Garibaldi davanti Palazzo Doria d'Angri

Garibaldi dopo il 1860

Garibaldi after 1860 (Read English version)

Dopo la Spedizione dei Mille obiettivo primario di Garibaldi fu la liberazione di Roma. Il primo tentativo si risolse con il suo ferimento sull’Aspromonte. Dopo il secondo vano tentativo, nel 1863, fu arrestato, dopo pochi giorni rientrò a Caprera.

Il 18 aprile del 1861 Giuseppe Garibaldi lasciò Caprera e raggiunse Torino. Tenne un discorso alla camera dei deputati in cui perorò la causa del mezzogiorno, facendo presente ai deputati che il brigantaggio che interessava le regioni meridionali derivava dalle condizioni di estremo bisogno dei contadini meridionali, sfruttati senza ritegno dai proprietari terrieri che rappresentavano la borghesia meridionale. Il benessere di quel ceto conseguiva lo stato miserevole in cui erano tenuti i lavoratori della terra. Visto che questo suo appello di basare il contrasto al brigantaggio con riforme sociali profonde e non con la repressione militare non trovò una particolare accoglienza tra le forze politiche presenti nell’assemblea, tornò deluso alla sua isola.

In quegli anni gli Stati Uniti erano alle prese con la guerra civile tra Unionisti e Confederali. Le sorti dello scontro volgevano al peggio per le truppe unioniste che, nella primavera del 1861, avevano collezionato delle pesanti sconfitte nei confronti dell’esercito confederato. Garibaldi fu contattato dall’ambasciatore statunitense Henry Shelton Sanford per un suo eventuale intervento nelle fila dell’esercito unionista. Il generale informò di questo invito il re Vittorio Emanuele, facendo presente all’ambasciatore Sanford che un suo intervento sarebbe stato possibile solo con la nomina a comandante supremo delle forze unioniste. Di fronte a questa condizione le autorità statunitensi non ritennero di insistere nella loro richiesta.

Il chiodo fisso del generale era la liberazione di Roma. Nelle ore di riposo dalla vita agreste di Caprera, rimuginava sulle possibili strategie per fare dell’Urbe la capitale d’Italia. Durante un suo viaggio in Sicilia, dove partecipò a una cerimonia in ricordo del sacrificio di tante camicie rosse che avevano dato la vita durante la Spedizione dei Mille, ebbe l’occasione di veder radunati attorno a sé 3.000 garibaldini che si dissero pronti a marciare su Roma. Garibaldi, che non chiedeva altro, imbarcò a Catania questi uomini su due navi, dirigendosi verso la costa calabrese. Il 25 agosto del 1862 sbarcò a Melito Porto Salvo, proseguendo con i suoi volontari attraverso l’Aspromonte per evitare la costa dove temeva un intervento della marina italiana. Il 26 agosto 3.500 bersaglieri comandati da Emilio Pallavicini gli si pararono contro sulla strada dell’Aspromonte. Le camicie rosse si erano intanto ridotte, nel tragitto tra Palermo e l’Aspromonte, a circa 1500 unità.

I bersaglieri aprirono il tiro contro i volontari che, nonostante l’ordine contrario di Garibaldi, risposero al fuoco. Il generale, per evitare una strage tra volontari e soldati, si alzò in piedi sbracciandosi per far terminare lo scambio di colpi che già aveva procurato diverse vittime da ambo i lati. Garibaldi fu colpito da due fucilate alla gamba sinistra e al malleolo destro. Al ferimento di Garibaldi sia le Camicie Rosse che i bersaglieri si fermarono sgomenti. Dopo cure sommarie prestate a Garibaldi sul campo, il comandante dei bersaglieri Pallavicini procedette all’arresto del generale. In quella giornata si contarono 12 morti e 40 feriti tra volontari e regolari. Il ferito fu imbarcato sulla pirofregata Città di Genova e trasferito nel forte di Varignano, vicino La Spezia, dove fu ricoverato nell’ospedale militare. I medici dell’ospedale si prodigarono al suo capezzale. Accorsero, spontaneamente e gratuitamente, i migliori medici d’Europa per curare l’eroe dei due mondi: Richard Partridge da Londra, Nikolaj Ivanovic Pirogov da Mosca e Auguste Nelaton da Parigi. Vittorio Emanuele colse l’occasione del matrimonio di sua figlia Maria Pia con il re del Portogallo Luigi I per concedere un’amnistia e liberare Garibaldi, che venne trasferito in un albergo di La Spezia. Il chirurgo Ferdinando Zannetti, dopo un’ispezione alla ferita fatta dal dott. Nelaton, che riuscì a individuare il pezzo di piombo che era rimasto conficcato nella gamba, operò il generale rimuovendo il proiettile. La nave Sardegna lo trasportò a Caprera per la convalescenza.

Dopo la Spedizione dei Mille la figlia di Garibaldi, Teresita di 16 anni, aveva sposato l’ufficiale garibaldino Stefano Canzio, conosciuto mentre faceva da infermiera ai feriti della battaglia di Capua. Ebbe una numerosa prole e, essendo una donna poco casalinga, avendo un carattere simile a quello della madre Anita, volle assumere una balia che potesse badare ai suoi figli. La scelta cadde su una ragazza sedicenne, Francesca Armosino, appartenente a una famiglia armena che aveva dovuto rifugiarsi in Italia a seguito delle persecuzioni religiose di cui era oggetto il suo popolo.

Garibaldi e la sua famiglia 1878 - Tratto da Garibaldi e i suoi tempi di Jessie White Mario ed. Treves 1884
Garibaldi e la sua famiglia 1878 – Tratto da Garibaldi e i suoi tempi di Jessie White Mario ed. Treves 1884

Ben presto Francesca divenne l’amante di Giuseppe Garibaldi. In seguito a questa relazione, che trovava fermamente contrari i figli del generale, Teresita con la sua famiglia e il fratello Ricciotti si trasferirono a Genova, città natale del marito di Teresita. Garibaldi, a causa della gelosia della sua domestica Battistina Ravello, che era stata amante del generale e dal quale aveva avuta la figlia Anita, fu costretto a licenziarla e a rispedirla a Nizza, la città dove Battistina era cresciuta. Battistina portò con sé la figlioletta Anita e, dagli atti del censimento della città di Nizza, sembra che dal 1866 in poi Battistina, la sorella Teresa e la figlia abitassero in una casa al medesimo indirizzo della residenza dei Garibaldi. Molto probabilmente il generale ospitava Battistina e Anita nella casa che aveva ereditato dai genitori. Dalla relazione con Francesca Armosino nacquero tre figli: Clelia (nata nel 1867), Rosita (nata nel 1869 e deceduta a 18 mesi) e Manlio (nato nel 1873). Garibaldi a causa dello sfortunato matrimonio con Giuseppina Raimondi, di cui ottenne l’annullamento dopo diversi anni, sposò Francesca nel gennaio del 1880.

NOVECENTO
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Il 15 giugno del 1866 la Prussia dichiarò guerra all’Austria. Il Regno d’Italia, alleato dei prussiani, li seguì muovendo contro l’Impero Austriaco. Era iniziata la terza guerra d’indipendenza. Garibaldi fu di nuovo in prima linea alla testa di un corpo di volontari, che prevedeva 15.000 volontari, ma che raccolse più di trentamila garibaldini. Il generale ebbe affidato il fronte del Trentino. Nonostante che l’esercito regolare italiano, comandato dal generale La Marmora, fosse sconfitto dagli austriaci a Custoza e la marina militare dovette subire la disfatta di Lissa, Garibaldi, con i suoi volontari, affrontò il generale austriaco Kuhn von Kuhnenfeld a est del lago di Garda costringendo le truppe dell’impero ad arretrare verso nord. L’azione dei volontari di Garibaldi impediva agli austriaci di rifornire le proprie truppe che combattevano in Veneto attraverso la via più breve. Garibaldi continuò la sua avanzata verso Trento, città che il generale voleva liberare dall’oppressione austriaca. Ma le cose andarono diversamente. Dopo la sconfitta di Custoza le truppe comandate da La Marmora, per potersi ritirare, fecero saltare tutti i ponti sul Mincio temendo l’inseguimento degli austriaci. Vittorio Emanuele inviò un dispaccio al generale Cialdini sollecitandolo ad attaccare il nemico per facilitare la manovra di La Marmora. Il generale Cialdini invece si attenne al piano originario e aspettò il mattino del giorno seguente per muoversi dalle sue posizioni. Ma, invece di attaccare, diede ordine ai suoi di iniziare una ritirata verso il fiume Panaro.

Furono i prussiani a cavare d’impaccio l’Italia con la battaglia di Sadowa, dove gli austriaci subirono una pesante sconfitta. Gli austro-ungarici chiesero l’armistizio, offrendo in cambio il Veneto, attraverso una formale cessione alla Francia che avrebbe poi, a sua volta, girata la regione all’Italia. In un primo momento la proposta fu respinta dal governo italiano che considerava umiliante ricevere il Veneto attraverso la Francia e non direttamente. Pertanto continuarono le operazioni militari. Giacomo Medici, al comando di una colonna dell’esercito italiano, andò ad affiancare le truppe garibaldine che, dopo una serie di vittorie contro il generale Kuhn, poterono avanzare verso Trento. L’esercito italiano era riuscito ad avanzare nel Veneto a seguito dello spostamento di truppe austriache sul fronte prussiano dove le stesse erano in grave difficoltà. L’intervento deciso di Napoleone III nei confronti di Vittorio Emanuele perché accettasse l’offerta dell’Austria e la pesante sconfitta di Lissa della Marina Italiana, convinsero il governo italiano ad adeguarsi all’armistizio che coinvolse tutte le parti in guerra. Con la firma dell’armistizio di Cormons Garibaldi, il 3 agosto del 1866, ricevette un telegramma da Vittorio Emanuele che gli ordinava di ritirarsi dai territori occupati. La risposta di Garibaldi fu lapidaria e denunciò tutto il suo disappunto di dover lasciare il Trentino all’Austria. “Obbedisco” fu il testo del telegramma che il generale inviò a re Vittorio Emanuele il 9 agosto del 1866.

Nel settembre del 1867 il generale volle di nuovo tentare la liberazione di Roma. Partì da Firenze il 23 settembre. Voleva raggiungere l’Urbe per promuovere una sollevazione dei cittadini romani e dall’interno della città, sovvertire lo Stato della Chiesa. Fu fermato a Sinalunga dalle autorità italiane e condotto in stato di arresto nella prigione della fortezza di Alessandria. Alla Camera dei Deputati, ospitata a Palazzo Vecchio di Firenze, numerosi parlamentari protestarono energicamente per l’arresto di Garibaldi, che godeva, tra l’altro, dell’immunità parlamentare, essendo un deputato eletto nella circoscrizione dell’Italia meridionale. Il 27 settembre fu liberato e accompagnato a Caprera dove fu un sorvegliato speciale. Approfittando della somiglianza con il suo assistente e amico Gusmaroli, fuggì dall’isola. L’amico lo sostituì fingendo di essere Garibaldi. Garibaldi attraversò tutta la Sardegna cavalcando senza sosta per 15 ore e partì dal porto di Cagliari imbarcandosi per il continente.

Giunse a Firenze il 20 ottobre. Con 8.000 volontari, coadiuvato dal figlio Menotti, da Giovanni Nicotera e Giovanni Acerbi, intraprese la “Campagna dell’agro romano per la liberazione di Roma”. Il 23 ottobre i fratelli Cairoli con la loro colonna di 67 volontari presero posizione sui Parioli. Due dei suoi volontari erano riusciti a sistemare una bomba alla caserma Serristori. L’esplosione causò la morte di 25 zuavi dell’esercito pontificio e due civili. I due volontari, Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, furono catturati e in seguito condannati a morte. I Cairoli si scontrarono a loro volta con reparti svizzeri dell’esercito pontificio. Enrico Cairoli fu ucciso durante il combattimento mentre il fratello Giovanni fu ferito gravemente. I superstiti, protetti dal buio della notte, riuscirono a mettersi in salvo raggiungendo i volontari guidati da Garibaldi. Dopo aver conquistato Monterotondo il 29 ottobre Garibaldi e i suoi uomini giunsero alle porte di Roma. Garibaldi attese che la popolazione romana iniziasse la rivolta. Il giorno seguente poiché la sperata sollevazione non ci fu, si ritirò verso Tivoli. All’altezza di Mentana i garibaldini si scontrarono con 3.500 soldati pontifici e 3.000 francesi. Il generale, a causa dell’inferiorità dell’armamento dei suoi uomini, poiché i francesi erano dotati di modernissimi fucili a retrocarica, comandò il ritiro. A Figline Valdarno fu di nuovo arrestato dalle autorità italiane e condotto a Varignano. Il 25 novembre del 1867 tornò a Caprera.

NAPOLI AL TEMPO DI …
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Nel 1871 Garibaldi volle intervenire in favore della Francia nella guerra franco-prussiana. Un battello francese condotto da Joseph-Philippe Bordone, sfuggendo alla marina italiana, che sorvegliava le mosse di Garibaldi, giunse nottetempo a Caprera imbarcando il generale. Garibaldi sbarcò a Marsiglia il 7 ottobre. Giunto a Tours ebbe ordini dal fondatore della terza repubblica, Leon Gambetta, che avrebbero imbrigliato la sua azione. Disobbedendo alle disposizioni ricevute, si pose al comando dell’armata dei Vosgi, una formazione volontaria di circa di 4.500 uomini. Garibaldi affrontò la difficile situazione della città di Digione che, abbandonata dal comandante del distaccamento di difesa cittadina, colonnello Chenet, era stata occupata dai prussiani. All’avvicinarsi dell’armata dei Vosgi i prussiani abbandonarono la città. Il 21 gennaio del 1872 Digione, questa volta difesa dall’armata di Garibaldi, fu di nuovo presa d’assalto dai prussiani. I combattimenti si protrassero per tre giorni. Alla fine i tedeschi dovettero ritirarsi. Il 31 gennaio la truppe di Garibaldi furono di nuovo attaccate dai prussiani, poiché l’armistizio che nel frattempo Gambetta aveva stipulato con gli stessi non includeva la zona in cui era di stanza l’armata dei Vosgi. Con un’abile manovra Garibaldi si sganciò dal combattimento, che lo vedeva sfavorito a causa dell’inferiorità numerica, e trasferì le sue unità in territorio rientrante nell’armistizio.

Terminata la guerra con i prussiani Giuseppe Garibaldi si presentò candidato alle prime elezioni della Terza Repubblica per la formazione dell’Assemblea Nazionale Francese. Il suo scopo era di promuovere in seno all’assemblea il ritorno di Nizza all’Italia. Fu eletto, ottenendo un gran numero di preferenze. Tra l’8 e il 10 febbraio scoppiarono violenti disordini a Nizza. I rivoltosi chiedevano l’annullamento del Trattato di Torino del 1860 che aveva stabilito il passaggio di Nizza alla Francia. I “Vespri nizzardi”, come furono chiamati, vennero soffocati nel sangue con l’intervento dell’esercito. Il 14 febbraio, impedito di intervenire con un suo discorso durante la seduta dell’Assemblea, Giuseppe Garibaldi si dimise da deputato. Fuori dall’edificio che ospitava il Parlamento trovò una folla di francesi che l’accolsero con grandi applausi. Ebbe la riconoscenza del popolo che non aveva dimenticato l’importante apporto del generale nella sconfitta del nemico prussiano.

Garibaldi passò gli ultimi anni a Caprera, confortato dall’affetto di Francesca Armosino. Nel 1871 fondò la Regia Società Torinese Protettrice degli Animali, che oggi è diventata ENPA, Ente Nazionale Protezione Animali. In quegli anni si era trasformato da cacciatore in un accanito difensore del benessere degli animali. Il primo agosto del 1872 pubblicò un “Appello alla Democrazia” nel quale propugnava il suffragio universale. Poiché l’artrite lo costringeva a una vita sedentaria, si dedicò alla scrittura di alcuni romanzi. “Clelia” e “Cantoni il volontario” parlavano delle sue esperienze di soldato. Nel romanzo “I Mille” raccontò la storia di una donna che si era travestita da uomo per partecipare alla spedizione. Con “Manlio” descrisse gli anni nei quali aveva vissuto in Sud America. Nel 1875 il Parlamento italiano gli riconobbe una rendita vitalizia di 50.000 lire annue più una pensione mensile.

Nel 1882 volle recarsi a Palermo in occasione del sesto centenario dei vespri Siciliani nonostante la sua malferma salute. Fu l’ultima volta che lasciò il suo rifugio. Poco dopo il ritorno a Caprera i suoi malanni lo costrinsero a letto. Fece sistemare il suo letto di fronte a una finestra dalla quale si scorgeva il mare. Il medico di bordo della Cariddi che, in quel periodo, si trovava a La Maddalena, Alessandro Cappelletti, lo assistette negli ultimi giorni. Il 2 giugno del 1882 Giuseppe Garibaldi si spense. La sua tomba si trova nel “Compendio Garibaldino” di Caprera.

Bibliografia:
Clelia Garibaldi, Mio Padre, Erasmo, 2007.
Indro Montanelli, Marco Nozza, Giuseppe Garibaldi, BUR, 2007
it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe Garibaldi
Antonio Pagano, Giuseppe Garibaldi, http://www.cronologia.leonardo.it
it.wikipedia.org/wiki/Francesca Armosino
it.wikipedia.org/wiki/Campagna dell’Agro romano per la liberazione di Roma