Michelangelo da Caravaggio - Ottavio Leoni, 1621

Arte e avventure di Michelangelo da Caravaggio

Art and Adventures of Michelangelo da Caravaggio (Read English version)

Genio e sregolatezza contraddistinsero Michelangelo da Caravaggio. A Roma fece bellissimi quadri e grandissimi guai. Uccise un uomo per un litigio di gioco. Fu condannato alla decapitazione. Fuggì a Napoli e poi a Malta. Morì, solo e abbandonato, sulla spiaggia di Porto Ercole.

Vagava sulla spiaggia di Porto Ercole alla ricerca della feluca che, partendo da Napoli, lo aveva sbarcato a Palo, vicino Ladispoli. I gendarmi di quella cittadina lo avevano fermato e rinchiuso nella locale prigione a causa dei sospetti che aveva suscitato l’attracco fuori dal porto. Fu rilasciato il giorno seguente. Andò a Porto Ercole dove sperava di trovare la feluca che aveva come destinazione finale quella cittadina. Sulla spiaggia si rese conto che l’imbarcazione era ripartita per Napoli senza attenderlo. Aveva perduto il bagaglio che aveva lasciato a bordo. Soldi, effetti personali e tre suoi quadri che recava con sé come merce di scambio per i favori che aveva intenzione di chiedere una volta giunto a Roma.

Si sentiva male. La malaria si era risvegliata. Aveva la febbre alta. Solo, malato e senza soldi, si accasciò dentro una barca che era a secco sulla sabbia. Il sonno lo vinse a causa della notte trascorsa tra sbarco e cella. I pescatori, che lo trovarono nella barca, si resero conto delle sue gravi condizioni. Lo affidarono alla vicina confraternita che curava i poveri pellegrini. Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, morì di febbre terzana il 18 luglio del 1610. Fu sepolto nella fossa comune del cimitero degli stranieri di Porto Ercole. Qualche giorno fu recapitata alla marchesa Costanza Colonna, la più cara amica del pittore, il decreto del perdono papale che cancellava la condanna a morte del Caravaggio.

Michelangelo Merisi nacque a Milano (o forse a Caravaggio) il 29 settembre 1571. Il padre Fermo era un quotato architetto coinvolto nei lavori di costruzione del Duomo. A causa della peste del 1577 la famiglia Merisi tornò a Caravaggio, paese di origine dei genitori. Fermo, che conosceva e aveva buoni rapporti con il marchese Francesco Sforza, fu maestro di casa nel palazzo del marchese. Dopo pochi mesi il padre di Michelangelo morì a causa della peste. Nel 1584, terminata l’epidemia, la famiglia tornò a Milano. La madre lo mise a bottega dal pittore Simone Peterzano, un allievo di Tiziano. Dopo quattro anni di apprendistato, scaduto il contratto che lo legava al maestro, il giovane pittore lasciò l’impiego.

Trascorsero altri quattro anni nei quali Michelangelo Merisi cercò di perfezionarsi ulteriormente frequentando i manieristi lombardi. Fu in questo periodo che incontrò nuovamente la vedova del marchese Francesco Sforza, Costanza Colonna, che aveva conosciuta da bambino nel palazzo Sforza a Caravaggio. Costanza era figlia del principe romano Marcantonio Colonna, uno dei comandanti della flotta vincitrice a Lepanto. All’età di 12 anni fu data in sposa al marchese Sforza. Si unì allo sposo solo al compimento dei 15 anni. Ebbe numerosi figli, rimanendo presto vedova per la morte prematura del marito. Michelangelo iniziò una relazione con la matura Costanza.

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Dopo la morte della madre, liquidata la sua parte di eredità, il pittore fu costretto a lasciare Milano a causa di minacce ricevute e forse per un omicidio da lui commesso durante una rissa nata per contrasti al gioco dei dadi. Raggiunse Venezia. Nella città lagunare frequentò la bottega del Giorgione dove perfezionò le sue abilità artistiche. Altri storici indicano una frequenza con i pittori bergamaschi Bergognone e Foppa che vengono definiti pre-caravaggeschi. Da questi incontri maturò l’inconfondibile stile del Caravaggio, fatto di raggi di luce che illuminano solo una parte della scena rappresentata sulla tela.

Nel 1592 Costanza Colonna lasciò la Lombardia e si trasferì a Roma, a palazzo Colonna, dove riteneva di poter assicurare un futuro migliore ai suoi figli, grazie alle relazioni altolocate che la famiglia dei principi Colonna godeva in quella città. Anche Michelangelo lasciò Milano e seguì la sua amante a Roma. Prese in affitto una camera presso l’abitazione di un prete che viveva nel palazzo Colonna. Così facendo furono salvate le apparenze. Il pittore poteva incontrare Costanza in qualsiasi momento.

Per un po’ vagò tra varie botteghe d’arte di Roma. Divenne amico del siciliano Lorenzo Carli un modesto pittore, poi frequentò lo studio di Anteveduto Gramatica e infine lavorò con il Cavalier d’Arpino, un valente artista apprezzato presso le alte gerarchie ecclesiastiche. Riuscì a entrare in contatto con il mondo ecclesiale facendo la conoscenza del potente cardinal Del Monte che lo ingaggiò al suo servizio ospitandolo nella sua principesca dimora, palazzo Madama. Del Monte era entusiasta della pittura del Caravaggio e acquistò dallo stesso numerose opere. In questo periodo Michelangelo ebbe modo di conoscere alti prelati e nobili romani. Iniziò a ricevere committenze per quadri destinati ad adornare chiese e conventi.

Le sue tele che, per la prima volta nella pittura dell’epoca avevano la prospettiva di una sorgente luminosa che creava luci e ombre, rappresentavano con estremo realismo le figure intente ad attività spesso drammatiche, come, ad esempio, la decapitazione di Oloferne da parte di Giuditta. I modelli delle sue opere erano giovani presi dalla strada o prostitute. La predilezione dei nudi di giovani maschi ha fatto sospettare che il Caravaggio avesse tendenze omosessuali.

Furono numerosissime le richieste di quadri a cui il pittore lombardo faceva fronte con una sorprendente velocità. Egli, utilizzando luci e ombre, riusciva a limitare la sua pittura su quella parte di tela che risultava illuminata, dipingendo le facce e le figure. La parte restante del quadro che risultava scura, quasi nera, era completata dai suoi aiutanti di studio. Risalgono al periodo romano molte delle sue opere più conosciute: Bacchino malato, che è ritenuto un suo autoritratto nel periodo in cui fu ricoverato in ospedale, Crocifissione di San Pietro, Riposo durante la fuga in Egitto, L’amore vittorioso, Giuditta e Oloferne. Qualche volta capitava che i suoi quadri venissero rifiutati dai committenti, in genere chiese o conventi, perché, agli occhi degli stessi, risultavano particolarmente scandalosi. La morte della Vergine, destinata alla chiesa di Santa Maria della Scala, fu rifiutata poiché la vergine fu dipinta con il ventre gonfio di una gravidanza.

Nel periodo in cui soggiornò nella città eterna il pittore fu ricoverato più volte a causa della febbre terzana, conseguenza della malaria che aveva contratto nel periodo in cui era vissuto tra Milano e Caravaggio. Quelle zone, per via delle paludi, erano infestate dalle zanzare che trasmettevano il morbo. Michelangelo trascorreva il suo tempo libero nei bordelli e nelle bische dove giocava a carte e a dadi con gran dispendio di soldi. Molto spesso finiva a botte e a duelli in strada. L’amicizia con il marchese Giustiniani lo salvò spesso da conseguenze legali derivanti dalle sue numerose risse. Il marchese aveva conosciuto il pittore in casa del cardinal Del Monte. Era rimasto incantato dai suoi quadri. Adornò la sua dimora, palazzo Giustiniani, con numerose tele dipinte dallo stesso.

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Il 28 maggio del 1606 avvenne un fattaccio. Durante una partita di pallacorda a Campo dei Marzi tra Michelangelo e un certo Ranuccio Tomassoni, si accese una violenta rissa per un presunto fallo di gioco. Sembra anche che il Tomasssoni avesse già avuto con il pittore altri diverbi relativi ad alcune somme di denaro prestate e non restituite. Alla fine il Tomassoni rimase ucciso, mentre il Merisi se la cavò con una lieve ferita. Questa volta il fatto era grave e non si poté far nulla per evitare il processo. Il giudizio finale del tribunale romano fu severissimo. Michelangelo Merisi fu condannato alla pena capitale mediante decapitazione. Chiunque che l’avesse incontrato poteva personalmente eseguire la condanna.

La sua amica e amante Costanza Colonna nascose il ricercato nei possedimenti della sua famiglia nella campagna romana. Egli si rifugiò, nei vari casali e castelli di proprietà dei Colonna a Zagarolo, Marino e Paliano. Alla fine del 1606 Michelangelo stanco di vagare nelle campagne, sempre con il timore di essere scoperto e consegnato alle autorità, si trasferì a Napoli.

Palazzo Cellammare - Baku 2008, GFDL
Palazzo Cellammare – Baku 2008, GFDL

La marchesa Costanza, che nella città partenopea poteva contare su una vasta parentela costituita dal ramo napoletano della famiglia Colonna, venne a Napoli e fu ospitata in alcuni appartamenti presso palazzo Cellammare in via Chiaia, di proprietà dei Carafa-Colonna. Michelangelo trovò alloggio nei quartieri spagnoli, dove poteva meglio confondersi con la varia umanità che abitava quei quartieri: soldati spagnoli, prostitute, gente dedita al malaffare. Comunque trovava sempre un rifugio accogliente nella camera da letto della marchesa, che si era trasferita per continuare a star vicino al suo amato.

In quel periodo Luigi Carafa-Colonna, nipote di Costanza, era amministratore del Pio Monte della Misericordia. Il Pio Monte era stato fondato da pochi anni. Volendo arricchire la nuova sede di alcuni dipinti, Luigi Carafa-Colonna diede incarico a Michelangelo da Caravaggio di dipingere un quadro per l’altare maggiore della chiesa del Pio Monte. Michelangelo dipinse forse il suo più bel quadro. “Sette opere di misericordia corporale” piacque tanto al committente che fu stabilito non dovesse essere mai spostato dalla sua sede sopra l’altare maggiore della chiesa, all’interno del complesso del Pio Monte in via Tribunali. Durante il periodo in cui il pittore fece sosta a Napoli dipinse diversi altri quadri: Giuditta che decapita Oloferne, la decapitazione fu il soggetto ricorrente del pittore a causa della condanna capitale il cui pensiero non lo abbandonava mai, Salomè con la testa del Battista, Davide con la testa di Golia, Madonna del Rosario, Flagellazione di Cristo, esposto al museo di Capodimonte.

Nel 1607 il Caravaggio decise di recarsi a Malta. Voleva essere nominato cavaliere, ritenendo che, entrato nell’ordine di San Giovanni, fosse automaticamente al riparo dalla condanna del tribunale romano. Per ottenere la nomina aveva bisogno di molto denaro che il pittore si procurò vendendo numerosi quadri e dando ordine ai garzoni del suo studio romano di completare e vendere tutte le tele che lui aveva parzialmente dipinto.

Dar da mangiare agli affamati
Dar da mangiare agli affamati

Tra queste era presente una tela su cui era stata dipinta dal Caravaggio la testa decapitata di Oloferne. I suoi discepoli tentarono di completare il quadro con scarsi risultati. Il corpo di Oloferne decapitato risultava estraneo alla scena a causa di un gioco di luci mal riuscito. Artemisia Gentileschi, frequentatrice dello studio del pittore, completò la scena con una mirabile Giuditta fatta a sua immagine e somiglianza, riuscendo a dare dignità caravaggesca all’opera. La tela, che era dispersa da due secoli, è stata recentemente ritrovata in una soffitta di Tolosa dai discendenti di un ufficiale che aveva fatto parte delle truppe napoleoniche presenti a Roma a inizio ’800.

Il pittore di Caravaggio arrivò a Malta accompagnato dal figlio della marchesa Costanza Colonna, Fabrizio Sforza, cavaliere di Malta e proprietario dell’imbarcazione con cui Michelangelo viaggiò tra Napoli e l’isola dei cavalieri. Fu accolto dal Gran Maestro dell’ordine Alof de Wignacourt che lo associò all’ordine cavalleresco. Per sdebitarsi il Caravaggio dipinse diversi quadri destinati alle varie sedi dell’ordine, tra cui la “Decollazione di San Giovanni Battista”, ancora oggi esposto nella cattedrale di San Giovanni alla Valletta, e il ritratto del Gran Maestro Alof de Wignacourt. Ma anche a Malta non durò a lungo. Il suo carattere rissoso presto prese il sopravvento e dopo uno scontro con un confratello di rango superiore, che per poco non sfociò in un omicidio, fu rinchiuso nelle carceri. Con la sua abilità e con la corruzione dei suoi carcerieri riuscì a evadere dal carcere, raggiungendo la Sicilia. Naturalmente fu espulso dall’Ordine di Malta. In Sicilia fu ospite del suo antico amico, il pittore Mario Minniti, conosciuto con il soprannome “Il siciliano”. Durante il suo breve soggiorno sull’isola, avendo necessità di denaro, dipinse diversi quadri destinati alle chiese del luogo.

NOVECENTO
Napoli e napoletani del XX secolo
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Nel 1609 tornò a Napoli dove fu accolto della marchesa Costanza, nonostante la pessima figura che aveva fatto fare al figlio della stessa che lo aveva presentato ai cavalieri maltesi. Nel mese di ottobre fu protagonista di un’altra delle sue disavventure. Si trovava nella famosa Locanda del Cerriglio, ubicata nell’attuale via del Cerriglio, nei pressi di piazza Bovio, quando a causa di una lite, causata probabilmente da contrasti sorti nel gioco d’azzardo, fu gravemente ferito al volto con un coltello a serramanico. Il pittore riuscì a percorrere via Toledo e a raggiungere palazzo Cellammare, dove fu accolto e curato dalla sua protettrice Costanza.

Guarito dalla ferita si dedicò alle tele. Nei pochi mesi del secondo periodo napoletano furono dipinte diversi quadri: Negazione di San Pietro, Davide con la testa di Golia, Resurrezione, quadro che è andato distrutto nel terremoto di Napoli del 1805 durante il quale crollò la chiesa di Sant’Anna dei Lombardi dove lo stesso era esposto, Martirio di Sant’Orsola, l’ultimo quadro dipinto dal Caravaggio.

Raggiunto da notizie positive riguardo alla sua grazia, la cui richiesta era stata presentata a papa Paolo V dai suoi amici, il cardinal Del Monte e il marchese Giustiniani, aveva intenzione di recarsi a Roma per seguire da vicino l’iter della stessa. Nonostante che fosse in preda a un attacco febbrile conseguente alla Malaria, si imbarcò su una feluca, che partendo dalla spiaggia di Chiaia era diretta a Porto Ercole. Portava con sé denaro e alcuni quadri che aveva intenzione di utilizzare per facilitare la cancellazione della pena capitale. Sbarcato nei pressi di Ladispoli, a poca distanza da Roma, fu imprigionato per un equivoco. Liberato cercò di raggiungere la feluca che nel frattempo aveva raggiunto Porto Ercole, sua destinazione finale. In preda alle febbri fu ricoverato nell’ospedale di Porto Ercole dove si spense il 18 luglio del 1610. Il decreto della grazia concessa dal papa, che fu recapitato nei giorni seguenti alla marchesa Costanza Colonna, arrivò troppo tardi.

Recentemente sono stati individuati i resti del pittore nella fossa comune dell’antico cimitero vicino alla spiaggia di quella località. Mediante l’analisi del DNA, confrontato con quello dei discendenti dei suoi fratelli, residenti a Caravaggio, si è riuscito a stabilire con certezza che le ossa ritrovate appartengono a Michelangelo Merisi.

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Bibliografia:
Dario Fo, Caravaggio al tempo di Caravaggio, Modena, Franco Cosimo Panini, 2005
Maurizio Calvesi, Caravaggio, Giunti, 1986
it.wikipedia.org/wiki/Caravaggio
it.wikipedia.org/wiki/Francesco I Sforza di Caravaggio