Garibaldi, il ritorno in Italia

Garibaldi, the return to Italy (Read English version)

Dopo la parentesi sudamericana, molti esponenti della “Legione italiana” fecero ritorno in patria per partecipare al Risorgimento, liberare l’Italia dallo straniero e costruire un unico stato. A capo di questi patrioti c’era Giuseppe Garibaldi.

Il 23 giugno del 1848 il brigantino “Speranza”, al cui comando c’era Garibaldi, giunse nel porto di Nizza. L’imbarcazione era partita il 15 aprile dall’Uruguay, aveva attraversato l’Atlantico per riportare in patria un piccolo gruppo di esuli. Erano in 63, avevano fatto parte della mitica “Legione italiana” che era diventata famosa nel mondo anche in seguito ai racconti fatti dallo scrittore-giornalista Raffaele Lacerenza. A capo dei patrioti c’era lui, Giuseppe Garibaldi.

Restò a Nizza pochi giorni. Il tempo di salutare la moglie Anita e i suoi tre figli, ospiti di sua madre. Nonostante la freddezza di Carlo Alberto nei suoi confronti, decise di raggiungere Milano per portare aiuto agli insorti di quella città, che dopo le cinque gloriose giornate, si erano impantanati nei tentennamenti di Carlo Alberto, recalcitrante ad attaccare le truppe dell’imperatore d’Austria Ferdinando I, che aveva sposato una sua parente, Maria Anna di Savoia. Garibaldi fu nominato generale dal governo provvisorio di Milano, formò il battaglione Anzani. A comando di questo battaglione fu nominato Giacomo Medici, suo compagno d’armi a Montevideo.

Garibaldi ebbe l’ordine dal governo provvisorio di Milano di liberare Brescia. Il 29 luglio del 1848 si diresse verso quella città con circa 3700 uomini, tra i quali il fedele Medici con il suo battaglione. Non riuscì ad ingaggiare gli austriaci poiché Carlo Alberto, prendendo a scusa alcune affermazioni di Garibaldi che lo criticavano per delle sue decisioni, ma in realtà per impedire lo scontro con gli uomini di Radetzky, diede ordine di fermare Garibaldi e, se necessario, di arrestarlo.

Carlo Alberto si era pentito di aver tanto osato contro la più antica dinastia d’Europa. Il 5 agosto firmò la capitolazione e rientrò in tutta fretta a Torino. Per riscattarsi dalla vergognosa ritirata riaprì le ostilità contro gli austriaci il 21 marzo dell’anno seguente. Il 23 marzo subì una umiliante sconfitta nella battaglia di Novara da parte degli austriaci guidati da Radetzky. Abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II, che fu costretto a firmare un duro trattato di pace, e si ritirò in esilio volontario a Oporto in Portogallo, dove morì il 28 luglio del 1849. Le sue spoglie sono conservate nella Cripta di Superga. Fu l’ultimo regnante dei Savoia ad essere sepolto a Torino.

Garibaldi continuò da solo la guerra contro gli austriaci. Il 15 agosto del 1848 ebbe il primo scontro con l’esercito austro-ungarico a Luino. Si imbarcò con i suoi uomini sul lago Maggiore e effettuò un blitz in territorio nemico. Radetzky diede ordine di uccidere Garibaldi che aveva osato sfidarlo sul suo territorio. Dopo uno scontro a Morazzone il generale riuscì a sfuggire al nemico attraversando il vicino confine con la Svizzera. Il 10 settembre ritornò a Nizza, dalla moglie Anita.

Ma la Repubblica Romana aveva bisogno di aiuto. Il 24 ottobre riuscì a mettere insieme circa 400 patrioti con i quali si imbarcò sul piroscafo Pharamond partendo da Genova il 24 ottobre, dirigendosi verso Roma. Sbarcato sulla costa laziale sostò a Rieti, dove riuscì ad arruolare altri volontari, portando il numero complessivo dei suoi uomini a circa 1300.

Nominato generale di brigata dal governo della Repubblica Romana, rientrò a Roma prendendo posizione con i suoi uomini sul colle Gianicolo. Lo accompagnava Anita che aveva lasciato i tre figli a Nizza, accuditi dalla nonna paterna. Anche Luciano Manara con i suoi 600 bersaglieri si era schierato a difesa dell’Urbe. I difensori erano più di 10.000 e si sistemarono posizionandosi nei punti strategici. Presidiavano il Gianicolo, Porta Angelica, la riva sinistra del Tevere.

Truppe francesi erano arrivate via mare. Il porto di Civitavecchia diventò la base di partenza della spedizione francese che, a dispetto della loro costituzione repubblicana, la quale proibiva di condurre guerre di conquista, marciarono verso Roma per abbattere la repubblica e restituire la città a papa Pio IX. Un primo attacco dei francesi, comandati dal generale Oudinot, fu respinto a colpi di cannone dai difensori repubblicani. Le truppe d’oltralpe dovettero rientrare in tutta fretta a Civitavecchia in attesa di rinforzi.

Il re delle due Sicilie, Ferdinando II, che ospitava Pio IX nella fortezza di Gaeta, si sentì in dovere di intervenire alla testa del suo esercito contro i repubblicani. Garibaldi e Manara affrontarono l’avanguardia dell’esercito napoletano, comandata dal generale Lanza, a Palestrina. Lanza, visto l’andamento sfavorevole della battaglia, si ritirò verso Velletri dove si unì al grosso dell’esercito condotto dal re in persona. Forze repubblicane comandate dal generale Rosselli e da Carlo Pisacane si scontrarono con le truppe napoletane, che trovarono conveniente ritirarsi verso Terracina. Durante la marcia furono affrontate dalle truppe comandate da Garibaldi. Re Ferdinando II si sottrasse alla battaglia e riuscì a rientrare con i suoi uomini nei confini del regno. La spedizione napoletana in aiuto del papa si risolse con una sconfitta senza alcuna vera battaglia combattuta.

Il 29 maggio del 1849 il generale Oudinot, non tenendo fede all’accordo firmato da Mazzini e dall’ambasciatore francese Lesseps che prevedeva una tregua di 20 giorni, poi prolungata di altri 15, si presentò sotto le mura di Roma con 30.000 soldati. Attaccò il 3 giugno dal lato del Gianicolo, che era difeso da Garibaldi e dai suoi garibaldini. Accorse in aiuto Manara con i bersaglieri. A sera i francesi erano riusciti a posizionarsi all’interno di villa Doria Panphilj. Negli scontri fu ferito gravemente Goffredo Mameli, che morì dopo alcuni giorni. Tre donne si prodigarono per soccorrere i feriti tra i difensori di Roma, creando la prima organizzazione di soccorso medico e il primo ospedale da campo. Esse erano Anita Garibaldi, che si prodigò nel soccorrere i feriti, nonostante fosse incinta, Enrichetta Di Lorenzo, la compagna di Carlo Pisacane, che ebbe l’incarico di direttrice del servizio ambulanze, Cristina Trivulzio di Belgiojoso, che fuggita da Milano perché ricercata dagli austriaci per la sua attività risorgimentale, si era recata a Roma, dove si occupò dell’organizzazione ospedaliera al servizio dei soldati feriti.

Nei giorni successivi i francesi bombardarono intensamente la città. Costruirono trincee sulla via Portuense a al Testaccio le quali, avendo un tracciato obliquo verso l’abitato, permettevano alle truppe di avvicinarsi rimanendo al riparo dai colpi nemici. Il 30 giugno si ebbe l’attacco finale dei francesi che riuscirono a sfondare le linee di difesa dei repubblicani entrando in città. Il Tevere era l’ultimo caposaldo. Dopo una breve tregua l’assemblea costituente, a cui partecipò Giuseppe Mazzini, decise la resa. In quella tragica giornata persero la vita, tra gli altri, Morosini e Manara. Anche l’ex schiavo, liberato da Garibaldi in Sudamerica, Andrea Aguyar, che aveva seguito come un ombra il suo liberatore, perse la vita negli scontri al Gianicolo. Il 2 luglio, alla vigilia dell’ingresso dei francesi in città, Garibaldi tenne un memorabile discorso in piazza San Pietro ai suoi patrioti: «Io esco da Roma: chi vuol continuare la guerra contro lo straniero, venga con me… non prometto paghe, non ozi molli. Acqua e pane quando se ne avrà». Garibaldi, Anita, che gli era stata accanto nella difesa di Roma, e altri 4.000 patrioti si riunirono a piazza S. Giovanni con 400 cavalli e un cannone.

Alle 20 attraversarono Porta S. Giovanni, imboccando poco dopo la via Casilina. Quattro giorni dopo la colonna raggiunse Terni, dove Garibaldi fece sosta, riorganizzando i suoi garibaldini in due legioni e 400 cavalieri. A Terni trovò altri 900 volontari pronti ad unirsi ai garibaldini. I 900 di Terni erano comandati dal colonnello inglese Hugh Forbes. Garibaldi e i suoi uomini si diressero verso Perugia, facendo sosta a Todi dove pernottarono. Il giorno seguente raggiunsero la Val di Chiana, fermandosi a Città della Pieve. Il giorno seguente, 20 luglio, la colonna di garibaldini raggiunse la città di Montepulciano. Gli abitanti li accolsero con entusiasmo. La rappresentanza cittadina donò 6.000 lire a Garibaldi, per contribuire a sostenere i costi della spedizione.

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Dopo un’ulteriore sosta a Castiglion Fiorentino, Garibaldi e i suoi uomini giunsero sotto le mura di Arezzo. A causa delle diserzioni il numero dei garibaldini si era ridotto a sole 2.000 unità. Arezzo fece trovare le porte della città sbarrate. A difesa della stessa c’erano circa 60 soldati austriaci e qualche centinaio di civili arruolati nella guardia civica. Dopo aver trascorso la notte accampato fuori le mura, Garibaldi rinunciò a scontrarsi con la guarnigione aretina. Aveva realizzato che la sua intenzione di portare la libertà in quelle cittadine era irrealizzabile a causa della non partecipazione attiva delle popolazioni interessate.

Il generale e il suo stato maggiore decisero di raggiungere l’Adriatico per marciare verso Venezia che ancora resisteva all’assedio di Radetzky. L’anziano feldmaresciallo austriaco Kostantin d’Aspre, sollecitato da Radetzky, si mise all’inseguimento dei 2.000 garibaldini con una forza di 25.000 soldati, per impedire che raggiungessero la laguna.

I garibaldini lasciarono Arezzo incalzati dall’esercito toscano, guidato dall’austriaco Poumgarten, inviato dal d’Aspre per inseguirli. Il 24 luglio a Citerna il generale ebbe notizia che due colonne di truppe si erano pericolosamente avvicinate. La prima di circa 1200 uomini era proveniente da Perugia, mentre la seconda, di 2.000 soldati lo inseguiva proveniente da Arezzo. Ci furono alcuni scontri tra l’avanguardia di quest’ultima e la retroguardia di Garibaldi. Fortunatamente i regolari toscani non insistettero nel dare battaglia, permettendo a Garibaldi e ai suoi uomini di sganciarsi e dirigersi verso Urbino per proseguire in direzione dell’Adriatico. Il 29 si ebbe un nuovo scontro a Sant’Angelo in Vado. Garibaldi allora si diresse verso nord raggiungendo il territorio della Repubblica di S. Marino, dove trovò rifugio con i suoi 1.000 patrioti che ancora lo seguivano. I Capitani della Repubblica fecero da intermediari per permettere una resa con una amnistia per tutti i volontari. D’Aspre e Radetzky risposero in modo ambiguo, non vollero impegnarsi nella concessione dell’amnistia. Fino a quel momento tutti i volontari catturati dagli austriaci erano stati fucilati.

Garibaldi decise di raggiungere Cesenatico con i suoi uomini, per imbarcarsi verso Venezia. Raggiunta la cittadina costiera, i 1.000 volontari si impadronirono di 13 imbarcazioni dirigendosi verso Venezia. All’altezza delle Valli di Comacchio si scontrarono con la marina austriaca. Otto barche furono costrette ad arrendersi. L’imbarcazione di Garibaldi insieme alle restanti riuscì a toccare terra all’altezza di Magnavacca. A quel punto gli occupanti delle barche si dispersero. Garibaldi, Anita incinta al sesto mese, molto sofferente, e il capitano Culiolo furono nascosti da alcuni contadini. Giovanni Nino Bonnet, residente del posto, il cui fratello era stato un volontario garibaldino, accompagnò i tre attraverso vari poderi della valle di Comacchio, dove i contadini romagnoli dimostrarono tutto il loro patriottismo ospitando e nascondendo il generale e sua moglie in vari capanni in aperta campagna.

Il 4 agosto Anita apparve gravissima, in fin di vita. Furono ospitati nella masseria Giuccioli dove furono raggiunti dal medico condotto Dott. Nannini. L’intervento del sanitario fu tardivo e inutile. Anita si spense la sera di quel giorno. Garibaldi non ebbe neppure il tempo di poter seppellire adeguatamente la salma della moglie, che fu interrata nei pressi della fattoria. Incalzato dagli austriaci, dovette partire con urgenza. Intraprese la via degli Appennini dove vari contadini e residenti lo aiutarono nella fuga. Dopo molto girovagare riuscì, sempre accompagnato dal Culiolo, a raggiungere Prato. Lasciata Prato, i due attraversarono tutta la Toscana arrivando in Maremma. Garibaldi trovò disponibile un’imbarcazione da pesca che lo prese a bordo a Cala Marina, vicino Follonica. Dopo alcune fermate all’Elba e a Livorno la barca portò in salvo Garibaldi a Portovenere, località del Regno di Sardegna. Era il 5 settembre del 1849.

Nonostante che il parlamento sabaudo, nell’ambito di una seduta dove erano intervenuti a parlare in difesa del generale Rattazzi e Depretis, avesse raccomandato di accoglierlo, Garibaldi fu prima arrestato dalle autorità piemontesi e poi espulso. Egli, dopo essersi recato a Nizza, dove affidò i suoi figli al cugino Augusto Garibaldi e la figlia ai coniugi Deidery, viaggiò tra la Tunisia , La Maddalena e Gibilterra, trovando rifugio a Tangeri dove fu ospitato dal locale ambasciatore del Regno di Sardegna.

Dopo poco lasciò Tangeri raggiungendo l’Inghilterra. Il 27 giugno del 1850 si imbarcò sul piroscafo Waterloo che lo portò a New York. Nella città statunitense fu ospitato da Antonio Meucci, l’inventore del telefono, che gli diede la possibilità di lavorare nella sua fabbrica di candele. Si imbarcò quindi per il Sudamerica, dove, giunto a Lima (Perù), riprese la sua antica professione, trovando un imbarco come capitano del brigantino Carmen. Partì in direzione della Cina il 10 gennaio del 1852, toccò l’Australia e superando il capo di Buona Speranza, fece il periplo del mondo. Entrò nel porto di Boston il 6 settembre dell’anno successivo.

Nel 1854 si recò a Londra dove prese contatto con Giuseppe Mazzini. Nella capitale britannica conobbe una ricca vedova, Emma Roberts, che diventò la sua amante. A Londra ebbe anche un’infocato rapporto con la giovane contessa Maria Martini Giovio della Torre, figlia del generale piemontese Conte di Salasco, che aveva firmato l’armistizio, o meglio la resa, con gli austriaci alla fine dell’avventura di Carlo Alberto a Milano nel 1848. Emma Roberts era amica di Jessie White, la quale seguì lei e Garibaldi nel viaggio che portò il generale a Caprera nel maggio del 1855. Jessie diventò una accesa garibaldina, seguì il generale in tutte le successive battaglie, studiò da infermiera per poter portare aiuto ai patrioti feriti in battaglia. Garibaldi conobbe a Londra anche Paolina Pepoli, nipote di Gioacchino Murat, e ne divenne l’amante per una breve stagione.

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Nell’isola di Caprera il generale acquistò una proprietà da un contadino del luogo, più un altro pezzo di terra da una sua vicina inglese, Emma Claire Collins, che in seguito gli farà anche da segretaria. Di propria mano e con l’aiuto di alcuni amici costruì la sua casa sull’isola. L’isola, negli anni successivi, divenne interamente di sua proprietà. La ricchissima Emma Roberts gli donò un cutter a cui il generale diede il nome della sua amata “Emma”. Riprese per qualche tempo la sua vita marinara. La Roberts, dopo aver realizzato che di non essere in grado di convincere Garibaldi a fare una vita pantofolaia in una ricca magione londinese, rientrò a Londra. Garibaldi affidò a Emma il figlio Ricciotti perché ne curasse l’istruzione. Il ragazzo, con i suoi comportamenti da discolo, era stato cacciato dal collegio dei gesuiti di Nizza. Emma sarà per sempre nel cuore di Garibaldi. Rimarrà in ottimi rapporti con lei per il resto della vita.

Poiché era stato raggiunto a Caprera anche dalla figlia Teresita, fece venire sull’isola una giovane domestica da Nizza, Battistina Ravello. Battistina era stata indicata al generale dal fratello Carlo Andrea Antonio Raveau (cognome che per Battistina fu italianizzato in Ravello) che era stato un volontario garibaldino. Battistina divenne l’amante del generale. Nel 1859 ebbe da lui una figlia, Anna Maria Imeni Garibaldi, chiamata Anita, come l’eroica moglie del generale deceduta nel 1849. Nel 1857 giunse sull’isola la bellissima baronessa Esperance von Schwartz, che stava scrivendo un libro su Garibaldi. Garibaldi si innamorò subitaneamente della baronessa quando la stessa gli chiese un paio di pantaloni per poter cavalcare agevolmente. Ebbe i pantaloni. Davanti a tutti si sfilò la gonna rimanendo in mutande prima di indossare l’indumento maschile. La relazione con Esperance andò avanti per qualche mese, suscitando la gelosia di Battistina. La stessa terminò quando il generale chiese alla baronessa di sposarlo, ricevendone un deciso rifiuto.

La conferenza di pace che si svolse a Parigi nel 1856 fu il luogo dove le iniziative di Cavour per unire l’Italia ebbero un certo successo. Egli riuscì a sollevare la “questione italiana” con l’appoggio di Napoleone III. Fu il conte Alexandre Colonna Walewsky, figlio naturale di Napoleone I e della contessa Maria Walewska, a sollevare la questione pubblicamente, lamentando le infime condizioni in cui era tenuto il popolo nello Stato della Chiesa e nel Regno delle due Sicilie, non facendo mancare commenti sull’oppressione che soffrivano gli italiani del Lombardo-Veneto, sudditi dell’Impero Austriaco. Si preparava la seconda guerra di indipendenza.

Dopo gli accordi firmati a Plombiers, che sancirono l’alleanza del Regno di Sardegna con la Francia, e che avevano come scopo la cacciata degli austriaci dall’Italia, Cavour volle incontrare Garibaldi, ritenendo che il generale non potesse essere tenuto da parte nel frangente di una nuova guerra contro gli austriaci. L’incontro avvenne il 20 dicembre del 1858 e in quella sede si concordò che a Garibaldi venisse affidata una brigata dell’esercito da istituire ad hoc. Nel marzo del 1859, con decreto reale di Vittorio Emanuele, fu creata la brigata dei Cacciatori delle Alpi, al cui comando fu posto Giuseppe Garibaldi, promosso “maggiore generale”. L’organico era formato da 3200 soldati volontari, inquadrati nell’esercito regolare sardo. I Cacciatori erano divisi in tre reggimenti. Giacomo Medici e il napoletano (nato a Gaeta) Enrico Cosenz coadiuvavano Garibaldi nel comando.

Cacciatori delle Alpi a Seriate, 1859 - Stampatore Rossetti 1860-61
Cacciatori delle Alpi a Seriate, 1859 – Stampatore Rossetti 1860-61

Garibaldi e i suoi uomini, il 23 maggio dello stesso anno, attraversarono il confine tra il Piemonte e il Lombardo-Veneto a Sesto Calende conquistando, dopo brevi scontri, la città di Varese. Il 26 maggio si scontrarono con le truppe austriache comandate dal barone Karl Urban, conosciuto come il Garibaldi austriaco, nella battaglia di Varese, nella quale i Cacciatori ebbero la meglio. Il giorno seguente gli scontri continuarono nella battaglia di San Fermo. A fine giornata Garibaldi, vittorioso, entrò nella città di Como. Dopo la riconquista di Varese da parte degli austriaci di Urban, Garibaldi fu costretto a ritornare sui suoi passi per liberare Varese per la seconda volta. Cosa che gli riuscì agevolmente anche per la sconfitta che gli austriaci avevano subito a Magenta da parte delle truppe francesi inviate da Napoleone I.

Il 15 giugno Garibaldi, in base alle disposizioni ricevute dal capo di stato maggiore Enrico Morozzo della Rocca, partì con le sue truppe dirigendosi verso il lago di Garda. Non ricevendo disposizioni, il generale diede ordine a Stefano Türr, a Enrico Cosenz e a Giacomo Medici di attaccare gli austriaci in quella che fu poi chiamata la battaglia di Treponti.
Mentre i Cacciatori delle Alpi erano in Valtellina per spingere gli austriaci oltre il passo dello Stelvio, sopraggiunse la firma dell’armistizio di Villafranca che mise fine agli scontri con la cessione della Lombardia al Regno di Sardegna. Al momento dell’armistizio i volontari dei Cacciatori erano cresciuti tra le 9.000 e le 12.000 unità. Garibaldi fu esautorato dal comando della brigata, dove gli subentrò Manfredo Fanti. Ebbe il comando in seconda dei cacciatori, e il comando di uno dei tre reggimenti, mentre gli altri due furono affidati a Pietro Roselli e Luigi Mezzacapo. Il 12 aprile 1860 Garibaldi, eletto deputato nel parlamento sabaudo, si oppose strenuamente alla cessione di Nizza alla Francia. Il 23 dello stesso mese, deluso per la perdita di Nizza e offeso per il trattamento ricevuto dopo l’armistizio di Villafranca si dimise quale membro del parlamento.

A fine del 1859 il generale aveva conosciuto la giovane lombarda Giuseppina Raimondi, che all’epoca aveva 17 anni. Garibaldi, 52enne, si innamorò perdutamente della giovane e non esitò a chiederle di sposarlo. Passato qualche mese, dopo molti tentennamenti, la sua giovane amica accettò. Il matrimonio si celebrò il 24 gennaio del 1860 a Fino di Mornasco, in provincia di Como, dove la famiglia Raimondi aveva le sue tenute. Subito dopo la cerimonia venne consegnata dal maggiore Rovelli a Garibaldi una lettera nella quale venivano raccontate tutte le avventure amorose che la bellissima Giuseppina aveva avuto in giro, compresa anche quella con il maggiore. Tra l’altro venne a conoscenza che la sua sposa era incinta di un paio di mesi in seguito alla relazione che aveva avuto con un garibaldino, il tenente Luigi Caroli. Garibaldi, sentendosi gabbato, prese a schiaffi la novella sposa, le lanciò una sedia addosso apostrofandola: «Siete una puttana». La abbandonò immediatamente partendo per la sua Caprera. Il matrimonio durerà legalmente 20 anni, poiché Giuseppina Raimondi si rifiutava di dare il suo assenso all’annullamento dello stesso.

Bibliografia:
Clelia Garibaldi, Mio Padre, Erasmo, 2007.
Indro Montanelli, Marco Nozza, Giuseppe Garibaldi, BUR, 2007
it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe Garibaldi
Antonio Pagano, Giuseppe Garibaldi, http://www.cronologia.leonardo.it
it.wikipedia.org/wiki/Giuseppina Raimondi