Gibraltar - Steve Flickr 2011 CC BY-SA 2.0

Brexit in Scozia, Irlanda e Gibilterra

Brexit in Scotland, Ireland and Gibraltar (Read English version)

Il referendum del 23 giugno del 2016 ha dato inizio alla procedura per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, che avverrà nel 2019. Ma cominciano ad evidenziarsi problemi relativi alla particolare situazione dell’Irlanda del Nord, della Scozia e di Gibilterra.

Il primo ministro conservatore del regno Unito David Cameron decise di indire un referendum per la permanenza (Remain) o l’uscita (Leave) dalla UE nell’ambito di una trattativa con la stessa Unione, per esercitare la massima pressione onde ottenere un trattamento più vantaggioso per il suo paese. La miopia di tale iniziativa si evidenziò ben presto, poiché questa decisione diede forza alle compagini politiche che tifavano apertamente per l’uscita dei britannici dall’EU: una parte degli stessi conservatori capeggiati da Boris Johnson e l’UKIP di Nigel Farage. A questi si contrapponevano la maggioranza del partito conservatore e lo stesso David Cameron, il partito laburista, i liberal-democratici e il partito nazionalista scozzese.

Il premier Cameron stabilì la data del 23 giugno 2016 quale giorno in cui si sarebbe svolto il referendum consultivo, sicuro della vittoria dei “Remain”, esito previsto dai sondaggi e appoggiato dallo stesso primo ministro. Una settimana prima del voto, il 16 giugno, si ebbe un grave fatto di sangue. La deputata laburista Helen “Jo” Cox, al termine di un comizio per il “Remain” a Birstall, nei pressi di Leeds, fu affrontata da un sostenitore dell’uscita dall’Unione Europea, poi identificato per il neonazista Thomas Mair, che la colpì con tre colpi di pistola e con diverse coltellate. La Cox non sopravvisse alle ferite. Anche un’altra persona che aveva tentato di sottrarre Jo Cox alla furia omicida di Mair, Bernard Kenny, fu seriamente ferita da alcune coltellate.

La sera del giorno del referendum, tra la sorpresa generale, i “Leave”, cioè i voti favorevoli all’uscita dall’UE furono il 51, 9%. Quelli che avevano votato per rimanere (Remain) furono il 48,1%. La popolazione delle campagne dell’Inghilterra aveva avuto il sopravvento sui londinesi, sugli scozzesi e sui votanti dell’Irlanda del Nord che in maggioranza avevano optato per l’Europa. Le due entità geografiche, Irlanda del Nord e Scozia, rappresentano insieme alla Repubblica d’Irlanda, la parte gaelico-celtica dell’arcipelago britannico (Celtic Belt). All’interno del processo della Brexit si è quindi determinato un fronte dei popoli gaelici al quale si sono uniti gli abitanti londinesi. In questa parte di popolazione il desiderio di rimanere ancorati all’Europa fa da contrappunto ai “Leave” dell’Inghilterra più profonda.

Sconfitto dall’esito del referendum David Cameron diede le dimissioni da primo ministro. Fu sostituito da Theresa May, la quale decise di attivare la procedura prevista dall’articolo 50 dell’Unione senza consultare il parlamento. Gina Miller, una cittadina inglese, ricorse all’Alta Corte poiché riteneva che la decisione dovesse assere stabilita con un voto del Parlamento. Pertanto il 16 marzo del 2017 il Parlamento britannico approvò la European Union (Notification of Withdrawal) Act 2017. Il successivo 29 marzo il governo britannico notificò al Presidente del Consiglio Europeo l’attivazione delle procedure previste dall’art. 50 per l’uscita del Regno Unito dalla stessa Unione.

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Theresa May, sperando che la procedura attivata della “Leave” potesse favorirla nelle urne, sciolse la Camera del Comuni per procedere a nuove elezioni. L’8 giugno il popolo britannico si recò alle urne. Il risultato fu sorprendente poiché il partito conservatore non riuscì a ottenere la maggioranza assoluta e per formare il governo si dovette alleare con una formazione politica di estrema destra dell’Irlanda del Nord. Vincitori morali delle elezioni furono i laburisti guidati da Jeremy Corbin.

La procedura d’uscita dall’Unione prevede un periodo di due anni durante i quali il Regno Unito dovrà rinegoziare tutti i trattati che la legano all’Unione Europea. Il 10 novembre Theresa May dichiarò che la data di uscita rispetterà l’art. 50 e pertanto alle ore 23 del 29 marzo del 2019 il Regno Unito sarà improrogabilmente fuori dall’Unione Europea.

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I colloqui tra i rappresentanti dell’Unione e i negoziatori britannici per concordare le modifiche ai vari trattati sono iniziati con una precondizione posta dall’Unione Europea, negoziare come prima cosa le quattro libertà fondanti dell’Unione: libera circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali. Subito si è posto il problema della frontiera tra l’Unione, cioè EIRE e l’Irlanda del Nord, poiché gli accordi che avevano contribuito a pacificare l’Ulster si poggiavano principalmente sulla libera circolazione dei cittadini e delle merci tra Irlanda del Nord e il resto dell’isola irlandese. La soluzione trovata, ma ancora non ufficializzata, prevede che i cittadini dell’Ulster continuino a godere dei benefici della libera circolazione, con una sostanziale assenza di frontiere fisiche tra le due entità dell’isola. Le barriere doganali tra la UE e il Regno Unito per il controllo del traffico di persone e merci dovrebbero essere situate nei porti e negli aeroporti dell’Irlanda del Nord.

Irlanda
Nel 1921, dopo una sanguinosa guerra, si ebbe l’indipendenza dell’Irlanda dal Regno Unito. L’Irlanda era stata sotto influenza britannica a partire XII secolo. L’occupazione inglese si consolidò tra il XVI e il XVII secolo. L’influenza della cultura e degli usi gaelici ebbe in un primo momento il sopravvento sulla cultura dei colonizzatori anglo-normanni. Nel XIV secolo, per evitare l’integrazione tra occupanti e occupati, la corona inglese stabilì, all’interno degli statuti di Kilkenny, una serie di discriminazioni a danno dei nativi islandesi: divieto di matrimoni misti, uso della lingua inglese, utilizzo della Common Law nei tribunali. Nel 1801, con l’Act of Union, fu costituito il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda.

Nel 1845 una grande carestia colpì la monocoltura della patata in Irlanda, principale fonte di cibo degli isolani. La produzione delle patate si azzerò per alcuni anni. La popolazione irlandese si ridusse drasticamente a causa della denutrizione. Una grossa parte degli isolani emigrò in America e in Gran Bretagna. Le terribili conseguenze della carestia furono motivo di grande risentimento verso l’Inghilterra alla quale i nativi irlandesi addebitarono le nefaste conseguenze della stessa. Anni prima, a fronte di una carestia di grano che aveva riguardato la vicina Gran Bretagna, il governo inglese aveva provveduto a importare il grano necessario per superare la crisi mentre, secondo gli irlandesi, il governo non si era adeguatamente adoperato per provvedere al bisogno di cibo della popolazione irlandese.

A inizio novecento si ebbero le prime ribellioni all’occupazione britannica. Nel 1916 ci fu la prima vera insurrezione (Pasqua di sangue). La reazione inglese, con l’esecuzione dei responsabili dei disordini, riaccese il sentimento indipendentista. Nel 1920 gli occupanti suddivisero l’isola tra Irlanda e Irlanda del Nord con il Government of Ireland Act. Nel 1921, dopo anni di guerriglia tra inglesi e forze indipendentiste, si ebbe la creazione dello Stato Libero d’Irlanda (Irish Free State), che poi diventò Repubblica d’Irlanda (EIRE). I britannici rimasero nell’Irlanda del Nord, la quale presentava una maggioranza di residenti di origine scozzese, gallese e inglese. Questa nuova entità occupava i due terzi della regione storica dell’Ulster.

In Irlanda del Nord tra gli anni 60 e gli anni 90 del secolo scorso i contrasti tra le due popolazioni conviventi, quella britannica e quella irlandese, sfociarono in una serie di violenti scontri “The Troubles”, che culminarono in una vera e propria guerra a bassa intensità. Il governo inglese subentrò al governo locale con un governatore. Truppe britanniche sbarcarono a Belfast. I tanti attentati e i successivi scontri tra le forze dell’ordine, gli unionisti (britannici) e i nazionalisti (irlandesi) fecero registrare una quantità impressionante di vittime: 50.000, tra cui i deceduti furono 3000. L’Accordo del Venerdì Santo (Belfast Agreement) mise fine alla lotta armata. L’accordo prevedeva, tra l’altro, la libera circolazione dei cittadini dell’Irlanda del Nord in Irlanda e in Gran Bretagna.

Edinburgh, old town - pschemp 2006 - CC BY-SA 3.0
Edinburgh, old town – pschemp 2006 – CC BY-SA 3.0

Il risultato del referendum in Scozia era stato fortemente favorevole per il “Remain”. Questo risultato rispecchiava le aspettative degli scozzesi in ordine alla rinuncia dell’indipendenza che era stata espressa nel referendum del 2014, rinuncia che aveva il presupposto di continuare a essere cittadini dell’Unione Europea. Il risultato definitivo della consultazione elettorale che stabiliva la fuoriuscita dall’UE tradiva le loro aspettative. Pertanto è tornato vivo il desiderio di indipendenza con la volontà del “Remain” in UE espresso dagli scozzesi.

Scozia
La Scozia era entrata a far parte del Regno Unito dopo una serie di sconfitte nelle guerre d’indipendenza combattute contro l’Inghilterra nei secoli XIII e XIV. All’inizio del 1600 il re Giacomo VI di Scozia divenne anche re d’Inghilterra con il nome di Giacomo I. Le due corone di Scozia e Inghilterra furono unite nella persona del sovrano. Nel 1707 i due regni si trasformarono nel Regno di Gran Bretagna.

Dopo due secoli di sollecitazioni per una maggiore autonomia di governo della Scozia, se non di una vera e propria indipendenza, nel 1997 si svolse il secondo referendum scozzese che mirava all’approvazione della “devolution”. Il primo si era avuto nel 1977 ma, sebbene avessero vinto i si per una maggiore autonomia, non fu ritenuto valido poiché non raggiunse la percentuale minima di partecipanti al voto stabilita nel 40%. In seguito all’esito positivo del secondo test elettorale, nel 1998 fu costituito, con l’emanazione dello “Scotland Act”, il “Parlamento Scozzese”, che aveva competenze su diverse materie devolute dal governo centrale. Le elezioni del 2007 videro lo Scottish National Party (SNP) presentare nel proprio programma elettorale la richiesta di tenere un referendum sull’indipendenza della Scozia entro il 2010. La parziale vittoria del partito nazionalista scozzese alle elezioni non permise l’approvazione di una legge sul referendum. Nell’elezione del parlamento scozzese tenute nel 2011 il partito SNP ottenne la maggioranza assoluta dei seggi. Iniziarono le trattative con il governo centrale per lo svolgimento del referendum sull’indipendenza.

In seguito all’accordo di Edimburgo del 2012, il referendum ottenne la cornice legale dal parlamento di Londra. La consultazione si svolse nel 2014 dopo una campagna elettorale dove i partiti che si opponevano all’indipendenza presentarono la stessa come una grave compromissione dell’economia locale a causa della conseguente uscita dall’Unione Europea, uscita che era stata preannunciata come automatica dalle autorità della UE. Il 18 settembre del 2014 si tenne la consultazione con un unico quesito referendario: “Do you agree that Scotland should be an indipendent country?”. I “Si” all’indipendenza furono il 44,7% mentre i “No” rappresentarono il 55,3% dei votanti. La Scozia rimaneva nel Regno Unito. Avevano vinto i contrari all’uscita, probabilmente a causa della temuta espulsione dalla UE in caso di indipendenza.

Un’altra questione scottante è la posizione della britannica Gibilterra nei confronti della Brexit. Nell’unico possedimento coloniale all’interno dell’Europa il voto per il “Remain”, nel referendum del 23 giugno del 2016, raggiunse una percentuale superiore al 90%. Furono solo 900 i voti favorevoli alla Brexit su una popolazione di 33.000 abitanti.

Gibilterra in questi ultimi anni si è trasformata, da fortezza militare, in un paradiso fiscale che gode del vantaggio di trovarsi all’interno delle frontiere UE. Molte società di giochi d’azzardo online, banche, direzioni di imprese multinazionali hanno scelto di avere residenza fiscale sulla rocca, porta del Mediterraneo, per godere di vantaggi fiscali. Ogni mattina migliaia di lavoratori spagnoli si recano a Gibilterra attraversando l’unica porta di accesso alla piccola penisola, una strada che attraversa, con relative barre e semafori, la pista dell’aeroporto della Rocca. Anche alcune migliaia di cittadini britannici di Gibilterra, tra i quali si contano una buona percentuale di persone di lontana origine genovese con relativi cognomi italiani, preferiscono abitare in ville situate sulla costa spagnola nelle immediate adiacenze della Rocca.

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La riapertura del posto di frontiera, con relativi controlli e perdite di tempo, metterebbe in gravi difficoltà gli spostamenti da e per Gibilterra sia dei lavoratori spagnoli che dei cittadini britannici che vivono su suolo spagnolo. Minerebbe anche la sopravvivenza dell’economia stessa della rocca per le ripercussioni sullo “status quo” di paradiso fiscale. La Spagna si è riservata l’ultima parola in merito agli accordi che intercorreranno tra l’Unione Europea e il Regno Unito in merito alla posizione di Gibilterra. Con la Brexit risorgono antiche rivendicazioni spagnole che, realisticamente, oggi si potrebbero concentrare sulla fiscalità di vantaggio che Gibilterra pratica alle imprese multinazionali residenti e sull’aeroporto che insiste su una parte di territorio che non è stata mai oggetto di cessione al Regno Unito.

Gibilterra
L’occupazione inglese della piccola rocca risale al 1704 quando la marina inglese, coadiuvata da truppe olandesi, la occupò dopo un assedio alla guarnigione spagnola. Si susseguirono diversi tentativi degli spagnoli per riconquistare la penisola protesa sulla porta di ingresso del Mediterraneo e, per tale motivo, strategica per il controllo marittimo di questo mare. La Rocca fu pesantemente fortificata dagli inglesi. I tentativi di assedio risultarono inefficaci poiché la flotta inglese, dominatrice dei mari, era sempre in grado di rifornire Gibilterra di uomini, armi e derrate alimentari durante queste crisi.

Nel 1713 fu firmato il Trattato di Utrecht tra la Spagna e l’Inghilterra in cui si stabiliva che la penisola di Gibilterra passava in proprietà ai britannici. Nulla diceva il trattato sulla questione della sovranità. Nell’accordo si stabilì anche che nessun commercio doveva esserci tra Spagna e Gibilterra se non nel caso che la rocca, per via di condizioni di mare avverse, non potesse essere rifornita. Inoltre fu stabilito che non potessero risiedere “mori” o “giudei”. In caso di vendita della stessa la Spagna si riservò il diritto di prelazione. Nel 1729, al termine della guerra anglo-spagnola, il trattato di Utrecht fu confermato ma la questione della sovranità non fu citata anche in questa occasione.

Costantemente la Spagna ha rivendicato il suo diritto di rientrare in possesso di Gibilterra proprio appellandosi al fatto che nei trattati non ci fosse stata cessione di sovranità. Nel 1969 il dittatore spagnolo Francisco Franco impose il blocco della frontiera. Questo blocco durò un decennio, durante il quale gli spostamenti tra Gibilterra e il resto del mondo potevano avvenire solo via mare o via aerea. Con l’ingresso del Regno Unito nell’Unione Europea, e la conseguente eliminazione del confine fisico tra la città spagnola di Jerez de la Frontera e Gibilterra, le discussioni sulla sovranità di Gibilterra furono accantonate.

La Brexit rischia di costare cara al Regno Unito. A fronte della scelta di uscire dall’Unione si risvegliano vecchi fantasmi che negli anni potrebbero avere serie conseguenze per l’integrità del Regno. Il partito SNP, da sempre fautore dell’indipendenza scozzese torna a chiedere un nuovo referendum, che in questo caso potrebbe avere una netta maggioranza di consensi, poiché molti degli scozzesi che avevano votato contro l’indipendenza nel referendum del 2014, devono constatare che le autorità inglesi, che per convincerli a votare “no” avevano messo in evidenza la certa estromissione della Scozia indipendente dall’Unione Europea, ora sono impegnati perché tutto il Regno Unito esca dall’UE.

Uguale sentimento si riscontra nella popolazione dell’Irlanda del Nord. La contrarietà a uscire dalla UE è totale o quasi tra i cittadini di origine irlandese ed è presente in buona percentuale tra quelli di origine britannica. L’uscita potrebbe riportare il territorio dell’Ulster nell’incubo dei “ Troubles”. La soluzione prospettata, di una sostanziale assenza di barriere doganali tra Irlanda e Ulster, conseguirebbe nel tempo un riavvicinamento con il resto dell’isola e un isolamento dalla Gran Bretagna dovuto alle barriere doganali che comunque dovranno essere attive nei porti dell’Ulster. Tutto ciò in una situazione che già oggi vede i cittadini di origine irlandese essere la maggioranza, come si è constatato nelle ultime elezioni dove, per la prima volta, i partiti di riferimento dei nazionalisti irlandesi hanno avuto più voti dei partiti di riferimento degli unionisti britannici.

Una eventuale Scozia indipendente e un’Irlanda del Nord sempre più autonoma potrebbero ambire a rientrare nell’Unione Europea. Ma anche la Brexit non è poi così certa poiché una norma approvata dal parlamento di Londra ha stabilito che l’accordo che regolerà l’uscita dall’Unione Europea dovrà essere sottoposto all’approvazione della Camera dei Comuni per entrare in vigore.

(Top photo: Gibraltar – Steve Flickr 2011 CC BY-SA 2.0)

Bibliografia:
it.wikipedia.org/wiki/Uscita del Regno Unito dall’Unione europea
it.wikipedia.org/wiki/Conflitto nordirlandese
Richard English, La vera storia dell’IRA, Roma, Newton & Compton, 2004
it.wikipedia.org/wiki/Referendum sull’indipendenza della Scozia del 2014
it.wikipedia.org/wiki/Gibilterra