Giordano Bruno - Ritratto pubblicato nel 1824

Giordano Bruno, il martire della modernità

Giordano Bruno, the martyr of modernity (Read English version)

Fu il precursore dell’illuminismo e della libertà del pensiero filosofico. L’idea di un universo infinito, creazione di un Dio infinito, da amare infinitamente era troppo avanti per la chiesa della sua epoca. L’avventura di Giordano Bruno finì su un rogo a Campo de’ Fiori, a Roma.

Giordano Bruno nacque a Nola nel gennaio del 1548. Era figlio di un soldato, Giovanni, alfiere dell’esercito vicereale di Don Pedro de Toledo, e di Fraulissa Savolina. Fu battezzato con nome Filippo, che trasformò in Giordano quando entrò a far parte dell’ordine dei Domenicani. Visse in contrada San Giovanni del Cesco da dove il suo sguardo riusciva ad abbracciare il Vesuvio. Da bambino credeva che il mondo finisse dove si trovava il vulcano. Poi un giorno esplorò quella montagna che lui aveva sempre considerato il limite massimo delle sue conoscenze geografiche, rendendosi conto che l’universo mondo andava ben al di là del suo sguardo.

Non esiste alcuna documentazione dell’infanzia di Filippo se non il racconto che egli fece durante gli interrogatori resi all’inquisizione romana negli ultimi anni della sua vita. Raccontò di un’infanzia felice, tra gli ulivi, all’ombra del monte Cicala, a fianco delle rovine di un castello del XII secolo. Da bambino studiò con grande profitto con il prete Giandomenico de Iannello e frequentò la scuola di Bartolo di Aloja. Nel 1561 si trasferì a Napoli e entrò nel convento domenicano.

Proseguì gli studi presso l’università gestita dai stessi frati. Le lezioni si tenevano nel cortile del complesso conventuale e nei locali adiacenti la chiesa di San Domenico Maggiore. Ebbe come professori di dialettica, logica e lettere Giovan Vincenzo de Colle, detto il Sarnese per la sua origine nella città di Sarno, e Teofilo da Vairano. Teofilo, pensatore aristotelico averroista, ebbe una grande influenza sulla formazione e sul pensiero di Giordano Bruno.

Nel 1565 diventò novizio, cambiando il suo nome in Giordano, e l’anno seguente professo nel convento domenicano di San Domenico Maggiore, nell’omonima piazza del centro storico di Napoli. Entrare in un ordine potente e ricco era la via maestra degli intellettuali di quell’epoca per assicurarsi una condizione economica e sociale che permettesse di svolgere i propri studi senza altre preoccupazioni. Giordano Bruno si fece subito notare dai suoi confratelli poiché buttò via tutte le immagini dei santi che erano affisse sui muri della sua cella, lasciandovi il solo crocefisso. Egli era contrario alla “controriforma” affermata dal concilio di Trento che, in contrapposizione alla riforma luterana, riportava la chiesa al tradizionale culto dei santi e delle reliquie. Era un simpatizzante dell’arianesimo. Considerava la Trinità non formata da tre distinte entità: Padre, Figlio e Spirito Santo, bensì considerava il Figlio l’intelletto del Dio onnipotente e lo Spirito Santo il suo “infinito amore”.

Divenne prete nel 1573 e si laureò in teologia nel 1575. Durante gli anni di studio si recò anche a Roma dove incontrò Papa Pio V. Nella città eterna ebbe la possibilità di insegnare ad alcuni prelati l’arte mnemonica, di cui era uno dei principali cultori. La mnemonica aveva un grande rilievo in quell’epoca poiché i libri erano una costosa rarità. La permanenza nel convento di San Domenico Maggiore gli diede l’opportunità di conoscere l’opera di Erasmo da Rotterdam che, sebbene proibita, riuscì a procurarsi in parte. Il suo pensiero, in seguito agli studi fatti anche sui altri testi messi all’indice dalla chiesa, si conformò alla teoria eliocentrica e a quella dell’universo infinito e della pluralità dei mondi.

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Il frate domenicano Agostino da Montalcino ebbe la possibilità di ascoltare il pensiero filosofico di Giordano Bruno. Ritenendo quel che enunciava Bruno una eresia, lo denunciò al padre provinciale dei Domenicani. Il giovane filosofo, venuto a conoscenza della cosa, ritenendosi in pericolo, si trasferì nel convento di Santa Maria sopra Minerva a Roma. In quel periodo Roma era sconvolta da numerosi omicidi che avvenivano anche tra nobili persone e prelati. Ogni controversia pareva che dovesse risolversi con la morte dell’avversario. Tutto ciò era possibile a causa della debolezza di Papa Gregorio XIII. Anche Giordano Bruno fu ingiustamente accusato di aver ucciso una persona da alcuni frati del convento. Sembra che il delitto fosse stato compiuto da da un suo confratello.

Per sfuggire alle accuse di omicidio e di eresia che provenivano dal convento di Napoli, rinunciò all’abito talare dei domenicani e si rifugiò in tutta fretta a Genova. A Noli, vicino la città della lanterna, ebbe l’incarico di insegnante di grammatica e cosmologia. Dopo qualche mese continuò il suo peregrinare in varie località del Nord Italia: Savona, Torino, Venezia dove diede alle stampe il suo primo libro: “De’ segni de’ tempi”. Poiché nella città lagunare imperversava la peste continuò il suo viaggio attraverso la penisola raggiungendo Padova e poi Brescia.

Nel 1578 si recò a Chambery, nell’alta Savoia, per poi trasferirsi a Ginevra, in Svizzera, dove prese contatti con la chiesa calvinista. Aderì al calvinismo e frequentò la locale università iscrivendosi come Filippo Bruno, professore di teologia. Dopo alcuni contrasti con docenti della facoltà, che lui accusava di incapacità, venne arrestato per diffamazione. Ritrattò le accuse ma non evitò la scomunica da parte della chiesa calvinista della città. Giordano Bruno non riusciva ad andare d’accordo con i cattolici e nemmeno con i protestanti, essendo uno spirito libero che caparbiamente sosteneva le sue personali visioni filosofiche, e la sua personale interpretazione della religione.

Lasciata Ginevra si recò a Tolosa dove cercò a un impiego nella locale università. Venne nominato lettore e insegnò Aristotele in quell’ateneo. Anche qui trovò modo di contrastarsi violentemente con un altro studioso, il filosofo portoghese Francisco Sanchez che definì “asino con titolo di dottore” nonostante che lo stesso Sanchez lo avesse citato in una sua opera come “filosofo acutissimo”. Due anni dopo Giordano Bruno si trasferì a Parigi dove venne introdotto a corte. Fu presentato al re Enrico III che volle conoscere da lui i rudimenti della scienza mnemonica. Ottenne la carica di lettore reale. Sulle rive della Senna diede alle stampe diverse sue opere: “De compendiosa architectura et complemento artis Lullii”, “De umbris idearum e Ars memoriae”, “Cantus Circaeus” e la commedia “Candelaio” ambientata a Napoli, che racconta tre storie in contemporanea utilizzando un linguaggio tosco-napoletano.

Inquieto e girovago, Giordano Bruno nel 1583 si recò a Londra ospite dell’ambasciatore francese. Nella capitale inglese fu introdotto a corte ed ebbe modo di conoscere la regina Elisabetta. Dopo una dotta disputa con un professore dell’università di Oxford ricevette l’incarico di lettore nell’ateneo, dove insegnò agli studenti le teorie copernicane. Le lezioni su Copernico non furono gradite al rettore che interruppe la collaborazione con il filosofo italiano prendendo a scusa una presunta accusa di plagio. Il ritorno a Londra gli permise di curare la pubblicazione di alcune sue opere, i cosiddetti “dialoghi londinesi”: “La cena delle ceneri”, “De la causa, principio et uno”, “De l’infinito, universo e mondi”, “Spaccio de la bestia trionfante”, “Cabala del cavallo pegaseo” con l’aggiunta di ”Asino cillenico”, “De gli eroici furori”.

Nel 1585 ritornò a Parigi. In città conobbe il salernitano Fabrizio Mordente inventore di un nuovo tipo di compasso. Giordano Bruno si prestò a redigere le note esplicative di quell’arnese in latino, lingua non conosciuta dal Mordente. Le sue considerazioni sulla impossibilità della divisione infinita dello spazio lo portarono a contrastarsi con l’inventore salernitano, che venne definito un idiota nelle sue feroci satire.

LA CARITA’ CARNALE E ALTRE STORIE
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Dopo la stampa della sua opera “Centum et viginti articuli de natura et mundo adversus peripateticos” con la quale contrastò le idee aristoteliche, si accese una violenta disputa con l’avvocato Raoul Callier nell’ambito di un confronto svoltosi nel College de Cambrai. Il filosofo napoletano capì in anticipo che era meglio cambiar aria, vista che le teorie aristoteliche erano in auge in Francia.

Dopo aver vagato per alcune città tedesche nel 1586 trovò una sistemazione a Wittenberg, dove la locale università gli conferì il titolo di Doctor Italicus e gli affidò una cattedra. In questa città trovò la concentrazione per portare a termine e pubblicare alcune sue opere: “De lampade combinatoria lulliana”, “De progressu et lampade venatoria logicorum”, “Camoeracensis acrotismus”. Altre opere scritte a Wittenberg furono pubblicate postume.

Il Duca Cristiano I diede una svolta all’insegnamento della locale università, pretendendo il ritorno alle teorie aristoteliche. Giordano Bruno, nonostante la buonissima accoglienza che aveva goduto a Wittenberg decise a malincuore di lasciare la città.

Si trasferì a Praga dove sperava di ottenere una cattedra in quel prestigioso ateneo. Qui pubblicò alcune sue opere: “De lulliano specierum scrutinio”, “De lampade combinatoria Raymundi Lulli” e “Articuli centum et sexaginta adversus huius tempestatis mathematicos atque philosophos” dedicato all’imperatore Rodolfo. Per queste opere venne ricompensato lautamente ma, nonostante i suoi maneggi, non riuscì a entrare a corte.

Un po’ deluso si trasferì a Helmstedt dove venne immatricolato presso la locale università nel 1589. Qui ebbe modo di far notare la sua poliedrica cultura con la “Orazione consolatoria” che lesse in occasione della dipartita del rettore.

Venne scomunicato anche dalla chiesa Luterana. Non si conoscono i motivi della scomunica, probabilmente per contrasti personali con il rettore Hoffmann, che la sollecitò presso la locale chiesa luterana. Il filosofo aveva collezionato la sua terza scomunica dopo quella cattolica e quella calvinista.

Nel 1590 lasciò la città di Helmstedt per raggiungere Francoforte. Alloggiò presso il convento dei Carmelitani. Nella pace del convento trovò il tempo per completare alcune sue opere. In quella città riuscì a pubblicare: “De triplici minimo et mensura ad trium speculativarum scientiarum et multarum activarum artium principia libri”, “De monade, numero et figura liber consequens quinque”, “De innumerabilibus, immenso et infigurabili, seu de universo et mundis libri octo”, “De imaginum, signorun et idearum compositione”.

Alla fiera del libro di Francoforte del 1590 Giordano Bruno incontrò due editori veneziani, uno dei quali, amico del patrizio Giovanni Francesco Mocenigo, gli consegnò una missiva dello stesso che, avendo letto alcuni suoi libri, lo invitava a Venezia poiché voleva approfondire i suoi studi sulla mnemonica. Stranamente Giordano Bruno, nonostante l’accusa di eresia da parte del Sant’Uffizio romano e i conseguenti pericoli che correva nel tornare sul suolo italico, accettò l’invito.

NOVECENTO
Napoli e napoletani del XX secolo
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Nel 1591 il filosofo fu di nuovo a Venezia dove fu ospite nel palazzo del suo nuovo mecenate Mocenigo. Dopo pochi mesi ebbe modo di tenere alcune lezioni nell’ateneo di Padova. A fine anno tornò a Venezia dove fu occupato a dare lezioni di mnemonica al nobile che lo ospitava. Dopo qualche mese Giordano Bruno fu preso dalla sua solita insofferenza nel restare a lungo in un posto e confidò al Mocenigo il suo desiderio di tornare a Francoforte. Il Mocenigo offeso per la sua intenzione di abbandonarlo lo denunciò all’inquisizione con delle false accuse di blasfemia e di eresia.

Il 23 maggio del 1592 Giordano Bruno entrò nelle carceri della serenissima. Durante gli interrogatori il filosofo dispiegò tutta la sua abilità oratoria per difendersi e in parte ci riuscì. Egli giocò sul fatto che i suoi testi, nei quali erano enunciate le sue teorie, erano stati tutti pubblicati in Francia, Inghilterra e Germania. Pertanto i suoi giudici ne ignoravano l’esistenza. Sembrò sul punto di essere rilasciato, ma il Sant’Uffizio di Roma, venuto a conoscenza della sua permanenza nelle carceri veneziane, ne chiese l’estradizione.

Campo de' Fiori - Roma- Indeciso 42 - 2000 - GFDL
Campo de’ Fiori – Roma- Indeciso 42 – 2000 – GFDL

Il 27 febbraio del 1593 fu trasferito a Roma e rinchiuso nelle locali carceri. Gli interrogatori a cui venne sottoposto si protrassero per lungo tempo. Giordano Bruno cercò di contrastare le accuse che gli venivano mosse ma non riuscì a nascondere le sue idee copernicane. Nel gennaio del 1599 venne invitato ad abiurare le sue teorie giudicate eretiche dagli inquisitori. Il filosofo, se da un lato accettò di riconoscere i suoi errori, pretendeva che le sue teorie venissero dichiarate eretiche “ex nunc”, cioè da quel momento. La richiesta non venne accettata. A fine anno l’inquisitore del Sant’Uffizio ricevette una denuncia anonima in cui venivano riferite le affermazioni eretiche che Giordano Bruno aveva fatto nel periodo in cui risiedeva in Inghilterra e portava all’attenzione degli inquirenti l’opera scritta dal filosofo “Spaccio della bestia trionfante” che, secondo il denunciante, era riferita a Papa Clemente VIII.

La sentenza di condanna a morte mediante rogo fu emessa l’8 febbraio del 1600. Dopo aver ascoltato la sentenza Giordano Bruno pronunciò la famosa frase: «Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell’ascoltarla». Il 17 febbraio fu portato a Campo de’ Fiori, legato sul rogo e arso vivo al cospetto di una folla di romani. Le ceneri furono disperse nel Tevere.

Nel 1889, tre secoli dopo, il capo del governo Francesco Crispi, aderendo alle richieste che gli venivano dai circoli anticlericali, fece erigere una statua raffigurante Giordano Bruno. La statua fu posta al centro della piazza dove era stata eseguita la sentenza di morte.

MAYERLING 1889 E ALTRE STORIE
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Bibliografia:
it.wikipedia.org/wiki/Giordano Bruno
Giordano Bruno, Un’autobiografia, a cura di M. Ciliberto, Napoli 1994
G. Aquilecchia, Giordano Bruno, Roma 1971
Michele Ciliberto, Introduzione a Bruno, Roma-Bari 2006