori con la raccomandazione di relegarlo in un convento. Con sua profonda delusione, i suoi superiori decisero di rimandarlo in Calabria.

Ad inizio del 1598 Campanella partì per la Calabria, ma si fermò a Napoli per alcuni mesi, non avendo alcuna fretta di raggiungere il convento deve era stato destinato. A Napoli ritrovò i suoi vecchi amici e sostenitori. Cercò, con l’aiuto di questi, di ritardare quanto più possibile la sua partenza per la Calabria. Il 15 agosto fu costretto a raggiungere il suo paese natale dove fu aggregato al convento domenicano di S. Maria di Gesù. Qui scrisse la sua opera sul libero arbitrio “De predestinatione et reprobatione et auxiliis divinae gratiae”.

In Calabria Campanella ebbe modo di osservare la degradazione morale e civile della regione. Briganti, soprusi, frati che, raccolti in bande, taglieggiavano poveri e ricchi, povertà estrema, fazioni sempre in combattimento fra loro suggerirono al filosofo di ideare una società utopica, una repubblica fondata su valori comunistici e teocratici. La sue prediche prevedevano, con l’avvento del nuovo secolo, stravolgimenti che avrebbero cancellato le ingiustizie. In questa logica prevedeva o, forse, auspicava, la cacciata degli spagnoli: una vera e propria congiura, così almeno fu interpretata dalle autorità spagnole che, nel timore di una rivolta, rinforzarono i presidi militari nella regione. Tommaso Campanella era ricercato come l’ispiratore di questa presunta e prossima sollevazione popolare. Il 6 settembre, tradito da un amico, fu catturato dai gendarmi spagnoli. Fece i nomi dei congiurati negando di aver preso parte all’organizzazione della rivolta. Fu trasferito a Napoli dove fu rinchiuso in una cella di Castel Nuovo in attesa del suo quinto processo.

Facendo valere i privilegi del clero, il Sant’Uffizio rivendicò la titolarità del processo al domenicano Campanella. Papa Gregorio VIII era contro gli spagnoli e con questa mossa voleva evitare la condanna a morte del filosofo. Campanella confessò le sue colpe ma nello stesso tempo finse di essere pazzo, in modo da non poter essere condannato. Dopo reiterate torture tese a svelare la sua falsa pazzia, alle quali Campanella resistette stoicamente, il 5 giugno 1601 fu dichiarato dai giudici insano di mente. Nonostante che il Sant’Uffizio reclamasse la sua consegna, con relativo trasferimento a Roma, le autorità spagnole non diedero risposta, trattenendo il Campanella in prigione per 27 anni.

Durante la sua prigionia, trascorsa nelle segrete di Castel Nuovo, Castel Sant’Elmo e Castel dell’Ovo, Campanella riuscì a scrivere diverse opere. La più importante e forse la più rivoluzionaria fu “La Città del Sole”, nella quale il filosofo immaginava una città utopistica nella quale vigeva il culto del Dio-Sole, dove veniva esercitata la comunione dei beni e delle donne. Era la teoria della società “ipotizzata” sostenuta da Platone, e ripresa, nei suoi scritti, da Tommaso Moro. Questa teoria era l’esatto contrario della società “concreta” propugnata da Niccolò Machiavelli. Il filosofo, nonostante il suo stato di recluso, non ebbe timore di schierarsi a favore di Galileo Galilei con il suo scritto “Apologia di Galileo”.

Nel 1626 fu finalmente scarcerato e trasferito a Roma per l’intervento dell’arcivescovo Maffeo Barberini che poi divenne papa col nome di Urbano VIII. Dopo tre anni trascorsi nella disponibilità del Sant’Uffizio fu definitivamente liberato. Divenne l’astrologo del papa. Dopo 5 anni, poiché nuove accuse, provenienti dalla Calabria, venivano mosse nei suoi confronti, si trasferì a Parigi, alla corte di Luigi XIII, protetto dal cardinale Richelieu, sollecitato in ciò direttamente da papa Urbano VIII. Fu ospitato nel convento domenicano di Saint Honoré, dove scrisse il suo ultimo poema “Ecloga in portentosam Delphini nativitatem”, dove celebrava la nascita dell’erede del re. Morì nel convento di Saint Honoré a Parigi il 21 maggio 1939, all’età di 71 anni.

Bibliografia:
Vincenzo Rizzuto, L’avventura di Tommaso Campanella tra vecchio e nuovo mondo, Brenner, Cosenza 2004
Ylenia Fiorenza, Quel folle d’un saggio, Tommaso Campanella, l’impeto di un filosofo poeta, Napoli, Città del Sole, 2009
Sharo Gambino, Vita di Tommaso Campanella, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2008
it.wikipedia.org/wiki/Tommaso Campanella
treccani.it/enciclopedia/tommaso campanella (dizionario Biografico)