Minuteman 3 - US Air force Photo 2003

Stanislav Petrov, l’uomo che evitò l’apocalisse

Stanislav Petrov, the man who avoided the apocalypse (Read English version)

La decisione di uno sconosciuto tenente colonnello russo, il quale si fidò solo del suo intuito, non volendo credere al radar che segnalava missili in arrivo, salvò il mondo dallo scoppio di una guerra atomica che avrebbe provocato l’apocalisse.

In quell’anno, il 1983, i rapporti tra Mosca e Washington erano stati particolarmente tesi. Il presidente degli Stati Uniti eletto nel 1981 era il conservatore Ronald Reagan. Era stato un modesto attore cinematografico di Hollywood. Nel 1981 si era presentato come candidato alla Casa Bianca tra lo scetticismo generale. Invece con i suoi modi diretti e con le sue capacità di interagire con i “buoni” sentimenti dell’America profonda riuscì a sconfiggere Jimmy Carter. Più volte aveva apostrofato l’Unione Sovietica come “impero del male”.

Il segretario del comitato centrale del Soviet Supremo e capo del governo sovietico era Jurij Andropov, un oscuro funzionario di partito che, nominato al vertice del KGB, riuscì a farsi largo tra la nomenclatura sovietica. Sostituì nella carica di Segretario Generale del Soviet Supremo Michail Suslov alla sua morte. Andropov aveva la tipica formazione da funzionario di Soviet: ligio alle regole, una scarsa capacità di analisi delle situazioni che incontrava nella sua massima carica, decisioni sempre condivise con gli altri componenti del Soviet Supremo. Nel 1983 Andropov era seriamente ammalato e spesso era ricoverato in ospedale. Il governo dell’Unione Sovietica, nei momenti acuti della malattia del Segretario e durante i suoi ricoveri, era nelle mani dei componenti del Soviet.

Stanislav Petrov era nato nella lontana Vladivostock, città della Siberia affacciata sull’oceano Pacifico di fronte al Giappone, nel 1939. Era arruolato nella struttura militare sovietica dove svolgeva il compito di analista dei dati dei computer militari. Nel 1983 era addetto all’analisi dei segnali che i sistemi di rilevamento ricevevano dai radar che sorvegliavano lo spazio aereo. Egli doveva segnalare in brevissimo tempo eventuali attacchi missilistici provenienti dagli USA.

Il 23 marzo del 1983 Ronald Reagan aveva deciso d’implementare la difesa degli Stati Uniti con il sistema SDI (Strategic Defense Iniziative) che consisteva in un sistema di difesa antimissile integrato: radar, missili antimissili per abbattere i missili balistici sovietici con testate nucleari eventualmente lanciati contro il territorio degli Stati Uniti, satelliti spaziali che avevano il compito di dirigere i missili sugli obiettivi.

Il 1° settembre un gravissimo incidente aveva seriamente compromesso i rapporti tra l’URSS e gli USA. Un Boeing 747 della compagnia aerea sudcoreana, proveniente da New York e diretto a Seoul con 240 passeggeri e 29 membri dell’equipaggio, fu abbattuto da un caccia in seguito allo sconfinamento nello spazio aereo sovietico. L’aereo si inabissò nell’oceano e tutte le persone a bordo perirono. Il Boeing aveva fatto tappa ad Anchorage per effettuare il rifornimento di carburante. La versione ufficiale USA affermò che lo sconfinamento era dovuto a un errore del pilota automatico che era stato inserito dopo lo scalo nella capitale dell’Alaska. Questa versione apparve confermata in alcuni altri voli dello stesso tipo di aereo in cui fu riscontrata la stessa anomalia. L’URSS insistette nella sua versione. Secondo i sovietici il dirottamente era stato fatto per fotografare alcune segretissime strutture militari sull’isola di Sachalin. A questo proposito diffusero alcune foto in cui si vedeva il Boeing sul quale venivano montate alcune apparecchiature di spionaggio in una base di Washington. Inoltre in un filmato venne ripreso il comandante sud-coreano del Boeing, poco prima d’intraprendere l’ultimo viaggio, mentre salutava la moglie mostrandosi particolarmente agitato. Il pilota del caccia sovietico che aveva abbattuto l’aereo di linea affermò che si era reso conto che si trattava di un Boeing, ma non l’aveva comunicato via radio perché nessuno glielo aveva chiesto. Le scatole nere del volo, recuperate dal fondo marino dai sovietici, furono restituite alla Corea del Sud solo nel 1993. L’analisi dei dati contenuti nelle due scatole nere confermò l’errore del pilota automatico nel seguire la rotta predeterminata.

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L’abbattimento del Boeing aveva avuto nel 1978 uno specifico precedente, nei confronti di un altro aereo di linea sud-coreano. L’aereo sud-coreano aveva fatto una deviazione di rotta penetrando lo spazio aereo sovietico all’altezza della penisola di Kola. Un caccia intercettore sparò due colpi dal cannoncino di bordo causando gravi danni al velivolo e l’uccisione di due passeggeri. Il pilota del volo di linea riuscì ad effettuare un atterraggio di fortuna sulla superficie ghiacciata di un lago. Le scatole nere dell’aereo civile non furono mai restituite alla compagnia aerea e quindi non fu possibile appurare i motivi della deviazione di rotta.

Tutto questo determinava un’atmosfera di sospetto tra le due superpotenze ed evidenziava che le reazioni da parte delle autorità sovietiche, in caso di eventi ritenuti aggressivi anche se fortuiti o derivanti da errore, non erano mediate da analisi e considerazioni umanitarie, ma erano guidate da procedure standard scritte dai comandi militari e condivise dai vertici di governo. Il protocollo predisposto a seguito delle esercitazioni congiunte USA e Germania, svolte a inizio anno ai confini dell’impero sovietico, prevedeva la massima risposta nucleare in caso di attacco. I russi non avevano dimenticato che l’invasione tedesca, durante la seconda guerra mondiale, era stata preceduta dall’annuncio di esercitazioni militari vicino ai confini dell’Ucraina.

Stanislaw Petrow-2016, Queery54 - CC BY-SA 4.0
Stanislaw Petrow-2016, Queery54 – CC BY-SA 4.0

Di tutto ciò era ben consapevole Stanislav Petrov, il tenente colonnello di 44 anni in servizio presso la base Serpukhov 15, che la notte del 25 settembre del 1983 avrebbe dovuto essere libero dal servizio e trovarsi a casa con sua moglie Raisa e i suoi due figli Dimitri e Yelena. Il fato volle diversamente e quella notte fu chiamato a sostituire un collega.

Era fiducioso di poter passare una notte relativamente tranquilla anche se era consapevole di non poter abbassare il livello di attenzione a causa del clima da guerra fredda che si respirava in modo particolare in quel periodo. Le ore passavano tranquille e i pochi segnali che provenivano dai radar erano relativi ai normali voli aerei programmati. I segnali erano analizzati dal nuovo software, ancora in rodaggio, chiamato Krokus che, secondo le alte sfere militari, era infallibile nell’individuare pericoli provenienti dal cielo. Petrov conosceva molto bene il programma Krokus. Aveva partecipato ai test di prova del programma. Durante i test si era reso conto che, al di là della convinzione ufficiale, anche a Krokus poteva capitare di prendere una cantonata.

Ore 00.14. Era l’inizio del giorno 26 settembre 1983. Sullo schermo apparve un segnale che il programma decifrò appartenere a un missile Minuteman con ogiva nucleare, presumibilmente partito dal Montana, che puntava sulla Russia. Tutti gli allarmi suonarono, i presenti furono presi dall’angoscia. Solo il tenente colonnello Petrov, che in quel momento comandava la stazione di sorveglianza, mantenne la calma. Petrov analizzò i dati che provenivano dagli schermi. Un solo missile risultava lanciato verso l’Unione Sovietica.

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Nonostante il rigido protocollo prevedesse l’immediato allarme, il tenente colonnello attese ad esaminare a fondo la situazione e ritenne non possibile che un attacco degli Stati Uniti fosse portato avanti con un solo unico Minuteman. Un vero attacco avrebbe comportato la presenza di decine se non centinaia di tracce sugli schermi, un grappolo numeroso di missili in grado di distruggere le capacità offensive dell’Unione Sovietica. Raccomandò la calma ai suoi uomini, poi analizzò le conseguenze che un allarme missilistico avrebbe provocato e decise di fare nuove verifiche. Conosceva bene la linea di comando sopra di lui e l’adesione ai protocolli prestabiliti. La risposta dei vertici militari e del Segretario Andropov sarebbe stata una sola, il lancio di tutto lo stock di missili nucleari sugli obiettivi già individuati, su Stati Uniti e loro alleati. Naturalmente subito dopo ci sarebbe stata la reazione avversa, con il lancio dalle basi occidentali delle testate nucleari verso l’Unione Sovietica. L’apocalisse.

Ore 00.19, altre quattro tracce di missili Minuteman apparvero sugli schermi del sistema. A questo punto erano ben cinque i missili segnalati dal sistema satellitare. Petrov non si fidò dei satelliti OKO che in quel momento facevano le rilevazioni, ma volle controllare se le tracce dei missili erano rilevate anche dai radar. Gli schermi radar non segnalavano alcunché. Il comandante Petrov si convinse che un malfunzionamento delle rilevazioni satellitari stava ingannando il programma Krokus. Del resto non poteva credere che gli americani non sapessero che un loro missile, o cinque missili, avrebbero provocato la massima reazione dell’URSS. Era illogico un lancio così esiguo.

Ore 00.24, Stanislav Petrov si assunse le sue responsabilità e segnalò ai comandi superiori che era in corso una anomalia del sistema di rilevamento missilistico, che segnalava erroneamente la presenza di cinque tracce nei cieli dell’Unione Sovietica. Gli alti comandi fortunatamente credettero al tenente colonnello e non misero in atto alcuna azione di risposta.

Ore 00.32, pochissimi minuti prima dell’impatto sugli obiettivi dei presunti missili americani, il sistema Krokus cancellò dagli schermi le tracce che avevano causato l’allarme. Era ripreso il corretto funzionamento del sistema. Tutti i 120 uomini presenti nella base di sorveglianza Serpukhov 15 tirarono un sospiro di sollievo.

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Si accertò in seguito che l’errore era dovuto all’equinozio d’autunno che, insieme a una particolare posizione della terra nei confronti del sole, generò nel sistema di sorveglianza la confusione tra le tracce dei riflessi di luce dovuti all’equinozio e i segnali che rilasciano i missili al proprio passaggio.

Stanislav Petrov, tornato a casa, si ubriacò di vodka. Quando fu in grado di tornare al lavoro fu accolto dall’affetto di tutti i suoi commilitoni, che gli regalarono un televisore a colori per ringraziarlo della sua testardaggine che aveva evitato la terza guerra mondiale. I suoi superiori gli promisero una decorazione e la promozione al grado superiore.

Nulla di tutto questo avvenne. Gli alti burocrati di partito in un primo momento avevano apprezzato il comportamento del tenente colonnello Petrov, che aveva evitato un tragico errore. Poi, ragionando in base ai regolamenti e alle procedure, ritennero che il fatto di non segnalare subito il presunto attacco missilistico era stata comunque una grave mancanza. Non ebbero però il coraggio di prendere iniziative contro Petrov per il suo comportamento. Aspettarono. Qualche tempo dopo colsero una scusa per punire il tenente colonnello per un’altra presunta mancanza. Fu collocato a riposo anticipatamente e gli fu assegnata una modesta pensione. L’episodio naturalmente fu tenuto nel massimo segreto poiché aveva evidenziato la fragilità dei sistemi di difesa sovietici.

Solo nel 1998 l’episodio venne conosciuto in occidente. A raccontarlo fu un ex generale sovietico alla stampa americana. Nel 2004 la “Association of World Citizens” di San Francisco assegnò un premio a Stanislav Petrov per aver salvato il mondo dalla terza guerra mondiale. Il presidente dell’associazione si recò a Mosca per consegnargli una targa ricordo e un premio in denaro di mille dollari. Fu difficile rintracciare il tenente colonnello in pensione. Un giornalista russo riuscì a trovare l’indirizzo di Petrov. Abitava in una modesta abitazione in un sobborgo di Mosca, Frjazino. Il presidente dell’AWC si recò nel sobborgo senza alcun appuntamento, poiché Petrov non aveva telefono in casa. Trovò una persona molto modestamente vestita che abitava in un piccolo appartamento, all’interno di un condominio popolare. Stanislav Petrov si schernì rifiutando l’appellativo di eroe. Aveva fatto, disse, quello che avrebbe fatto chiunque al suo posto. Nel tempo ebbe altri riconoscimenti dall’Australia, dall’ONU e dalla Germania.

Stanislav Petrov è deceduto il 19 maggio 2017 nel suo piccolo appartamento di Frjazino.

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Bibliografia:
it.wikipedia.org/wiki/Stanislav Evgrafovic Petrov
en.wikipedia.org/wiki/Stanislav Petrov
altrarealta.blogspot.it/2015/10/stanislav-petrov-luomo-che-salvo-il
it.wikipedia.org/wiki/Volo Korean Air Lines 007