Surema, comandante dei Parti - National Museum of Iran - Aytachin

La legione perduta e ritrovata

The lost Roman legion (Read English version)

Nel 53 a.C. il corpo di spedizione romano che intendeva conquistare l’Impero Partico fu sconfitto a Carre, nella Turchia meridionale. Dopo 33 anni i romani chiesero la restituzione di 10.000 prigionieri, ma non fu restituito nessun legionario. Di essi si è trovata traccia in Cina.

Marco Licinio Crasso, il 61enne console romano, diventato immensamente ricco per merito della sua fortunata vita politica, voleva chiudere la sua carriera militare con una grande vittoria, conquistare l’impero dei parti.

Crasso aveva sconfitto i sanniti durante la “guerra civile” nell’82 a.C. Era il glorioso condottiero dell’ala destra dell’esercito che difendeva Roma. Respinse le preponderanti forze sannite a Porta Collina permettendo a Silla di contrattaccare e sconfiggere le truppe nemiche. Crasso poi comandò le legioni che invasero il Sannio, vendicandosi della sconfitta e della successiva umiliazione delle “Forche caudine” sofferta dalle legioni romane nel 321 a.C.

Marco Licinio Crasso era anche intervenuto con le sue legioni nella terza guerra servile del 71 a.C. contro Spartaco, lo schiavo gladiatore che era riuscito a mettere insieme un temibile esercito, tenendo in scacco le legioni romane per lungo tempo. Nella battaglia combattuta nei pressi del fiume Sele, le legioni romane guidate da Crasso sconfissero gli uomini guidati da Spartaco. Sessantamila ribelli furono massacrati sul campo di battaglia. Altri seimila furono catturati. Durante la marcia di ritorno verso Roma, Crasso fece crocifiggere tutti i prigionieri lasciando i corpi appesi ai pali eretti ai lati della via Appia, quale monito per altri che avessero voluto emulare le gesta del gladiatore ribelle.

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Nel 53 a.C. Crasso decise di organizzare una spedizione contro i parti, gli antichi abitanti della Turchia meridionale, dell’Iraq, dell’Iran e dell’India occidentale, volendo unire all’impero anche quell’enorme fetta di territorio. Mise insieme un esercito reclutando i suoi uomini in tutta la penisola. Il tribuno della plebe, Ateio Capitone, facendosi interprete del disagio di chi, tra gli strati più umili della popolazione dell’Urbe, era stato forzosamente reclutato, si oppose alla spedizione organizzata da Crasso. Il tribuno però non trovò ascolto favorevole in senato e le legioni partirono alla volta della Turchia facendo tappa a Napoli e Brindisi, dove si imbarcarono su numerose “naves onerariae”. Queste erano imbarcazioni da carico che, all’occasione, venivano utilizzate anche per il trasporto truppe. Erano affiancate da navi militari, triremi e quadriremi, che operavano da scorta al convoglio. Il mare non fu clemente, alcune tempeste incontrate nel mar Ionio provocarono l’affondamento di alcune navi. Il convoglio attraccò sulla costa occidentale della Turchia sbarcando circa 45.000 uomini, ricomposti in dodici legioni formate ognuna da 3.800 uomini con equipaggiamento di fanteria pesante.

La forza espressa dalle sue legioni, portò Crasso a sottovalutare il valore degli avversari. Questa leggerezza gli fece compiere alcuni errori marchiani, come quello di puntare diritto sul proprio obiettivo, Seleucia, una delle città più importanti dell’impero partico, dichiarandolo apertamente all’ambasciatore dei nemici.

Conoscendo gli obiettivi e il percorso delle truppe nemiche, i generali dei parti ebbero la possibilità di scegliere il luogo dello scontro. La battaglia si accese al confine tra la Turchia e la Siria, vicino alla città di Carre (oggi Harran). I romani si trovarono ad affrontare per la prima volta un’arma a loro sconosciuta, l’arco riflesso, o meglio retroflesso, che era in dotazione ai reparti di arcieri nemici. Quell’arco, che era costruito con tecniche mongole e cinesi, era in grado di lanciare frecce con una potenza incredibile, quattro volte superiore agli archi tradizionali. Gli arcieri dell’esercito partico riuscivano a colpire il nemico già a 400 metri di distanza.

Una pioggia di frecce cadde sui soldati romani. Il quadrato, tipica formazione di battaglia che veniva protetta dagli scudi allineati a forma di testuggine, si rivelò insufficiente. Anche se in piccola percentuale, le frecce che riuscirono a incunearsi tra gli scudi e colpire i soldati, alla fine, furono tante da decimare pesantemente gli uomini delle legioni. Anche Publio, figlio di Crasso, che era corso in aiuto della fanteria in difficoltà con i suoi mille cavalieri, fu sopraffatto dalle frecce nemiche. Furono tutti uccisi. La testa di Publio Crasso fu lanciata tra le truppe romane.

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Marco Licinio Crasso, stroncato dal dolore per la morte del figlio e consapevole dell’imminente sconfitta, si ritirò nella sua tenda lasciando il comando ai suoi generali. I caduti tra i legionari furono diverse migliaia. La resa dei romani, accettata da Surema, il comandante delle truppe nemiche, si rivelò una trappola. Crasso fu ucciso e decapitato. A fine battaglia circa 15.000 militari romani erano prigionieri del parti.

Dopo 33 anni le legioni di Marco Antonio riuscirono nell’impresa non riuscita a Crasso, sconfiggendo definitivamente quel popolo. Alla stipula del trattato di pace Roma chiese la restituzione dei propri soldati che nel 53 erano stati fatti prigionieri. Solo poche decine di essi furono riconsegnati ai romani. Le autorità mediorientali avevano perso le tracce degli altri 15.000.

I parti utilizzavano i prigionieri di guerra per quello che sapevano fare meglio, combattere. Venivano inviati a presidiare i lontani confini dell’impero. Plinio riporta che circa 10.000 soldati romani catturati a Carre furono inviati al confine con la Mongolia per contrastare le orde Unne che cercavano di penetrare nei territori sotto il dominio partico.

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Nel 1955 uno storico americano, Homer Hasenpflug Dubs, scoprì che Bau Gau, storico cinese vissuto nel 1° secolo d.C., nella sua storia della dinastia Han racconta che la città di Zhizhi, situata al confine con la Mongolia, fu conquistata dai cinesi. Quella città, che oggi viene identificata nella attuale Dzhambul in Uzbekistan, presentava sistemi difensivi simili a quelli utilizzati dall’esercito romano, sconosciuti nella tradizione militare cinese. Inoltre i difensori della città utilizzarono nella battaglia contro gli invasori la tipica formazione a testuggine delle legioni romane. I prigionieri di quella battaglia, circa 200, furono trasferiti in una località che venne chiamata Lijian, che significava “legione” o “Impero Romano”. Oggi quel villaggio viene identificato con l’odierna città di Zheilaizhai. Sono state ritrovate tracce della città di Lijian su antiche carte topografiche che risalgono al 20 a.C., l’anno della vittoria di Marco Antonio sui Parti.

Questa storia ha un seguito ancora più sorprendente poiché uno studioso turco ha ricordato che il clan turco Ashina, uno dei popoli fondatori della nazione turca, proveniva proprio dalla cittadina di Zheilaizhai. Si può quindi ipotizzare un ritorno in occidente di una parte dei discendenti dei legionari dispersi in Cina, spinti dalla nostalgia di quel mondo che i loro padri avevano lasciato contro la loro volontà.

Furono molti gli studiosi europei e cinesi che approfondirono le ricerche fatte dell’americano Dubs. Scavi effettuati nei dintorni della località cinese portarono alla scoperta di fortificazioni costruite con pali di legno accostati a forma di palizzate, cioè il sistema difensivo del “castrum” romano. Al contrario i sistemi di difesa passiva cinesi prevedevano il doppio muro, costruito in pietra e ricolmo di terra. Si riscontrarono altresì fattezze occidentali in numerosi abitanti di Zheilaizhai: capelli biondi, nasi occidentali, altezza inconsueta per i cinesi. Un’altra particolarità di questo popolo era la tradizione della tauromachia, che veniva espressa con il sacrificio di buoi e tori in alcune ricorrenze, presente tra i romani ma del tutto sconosciuta ai cinesi.

Gli studi sulle origini degli abitanti di questa cittadina cinese furono ostacolati dalle autorità di quel paese a causa della riluttanza che aveva Mao Tze Tung nel riconoscere influenze straniere sul popolo cinese. Recentemente sono stati fatti ricerche sul DNA di diversi abitanti della città, riscontrando un’alta percentuale di genoma d’origine caucasica.

Se la storia fosse confermata da ulteriori ricerche confermerebbe che i collegamenti e gli scambi tra la Cina e l’Europa furono di milletrecento anni precedenti il viaggio di Marco Polo, anche se comunque i romani mantenevano rapporti con la lontana Cina attraverso scambi che avvenivano con l’intermediazione dei popoli orientali sotto il loro dominio. Roma importava tessuti di seta, prodotti esclusivamente in quel lontano paese, che venivano utilizzati dalle ricce famiglie patrizie.

Oggi gli abitanti di Zheilaizhai cercano di sfruttare turisticamente la loro presunta origine romana. Hanno costruito un padiglione a somiglianza degli antichi templi romani, con la riproduzione di statue dell’antica Roma e con un bassorilievo di marmo che ricorda la storia della legione perduta e la probabile discendenza occidentale degli abitanti della cittadina.

Bibliografia:
Angelo Paratico, La leggenda o la storia della legione romana finita in Cina, lanostrastoria.corriere.it, 2017/02/14
www.romanoimpero.com/2013/01/la legione cinese