Dieci ducati del Banco delle due Sicilie

La grande truffa della banca romana

The great froud of the Banca Romana (Read English version)

Nel 1890 i sei istituti di emissione facevano a gara a stampare banconote senza le relative coperture. La Banca Romana addirittura stampò carta moneta doppiando i numeri di matricola. Un grande scandalo politico e finanziario coinvolse tutte le istituzioni dello stato.

Nel 1860, dopo l’unità d’Italia, si presentò l’esigenza di procedere a un riordino del sistema bancario che risultava frammentato a causa delle tante entità statali presenti nella penisola prima della riunificazione della stessa. Cavour, nel breve periodo in cui sopravvisse all’unità d’Italia, cercò di unificare le varie banche di emissione, conscio dei pericoli derivanti dalle tante entità che avevano questa facoltà. Fu ostacolato dai vari potentati economici e dai politici locali che non volevano perdere i privilegi acquisiti. Nonostante le opposizioni al progetto, il disegno di legge che regolava gli istituti di emissione fu approvato.

La situazione ante unificazione vedeva una miriade di banche emittenti. Il Regno di Sardegna aveva come istituto emittente la Banca Nazionale degli Stati Sardi. Nel Lombardo-Veneto era attiva la Banca Nazionale Austriaca di Vienna. Lo Stato Pontificio si avvaleva della Banca dello Stato Pontificio che fu poi affiancata dalla Banca delle 4 Legazioni. Il Regno di Sicilia al di qua del Faro (Regno di Napoli) ebbe come istituto di emissione il Banco delle due Sicilie che poi prese il nome di Banco di Napoli. Il Regno di Sicilia al di là del Faro (Regno di Sicilia) faceva capo al Banco dei Reali Domini poi Banco di Sicilia, di proprietà del Banco di Napoli. Il Granducato di Toscana si avvaleva della Banca Nazionale Toscana e della Banca Toscana di Credito. Il Ducato di Parma era servito dalla Banca di Parma.

Questo elenco non era esaustivo poiché moltissime banche usavano emettere carta moneta in modo arbitrario, in alcuni casi sottoforma di assegni circolari, cambiali al portatore o biglietti fiduciari.

Dopo che si ebbe completata l’unificazione dell’Italia, le banche emittenti si ridussero a sei grazie alla legge voluta dal Cavour:
Banca Nazionale del Regno d’Italia, nata dell’unione della Banca Nazionale degli Stati Sardi con la Banca di Parma, la Banca delle 4 legazioni e lo Stabilimento Mercantile di Venezia che, creato a ridosso dell’annessione del Veneto all’Italia non era operativo, fu la più importante banca emittente,
Banco di Napoli,
Banco di Sicilia,
Banca Nazionale Toscana,
Banca Toscana di Credito.
A queste si unì, dopo la breccia di Porta Pia, Banca Romana di Credito ex Banca dello Stato Pontificio.

La sorveglianza sul sistema bancario non fu normata. Il potere politico, nella persona del primo ministro o del ministro del Tesoro, esercitava un controllo sulle banche in maniera estemporanea, nel momento che venivano alla luce fatti o sospetti che consigliavano un intervento. Il buon andamento del sistema delle emissioni era delegato alle istituzioni bancarie e alla onestà dei dirigenti di questi istituti, nonostante le chiacchiere e i sospetti relativi ad attività opache di alcune di queste banche.

La circolazione monetaria soffriva di questo frazionamento. Le banconote emesse dai vari istituti non erano tutte ben accette. In generale la carta-moneta emessa dalla Banca Nazionale del Regno d’Italia godeva di una buona accoglienza su tutto il territorio nazionale, perché questo istituto era presente con numerose filiali in tutte le regioni. Le emissioni degli altri istituti avevano perlopiù una circolazione regionale.

NOVECENTO
Napoli e napoletani del XX secolo
Silvano Napolitano 
AMAZON.IT

Nel 1889 il membro del parlamento Giovanni Nicotera, uno dei trecento eroi di Sapri guidati da Carlo Pisacane, voleva che il direttore del Banco di Napoli, Girolamo Giusso, fosse estromesso dall’istituto. Il suo collega di partito Francesco Miceli, ministro dell’industria, sollecitato dal primo ministro Francesco Crispi, dispose una ispezione nei confronti dell’istituto napoletano, per verificare eventuali irregolarità e costringere alle dimissioni il direttore generale. Incaricato dell’ispezione fu il deputato Giacomo Alvisi, presidente della Corte dei Conti. Fu affiancato in questo compito dai funzionari ministeriali Antonio Monzilli e Gustavo Biagini. Per non creare sospetti e per superare eventuali opposizioni politiche l’incarico ispettivo fu esteso a tutte le sei banche di emissione.

L’ispezione al Banco di Napoli non riscontrò irregolarità di particolare rilievo e la stessa si chiuse positivamente. Quindi il suo direttore generale Girolamo Giusso non dovette dare le dimissioni come avevano sperato l’onorevole Nicotera e il ministro Miceli. L’ispezione presso la Banca Romana di Credito riscontrò, al contrario, delle gravi irregolarità. A fronte dei 60 milioni di banconote autorizzate ne risultavano stampate ben 113 milioni. Le banconote in eccesso erano state prodotte, secondo la motivazione ufficiale, per sostituire i biglietti di banca usurati che avrebbero dovuto essere distrutti. Non si trovò traccia della distruzione degli stessi. In pratica era stata emessa cartamoneta duplicando numeri di serie già in circolazione. Queste emissioni abusive servivano a coprire la precaria situazione finanziaria della banca causata da crediti elargiti troppo facilmente e mai rientrati. Questi crediti, concessi per lo più a costruttori ma non solo, erano stati utilizzati nella trasformazione edilizia di Roma con la costruzione dei nuovi quartieri residenziali destinati alla borghesia impiegatizia della capitale. Molti dei nuovi appartamenti erano rimasti invenduti a causa della crisi immobiliare di quegli anni.

Il ministro Miceli fu reso edotto della grave situazione dal funzionario Biagini, il quale non recedette dal suo resoconto neanche in presenza di ammonimento e accuse di falso che gli vennero mosse per costringerlo ad ammorbidire la sua relazione. Biagini, ad ogni buon conto, consegnò una copia della stessa al senatore Alvisi.

Bernardo Tanlongo
Bernardo Tanlongo

Il governatore della Banca Romana, Bernardo Tanlongo, venne convocato dal ministro. Di fronte all’evidenza dei fatti, con le banconote firmate dallo stesso Tanlongo e dal cassiere generale della banca Lazzaroni, non gli restò che ammettere l’irregolarità. Il governatore si affrettò a rassicurare il ministro affermando di avere già preso accordi per un prestito con la Banca Nazionale del Regno d’Italia a copertura totale dell’ammanco riscontrato. Il prestito non bastò a ripianare completamente le emissioni abusive. Tanlongo procedette pertanto all’apertura di una serie di conti correnti fittizi per un saldo totale di 6 milioni, per reperire, solo contabilmente, l’importo necessario alla sopravvivenza della banca. Il resoconto dell’ispezione, stilato dal Biagini, venne tenuto riservato.

Nonostante il segreto apposto alla relazione, voci del disastro finanziario si rincorrevano in parlamento, dove la sinistra aveva presentato da tempo una proposta di legge per la creazione della Banca d’Italia cui affidare le emissioni di banconote. Giovanni Giolitti, ministro del Tesoro, fu costretto a ordinare una seconda ispezione alla Banca Romana, per verificare lo stato di avanzamento del risanamento dell’istituto. I risultati della verifica misero in luce la creazione dei falsi conti correnti. Ancora una volta si trovò il modo di coprire lo scandalo con una relazione più favorevole redatta dal funzionario ministeriale Antonio Monzilli.

NAPOLI AL TEMPO DI …
Episodi e personaggi della storia partenopea
Silvano Napolitano
AMAZON.IT

Il senatore Alvisi, gravemente ammalato, prima di morire consegnò la prima relazione ispettiva, fattagli pervenire dal Biagini, al suo collega e amico senatore Leone Wollemborg, con l’impegno di divulgarla dopo il suo decesso. Il senatore, compresa la gravità della situazione, dopo la morte di Alvisi passò tutto il fascicolo al direttore del Giornale degli Economisti, Maffeo Pantaleoni, affinché lo stesso fosse pubblicato. La sere precedente l’uscita del giornale, alle 22 del 10 dicembre del 1892, Pantaleoni incontrò in parlamento il deputato Napoleone Colajanni e lo mise a corrente della situazione.

Il giorno seguente, alla fine della discussione su un disegno di legge che prevedeva la proroga di sei anni dell’emissione forzosa di banconote da parte dei sei istituti di emissione, Napoleone Colajanni si alzò nell’aula del parlamento e raccontò tutto quello di cui era a conoscenza. Denunciò i brogli del governatore della Banca Romana Bernardo Tanlongo, del capo-cassiere Lazzarini e del revisore capo Principe Torlonia. In quella banca era tutto falso o truffaldino: emissioni abusive, montagne di cambiali a cui era stata ritoccata la data di scadenza in anni a venire, conti correnti farlocchi. Addirittura le tre chiavi del tesoro, che dovevano essere in possesso di tre diversi dirigenti della banca, erano nella disponibilità del solo governatore. Nottetempo Tanlongo e suo figlio Pietro apponevano le firme sulle banconote con dei timbri falsi nella cantina della loro casa.

Venne inoltre denunciato che, tra i debitori insolventi dell’istituto, oltre a esserci lo stesso Tanlongo e il Principe Torlonia per una notevole cifra, erano presenti numerosi politici, giornalisti, imprenditori, dirigenti dei ministeri, maneggioni.

Le personalità più note coinvolte nello scandalo furono il re Umberto I, il giornalista Rocco De Zerbi e l’onorevole Giovanni Giolitti.

Risultò che Tanlongo aveva girato a Umberto I ingenti somme, senza alcuna giustificazione finanziaria. Somme che, sembra, furono accantonate in un fondo segreto per finanziare le scappatelle amorose del re, tra le quali la più dispendiosa era la Duchessa Litta Visconti Arese. Queste somme non furono nemmeno citate negli atti del successivo processo per evitare che venisse coinvolta la casa reale.

Rocco De Zerbi era stato un garibaldino della prima ora che poi aveva militato nell’esercito italiano, guadagnandosi una medaglia d’oro per la cattura del brigante Carmine Crocco detto Donatello. Era diventato uno dei più noti e seguiti giornalisti, fondatore del quotidiano “Il Piccolo” di Napoli. Si fece dare dal Tanlongo ben mezzo milione di lire per orchestrare una campagna di stampa tesa a coprire le responsabilità dello scandalo, oltre a operare in favore della cricca nella commissione parlamentare della riforma bancaria di cui era segretario.

Crispi e ministri al Quirinale nel capodanno 1888 - D. Paolocci
Crispi e ministri al Quirinale nel capodanno 1888 – D. Paolocci

Un pacco di documenti relativi alle malefatte, comprese anche lettere d’amore della seconda moglie di Francesco Crispi indirizzate al suo maggiordomo, venne venduto da Alberto Lanti e da una camiciaia a un funzionario ministeriale licenziato in seguito allo scandalo. Alberto Lanti era il figlio di Achille Lanti, il maggiordomo di casa Crispi, amante della moglie dello stesso, Lina Barbagallo, che era morto in circostanze misteriose. Giovanni Giolitti, coinvolto nello scandalo della Banca Romana e costretto alle dimissioni da ministro dal capo del governo Francesco Crispi, venne in possesso del plico e, dopo un discorso alla camera dove rivendicava la sua onestà, depositò lo stesso sul tavolo della presidenza. Il plico venne affidato a una commissione e il contenuto fu reso noto all’assemblea dopo che era stato depurato dalla corrispondenza privata intercorsa tra la moglie del Crispi e il suo maggiordomo.

Nel gennaio del 1893 si fece viva la magistratura emettendo una raffica di mandati di cattura. Vennero rinchiusi in cella Tanlongo padre e figlio, Lazzarini e suo nipote Michele, Torlonia, Monzilli. Per evitare l’arresto Tanlongo padre si spacciò per senatore del Regno, ma venne smentito dal presidente del senato, poiché la proposta di nomina a senatore di Tanlongo, presentata tempo prima, non era mai stata ratificata dal re. Alcuni giorni dopo venne arrestato il direttore generale del Banco di Napoli, Vincenzo Cuciniello, anche lui coinvolto nei maneggi della Banca Romana. Cuciniello tentò di evitare l’arresto e darsi alla fuga travestendosi da prete.

LA CARITA’ CARNALE E ALTRE STORIE
Silvano Napolitano
AMAZON.IT

Bernardo Tanlongo coinvolse negli interrogatori uomini politici di primo piano che avevano usufruito di ingenti prestiti mai restituiti. Vennero tirati in ballo capi di governo, ministri e parlamentari. A questo riguardo ci fu la testimonianza del funzionario di polizia Ferdinando Montalto che, nonostante fosse stato minacciato, non esitò a raccontare quello di cui era stato testimone. Nella perquisizione fatta in casa di Tanlongo e negli uffici della banca furono ritrovati una miriade di documenti sui quali risultavano timbri ufficiali del senato e della camera oltre che di vari ministeri, o che comunque erano firmati da politici. Al termine delle perquisizioni Montanto raccolse tutti questi documenti in due enormi plichi da sigillare e da inviare alla magistratura. A causa dell’ora tarda Montalto fu invitato dal suo superiore a tornare a casa. La mattina seguente, recatosi negli uffici della banca per ritirare i plichi, trovò solo due piccoli fascicoli, chiusi e protocollati. Tutti i documenti che riconducevano a uomini politici erano spariti. Montalto firmò il relativo verbale sotto minaccia di gravi ritorsioni.

Emanuele Notarbartolo era governatore del Banco di Sicilia dal 1876. Aveva avuto il compito di risanare l’istituto dei tanti crediti incagliati. Fu fatto oggetto di minacce gravi. Fu anche rapito nell’aprile del 1881 e per la sua liberazione fu pagato un riscatto. Notarbartolo non si fece intimorire e operò per il rientro dei crediti, utilizzando anche le procedure legali contro politici e autorità inadempienti. Il governatore del Banco di Sicilia fu convocato dal giudice istruttore romano nel corso dell’inchiesta della Banca Romana per testimoniare su vicende che riguardavano esponenti politici siciliani. Il 1 gennaio del 1893, mentre era in treno per raggiungere Roma, Notarbartolo fu messo a tacere per sempre, ucciso con 23 pugnalate da Matteo Filippello e Giuseppe Fontana, due piccoli malavitosi legati a “Cosa nostra”. Raffaele Palizzolo, deputato e amministratore del Banco di Sicilia, fu accusato quale mandante dell’omicidio. Fu assolto in Corte d’Appello per insufficienza di prove.

Il processo Banca Romana, che vide implicati solo le ultime ruote del carro del malaffare bancario, cioè il Tanlongo e i suoi complici, tenne fuori una pletora di personalità politiche e civili, nonostante tutte le accuse e le prove accumulate. La magistratura, che la stampa dell’epoca giudicò genuflessa al potere politico, probabilmente si rese conto che fare vera giustizia avrebbe comportato la decapitazione delle principali istituzioni dello stato, a iniziare dal governo e dal parlamento. Ma i giudici non punirono anche chi materialmente aveva agito. Furono tutti assolti, a iniziare dal governatore Tanlongo che, personalmente, non si era appropriato di fondi. Risultò infatti che egli aveva illecitamente beneficiato di solo 4000 lire, circa 16.000 euro attuali.

La vicenda della Banca Romana creò le basi parlamentari per l’approvazione della legge che istituiva la Banca d’Italia nel 1893. I soli istituti autorizzati all’emissione di banconote furono la Banca d’Italia, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. La Banca d’Italia non ebbe poteri di sorveglianza sul sistema bancario. Furono necessari altri scandali finanziari perché nel 1926 fosse approvata una nuova normativa che regolava il sistema bancario italiano. Solo con la nuova legge la Banca d’Italia fu investita delle funzioni di Banca Centrale con compiti di sorveglianza e regolazione del sistema finanziario del paese. Inoltre fu stabilito che la stessa fosse l’unica banca autorizzata a emettere carta moneta.

La legge bancaria del 1926, seguita nello stesso anno da alcuni decreti, fu il primo passo per la creazione di un moderno sistema creditizio in Italia, alla pari dei sistemi bancari degli altri stati europei.

MAYERLING 1889 E ALTRE STORIE
Silvano Napolitano
AMAZON.IT

Bibliografia:
Nello Quilici, Fine di secolo – Banca Romana, Milano, Mondadori 1935
Enzo Magri, I ladri di Roma. 1893 scandalo della Banca Romana: politici, giornalisti, eroi del Risorgimento all’assalto del denaro pubblico, Arnoldo Mondadori, 1993
it.wikipedia.org/wiki/Scandalo della Banca Romana
it.wikipedia.org/wiki/Emanuele Notarbartolo