Ponti Rossi Napoli - Rovine dell'antico acquedotto - Baku 2017

Belisario alla conquista di Napoli

Belisarius to the conquest of Naples (Read English version)

La guerra gotica, combattuta dall’imperatore romano d’oriente Giustiniano contro i goti in Italia, vide Napoli due volte sotto assedio. Nel 536 Belisario assediò la città in mano agli ostrogoti. Nel 543 fu il re goto Totila ad assediare e riconquistare Napoli.
Odoacre, dopo aver deposto l’ultimo imperatore Romolo Augusto, pretese di governare l’Italia a dispetto dell’imperatore romano d’oriente Zenone, il quale, per ricondurre la penisola sotto il suo potere, incoraggiò gli ostrogoti guidati da Teodorico a invadere l’Italia, liberandola della presenza di Odoacre.

Nel 489 Teodorico marciò verso le terre italiche alla guida del suo popolo. Era un’orda di oltre 100.000 goti di cui circa 25.000 uomini in armi. Dopo una campagna militare durata cinque anni, sconfisse definitivamente Odoacre impossessandosi di tutto il territorio al sud delle Alpi. Nominato dal senato romano Patrizio d’Italia, governò saggiamente e con moderazione, proteggendo l’autorità religiosa del papa nonostante che i goti fossero di fede ariana. Alla sua morte gli successe il giovanissimo Atalarico. Il regno fu retto dalla madre Amalasunta. A causa della morte precoce del figlioletto, Amalasunta dovette condividere il potere con Teodato, nipote di Teodorico.

Nel 535 Teodato, con un colpo di stato, esautorò la cugina Amalasunta, che tenne prigioniera sull’isola Martana del lago di Bolsena. Amalasunta fu poi strangolata da emissari di Teodato, che divenne l’unico sovrano d’Italia. Giustiniano, imperatore a Bisanzio, colse l’occasione dell’omicidio di Amalasunta per muovere guerra agli ostrogoti che, diventati troppo potenti, rappresentavano un pericolo per il suo impero.

L’imperatore affidò il comando dell’esercito al “magister militium” Flavio Belisario. Belisario, che era nato in Germania nell’anno 500, già aveva comandato le truppe bizantine nel 533 conducendole vittoriosamente nella “guerra vandalica”, con la quale conquistò l’Africa settentrionale che era sotto il dominio dei vandali.

Nel 535 il generale Belisario mosse contro gli ostrogoti nella cosiddetta “guerra gotica”. Sbarcò in Sicilia e in poco tempo la sottomise. Palermo fu conquistata dalla flotta bizantina con una originale trovata. Gruppi di arcieri furono sistemati sulle scialuppe di salvataggio della flotta per superare l’ostacolo rappresentato dalle mura difensive di fronte al porto. Le scialuppe furono issate in alto con verricelli attaccati agli alberi delle navi. Da quella posizione gli arcieri furono in grado di bersagliare i difensori di Palermo al di là delle mura. I soldati, da terra, scalarono i bastioni trovando poca resistenza. I bizantini poterono così penetrare in città dove i difensori, rinunciando alla battaglia, si arresero.

I siciliani, stanchi dei soprusi dei goti, avevano infine ben accolto i bizantini guidati da quel saggio di Belisario il quale, per ottenere il favore degli isolani, distribuì monete d’oro al popolo.

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Belisario non si adagiò sugli allori. Subito dopo la conquista della Sicilia inviò un corpo di spedizione in Dalmazia, al cui comando era il generale Mundo, per sottrarre anche quella terra al potere dei goti. Il generale bizantino Mundo, avendo perso il figlio in una battaglia in Dalmazia, si avventò sui goti per vendicarsi. I goti furono sopraffatti. Nell’inseguimento che seguì la disfatta uno dei soldati della retroguardia gota colpì a morte il generale Mundo che morì sul campo di battaglia.

In un primo momento il re dei goti Teodato sembrava deciso di accordarsi con i bizantini per la cessione dell’Italia all’imperatore Giustiniano in cambio di soldi. La notizia dell’uccisione di Mundo diede coraggio a Teodato che rinunciò ad arrendersi. Belisario imbarcò le sue truppe e dalla Sicilia raggiunse Reggio Calabria. A difesa della Calabria c’erano truppe guidate da Ebermore, genero di Teodato, le quali però si diedero alla fuga rinunciando a combattere. Belisario e le sue truppe iniziarono la marcia verso Roma.

Il generale, con il suo esercito forte di 7200 cavalieri e 3000 fanti, rinforzati da truppe assoldate in Sicilie, conquistò tutte le roccaforti e le cittadine che incontrava sul suo cammino, poiché non voleva correre il pericolo di essere attaccato alle spalle da avamposti goti presenti nelle città del sud. Nel 536, conquistata pacificamente Salerno che si era arresa ben volentieri al generale Belisario, preferendo la dominazione bizantina a quella ostrogota, mise sotto assedio la città di Napoli.

Belisario cercava in ogni modo di evitare scontri e perdite di tempo tipiche di un assedio. Invitò i napoletani a una trattativa. I napoletani incaricarono Stefano, una delle persone più in vista della città, di recarsi nel campo bizantino per colloquiare con Belisario. Il generale invitò i napoletani alla resa, prospettando agli stessi tutti i vantaggi che la Sicilia e le altre città che si erano sottomesse avevano potuto godere. Stefano rappresentò le richieste bizantine alla popolazione di Napoli che era propensa ad accettare, onde evitare lutti e sofferenze. La parte di popolazione legata ai goti per affari e prebende si oppose alla resa.

Due esponenti dei partigiani gotici, Pastore e Asclepiodoto, con un fluente parlare convinsero il popolo a fare ulteriori richieste a Belisario, nella segreta speranza di un rifiuto. Stefano ritornò in campo nemico e fece presente le ulteriori richieste. Sorprendentemente Belisario accettò le stesse senza alcuna condizione. Ritornato in città e informata la popolazione, i due rappresentanti dei conservatori misero in dubbio la volontà di Belisario di rispettare le condizioni concordate una volta che fosse entrato in città. Di fronte a questa prospettiva la popolazione di Napoli decise di resistere all’assedio.

Passarono mesi, le truppe bizantine erano bloccate in inutili tentativi di superare le difese della città, che era fornita di alte mura. L’interruzione dei rifornimenti e della fornitura idrica che i bizantini avevano provocato deviando l’acquedotto di Serino, non piegarono il popolo napoletano poiché la città aveva grossi silos pieni di grano e pozzi all’interno delle mura che permettevano agli abitanti di sopravvivere senza grossi problemi.

Mentre Belisario stava valutando se fosse stato meglio abbandonare l’assedio per proseguire verso Roma, suo principale obiettivo, un isauro, appartenente agli ausiliari dell’esercito, fece una importante scoperta. Egli era uno dei numerosi isauri, una popolazione dell’Asia Minore, che erano stati ingaggiati come mercenari nell’esercito bizantino. Questo milite fu preso dalla curiosità di esplorare gli anfratti dell’acquedotto che, prima dell’interruzione delle forniture idriche voluta da Belisario, riforniva d’acqua Napoli. All’altezza della cinta difensiva incontrò un cunicolo che passava al di sotto delle mura. Era la conduttura attraverso la quale il rifornimento idrico entrava in città. Questo cunicolo, che si trovava nel lato nord ovest delle mura, all’altezza dell’odierna via Carbonara, era troppo stretto perché un uomo lo potesse attraversare.

«Nacque in tale degli Isauri la brama di conoscere la struttura dell’acquidotto, e come ne avessero i cittadini l’acqua. Entratovi pertanto, lunge dalla città e per la rottura fattavi da Belisario, a tutto bell’agio ne trascorse una parte senza rinvenirvi, in causa del taglio, un filo d’acqua. Se non che vicino alle mura fu arrestato da un sasso enorme ivi giacente per opera non umana, ma della natura stessa, mentre i vecchi artefici dell’acquidotto sollecitati a proseguire il lavoro aveanlo forato quel tanto ch’era mestieri al corso dell’acqua non già al valicare d’un uomo.» (Procopio, De Bello Gothico)

La scoperta del soldato fu riferita a Belisario che decise di far allargare la breccia per far entrare i suoi uomini all’interno delle difese avversarie. Prima però volle fare un ultimo tentativo per evitare la battaglia che si sarebbe conclusa con un grande spargimento di sangue e il successivo saccheggio a cui sarebbe stata sottoposta la città vinta. Mandò un suo ambasciatore a parlamentare con le autorità cittadine sollecitando la resa in cambio della concessione di tutti i benefici richiesti da Stefano nell’ultimo incontro. All’ennesimo rifiuto Belisario diede ordine di procedere.

Quattro robusti soldati, armati di picconi, furono guidati dall’isauro alla breccia dell’acquedotto. In poco tempo allargarono il condotto tanto quanto bastava che uomini armati potessero strisciare al suo interno. Nella notte 400 soldati erano pronti in fila indiana per l’attraversamento. Per distogliere l’attenzione dei difensori gli assedianti bizantini fecero un gran chiasso con canzoni, grida, improperi contro i napoletani. Il primo soldato che attraversò il condotto sbucò nel cortile di una casa, situata nei pressi dell’attuale chiesa di Santa Sofia, abitata da una vedova. La donna fu zittita sotto minaccia di morte. Sveltamente e silenziosamente tutti i 400 soldati, accompagnati da alcuni trombettieri, passarono per il cunicolo.

Nel frattempo le truppe bizantine che si trovavano fuori le mura si prepararono per la battaglia. Gli ausiliari avevano preparato un gran numero di scale per superare le mura. I soldati penetrati all’interno della città uccisero gli uomini di guardia e i difensori che si trovavano sui bastioni. I trombettieri diedero il segnale convenuto alle truppe esterne. Al segnale i soldati si precipitarono verso le mura ma con grande disappunto si resero conto che le scale preparate erano troppo corte per superare l’ostacolo. In gran fretta le scale furono legate a due a due per allungarle. Finalmente un gran numero di soldati riuscì a penetrare in città. Si accese la battaglia con le truppe che erano a difesa. I soldati bizantini riuscirono ad aprire alcune porte della città, altre furono incendiate dall’esercito assediante. Tutte le truppe entrarono in città.

La mattina vide l’esercito bizantino sconfiggere i difensori napoletani. Iniziò il saccheggio, quello che Belisario voleva evitare a tutti i costi. Ci furono eccidi di innocenti, donne violentate, bambini tratti schiavi. Le cose di valore furono asportate dalle case. Numerosi abitazioni furono incendiate, spesse insieme agli abitanti delle stesse.

Belisario preoccupato dalle tristi conseguenze del saccheggio in corso e desideroso di stringere alleanza con il popolo napoletano, parlò alle sue truppe ordinando la fine delle violenze. Fece liberare uomini, donne e bambini che poterono rientrare nelle loro case, restituendo gran parte dei beni saccheggiati. Nonostante l’intervento del generale le vittime napoletane furono tantissime. Negli anni seguenti la città dovette essere ripopolata da genti provenienti dall’Italia meridionale, dalla Sicilia e dall’Africa settentrionale.

Pastore e Asclepiodoto, che si erano adoperati per la la resistenza ad oltranza, fecero una brutta fine. Pastore per il timore delle conseguenze del suo operato fu colto da un colpo apoplettico e morì. Asclepiodoto catturato e portato al cospetto del generale bizantino ne invocò il perdono. Stefano, che si era inutilmente prodigato per evitare le dolorose conseguenze della sconfitta, si oppose. Belisario consegnò Asclepiodoto alla popolazione napoletana che lo linciò facendone a pezzi il cadavere. Napoli, per la prima volta nella sua storia, era stata sconfitta dopo un assedio.

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Dopo la disfatta napoletana, serpeggiò tra i goti la ribellione contro il loro re Teodato, che fu accusato di non aver inviato per tempo rinforzi a Napoli. Teodato fu deposto a furor di popolo e fu nominato re dei goti Vitige.

Conquistata e pacificata Napoli, Belisario poté rivolgere la sua attenzione verso Roma. Emissari del governo romano vennero incontro al generale aprendo le porte della città eterna ai bizantini. I soldati dell’impero romano d’oriente entrarono nell’Urbe senza colpo ferire e senza che la guarnigione ostrogota, che era di stanza in città, muovesse un dito per impedirne la conquista. Il capo degli ostrogoti Leutari fu inviato a Bisanzio per consegnare le chiavi di Roma all’imperatore Giustiniano. Seguendo l’esempio di Roma tutte le città del Lazio si arresero.

Nel 541 fu acclamato re dei goti Totila. Era il successore di Erarico, a sua volta successore di Ildibardo che aveva preso il posto di Vitige, sconfitto da Belisario e inviato prigioniero a Bisanzio.

Totila, consapevole della potenza bizantina, iniziò una politica di rappacificazione con le genti italiche. Promosse una riforma agraria espropriando i grandi proprietari terrieri, tutti favorevoli ai bizantini, e distribuendo la terra ai contadini su base egualitaria. Per contrastare la supremazia della flotta dell’impero romano d’oriente si impegnò nella costruzione di una forza navale. Inoltre per evitare di dover fare assedi in una logorante guerra di posizione, ogni città conquistata dai goti veniva privata delle mura difensive.

Il re goto ingaggiò con i bizantini una strana guerra, fatta di attacchi e ritirate. Totila cercava di non impelagarsi in battaglie con il grosso dell’esercito di Bisanzio, per evitare sconfitte dovute alla migliore organizzazione e al più elevato numero di soldati nemici. Attaccare, fare il maggior danno possibile e fuggire, questa era la strategia di Totila. Rinunziò all’assedio di Roma, ben difesa dai bizantini e si diresse verso Napoli per tentarne la riconquista.

Nel 542, giunto sotto le mura della città, mandò suoi emissari a chiedere ai napoletani la resa spontanea. Dopo il rifiuto ad arrendersi Totila cinse d’assedio Napoli. La poche truppe comunque non permisero un completo accerchiamento. I goti si limitarono a controllare le vie di accesso per impedire i rifornimenti. Una flotta bizantina, comandata da Demetrio, accorse in aiuto dei napoletani. Demetrio aveva con sé molte derrate alimentari ma pochi soldati. Totila, intuito che la flotta nemica era quasi indifesa, armò dei barconi in grado di trasportare un gran numero di combattenti e affrontò le navi bizantine, sconfiggendo i pochi difensori delle stesse.

Rinforzi bizantini, guidati da Massimino, erano fermi a Siracusa per timore di affrontare i goti. Il Dux di Napoli, Conone, mandò emissari in quella città per sollecitare Massimino a intervenire con la sua flotta in aiuto dei napoletani. Le navi bizantine, partite alla volta di Napoli, incontrarono una forte tempesta. I comandanti della spedizione: Demetrio, Faza e Erodiano furono costretti ad attraccare in territorio nemico. Furono attaccati e sconfitti. Demetrio, uno dei pochi superstiti, fu catturato e inviato a Napoli, a parlamentare con i difensori partenopei per invitarli alla resa. Totila dal canto suo promise un onorevole trattamento in virtù della resistenza che la città aveva fatto in occasione dell’assedio dei bizantini.

La città di Napoli resistette ancora un mese poi, a causa della mancanza di cibo, si arrese a Totila aprendo le porte alle truppe gotiche.

Solo dopo la nomina di Narsete quale comandate delle truppe in Italia, Bisanzio riuscì a sconfiggere definitivamente i goti. Quel popolo fu cacciato dall’Italia e disperso in Europa. Napoli tornò a essere bizantina. Nel VII secolo si trasformò in ducato indipendente che durò fino al 1137 quando fu conquistato dai normanni.

(Foto in alto: Ponti Rossi – Rovine dell’antico acquedotto – Baku 2017 – CC BY SA 3.0)

Bibliografia:
Procopio, De Bello Gothico
Giorgio Ravegnani, Soldati e guerre a Bisanzio: il secolo di Giustiniano, Il Mulino, Bologna 2009
it.wikipedia.org/wiki/Guerra gotica (535-553)
arsbellica.it/pagine/battaglie in sintesi/Assedio di Napoli 536
it.wikipedia.org/wiki/Assedio di Napoli (536)