Giacomo Casanova ritratto dal fratello Giovanni - 1750

Giacomo Casanova e la fuga dai Piombi

Giacomo Casanova and the escape from “Piombi” (Read English version)

Faceva la bella vita a dispetto delle sue modeste origini. Fu perseguito dalla giustizia veneziana per la sua vita disordinata. Fu imprigionato nei Piombi, le prigioni di Venezia, da dove evase. Fu costretto a vivere lontano dalla laguna per una buona parte della sua vita.

All’improvviso, senza conoscerne le ragioni, si trovò rinchiuso nei Piombi, la terribile prigione ubicata nei sottotetti del palazzo Ducale. Era stato condannato, a sua insaputa, a 5 anni di reclusione per aver avuto rapporti con donne sposate. A Venezia vigeva la norma che i condannati non dovessero conoscere le accuse mosse contro gli stessi e la durata della pena a cui erano stati condannati. Era il luglio del 1755. Organizzò la sua evasione con l’aiuto di un frate con cui condivideva la cella, Marino Balbi. Il frate già da tempo aveva in mente un piano di fuga.

Il 31 ottobre del 1756 i due fecero un buco nel soffitto. Passando dal foro, entrarono nei sottotetti del palazzo. Da lì salirono su un cornicione. Rientrarono nell’edificio attraverso un abbaino. Si trovarono in uno degli uffici della cancelleria ducale. Attraversarono in fretta i lunghi corridoi. Arrivati al cancello d’ingresso lo trovarono sbarrato. Attirarono l’attenzione di un passante. Gli fecero credere che erano dei visitatori rimasti inavvertitamente all’interno alla chiusura degli uffici. Il passante avvertì il guardiano che, senza alcun sospetto, aprì il cancello liberando i due fuggitivi.

Giacomo Casanova era nato a Venezia il 2 aprile 1725. La madre era Zanetta Farussi, soprannominata “La Buranella”, un’attrice di un certo successo. Fu anche citata nelle “Memorie” da Carlo Goldoni quale ottima interprete delle sue commedie. Il padre, Gaetano Casanova, era un attore di modesta levatura originario di Parma, ma con origini spagnole. I nonni di Gaetano erano aragonesi. Gaetano si trasferì a Venezia dove fu ingaggiato come attore nel teatro San Samuele di proprietà della famiglia Grimani. Lavorando in quel teatro ebbe modo di conoscere Zanetta, anche lei attrice nella compagnia del teatro. La sposò poco dopo. Molto probabilmente il vero padre di Giacomo fu Michele Grimani, comproprietario del teatro, appartenente a una delle più nobili famiglie veneziane. Giacomo ebbe cinque fratelli, tutti nati dopo di lui. I fratelli Giuseppe e Francesco, che si diceva fosse nato da una relazione di Zanetta con il Principe di Galles Giorgio II, furono pittori di un certo successo.

Nel 1733 Gaetano Casanova morì per un ascesso. Ebbe vicino, nel suo letto di morte, tanti suoi amici, compresi i fratelli Grimani, dai quali era molto stimato. Ebbe la promessa dei due nobili che gli stessi si sarebbero occupati della sua famiglia. A causa del lavoro di Zanetta, e dei suoi numerosi viaggi, i fratelli Casanova furono cresciuti dalla nonna materna. In età scolastica Giacomo fu mandato, dal suo tutore abate Grimani fratello di Michele, a Padova dove completò gli studi. Nella città antoniana non mancò di far danni divertendosi e portando sulla cattiva strada (o forse fu il contrario) la sorella del suo istitutore, l’abate Gozzi. Si laureò in legge nella locale università. Tornato a Venezia, fu destinato alla carriera ecclesiastica, ricevendo la nomina ad abate. Iniziò a frequentare il bel mondo e la nobiltà veneziana. Nei nobili salotti eccelleva per le sue indubbie qualità letterarie e per la sua spiccata galanteria che riservava a tutte le belle donne, anche a quelle che erano un po’ più avanti in età.

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Nel 1744 fu assunto come segretario dal vescovo di Martirano, sperduta località della Calabria. Una volta sul luogo si rese conto dell’errore fatto nell’accettare l’incarico. Martirano era un paesino povero e senza risorse, dove le sue ambizioni sarebbero morte. Lasciò l’impiego presso il vescovo e si recò a Napoli dove poté riprendere la vita brillante. In questa città ebbe modo di conoscere il marchese Galiani, fratello del noto abate e Antonio Genovesi. Frequentò una gentildonna napoletana, Lucrezia Castelli, con la quale ebbe una ardente relazione. Frutto di questo amore fu la nascita di una figlia, Leonilde. Casanova rimase all’oscuro dell’esistenza della bambina. Seppe della figlia anni dopo, in occasione di un suo ritorno a Napoli. Nel frattempo era riuscito a ottenere un incarico di fiducia dal cardinale Acquaviva, ambasciatore di Spagna presso il pontefice. Pertanto si trasferì nella residenza romana del cardinale. Poco tempo dopo, a causa di una giovanissima prostituta che imprudentemente aveva ospitato nel palazzo dell’ambasciata, fu licenziato dal cardinale.

Trasferitosi ad Ancona ebbe la più strana delle avventure. Si innamorò follemente di un cantante castrato di nome Bellino. Nelle sue memorie: “Historie de ma vie” Giacomo racconta che era convinto che Bellino fosse una donna. Quando riuscì a conquistarlo scoperse che era veramente una ragazza, Angela Calori, che, per amore dell’arte e poiché nello stato della chiesa non era consentito alle donne di lavorare sui palcoscenici dei teatri, si era finta un castrato. Almeno così il Casanova racconta nelle sue memorie. Bisogna dire che molte volte nel riportare episodi della sua vita il veneziano non esitava a tacere o ad apportare modifiche sulle parti delle sue avventure che riteneva più imbarazzanti.

Due anni dopo, nel 1746, ritornò a Venezia dove per guadagnare da vivere suonava il violino nell’orchestra del teatro del suo padrino (o padre) Michele Grimani. Un giorno salvò la vita al nobile veneziano Matteo Bragadin che, colto da malore, fu soccorso dal Casanova. Il nobile si affezionò al giovane Giacomo. Addirittura lo adottò legalmente e gli concesse una rendita mensile. Attraverso l’amicizia del Bragadin ebbe libero accesso ai salotti più esclusivi di Venezia, dove con la sua verve e intelligenza ebbe modo di farsi notare. Fu in questo fortunato periodo della vita che Giacomo incontrò Henriette, una delle relazioni importanti della sua vita. Henriette, così citata nelle memorie, era in realtà Jeanne-Marie d’Albert de Saint-Hippolyte, nobildonna francese. Con Henriette il Casanova trascorse un periodo bellissimo. Durò poco, come tutte le “liaison” del gentiluomo veneziano.

Nel 1750 partì per Parigi. Nella capitale francese frequentò gli ambienti della Comedie Francaise e della Comedie Italienne. Si affiliò alla locale loggia massonica per approfittare delle entrature che la società segreta gli poteva assicurare. Passò allegramente da un salotto all’altro facendo amicizie e curando relazioni. Fu in quella città che scrisse la sua prima opera letteraria, il “Zoroastro”. Nel 1752 si recò a Dresda dove la madre, Zanetta Farussi, era prima attrice della compagnia stabile della Commedia Italiana. La Farussi visse il resto della sua vita a Dresda, insieme a due dei suoi figli. Ebbe concessa dalla corte di Sassonia una rendita di 400 talleri. Morì a Dresda nel 1776. Dopo alcuni mesi di soggiorno nella città tedesca, Casanova si trasferì a Vienna dove conobbe Pietro Metastasio. Annoiato dalla vita poco brillante della capitale austriaca, tornò nella sua amata città natale nel 1752.

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A Venezia riprese la sua solita e brillante vita. Ebbe tra i suoi amori una suora di bellissimo aspetto, che lui identificò nelle memorie con le sole iniziali M.M. Dalle chiacchiere che circolavano nei salotti dell’epoca e dalle ricerche fatta dagli studiosi, la suora in questione sembra che fosse la nobile veneziana Marina Morosini, appartenente alla più potente famiglia della città lagunare. Marina Morosini era tra l’altro anche l’amante dell’ambasciatore francese a Venezia. Entrare nei conventi e allacciare storie d’amore con le suore era lo sport più diffuso tra i gentiluomini dell’epoca, che poi menavano vanto delle loro conquiste. La potenza della famiglia Morosini, che certo non era entusiasta delle avventure della loro suora, determinò l’intervento del procuratore di giustizia. Giacomo era già sotto sorveglianza per i sospetti che suscitava a causa della vita dispendiosa che conduceva. La notte del 25 luglio del 1755 fu arrestato e rinchiuso nei Piombi, le terribili prigioni di Venezia. Evase l’anno seguente, il 31 ottobre del 1756.

Interno dei Piombi nel palazzo ducale di Venezia - Виктор Омский - 2012
Interno dei Piombi nel palazzo ducale di Venezia – Виктор Омский – 2012

Dopo la fuga Casanova riuscì a raggiungere Bolzano. Era consapevole della “longa manus” della giustizia veneziana. Altri casi precedenti al suo si erano conclusi con il ricercato ucciso dalle spie veneziane anche al di fuori dei confini della repubblica. Pertanto si affrettò a raggiungere Parigi dove poteva contare su molte amicizie altolocate. Nel 1757 giunse sulla Senna. Con l’aiuto del suo amico De Bernis, che era ministro degli affari esteri, organizzò, in società con altre persone, una lotteria che ebbe un discreto successo. Poi il De Bernis gli affidò alcuni incarichi ufficiali a Dunkerque e ad Amsterdam, che il Casanova svolse con intelligente capacità. Ebbe una brutta avventura con la scrittrice Giustiniana Wynne che si trovava a Parigi, incinta di Andrea Memmo, un amico veneziano di Giacomo. La Wynne chiese a Casanova di aiutarla a liberarsi della gravidanza. Il gentiluomo veneziano si prodigò per darle aiuto ma fu coinvolto nella denuncia che l’ostetrica, che avrebbe dovuto far abortire la scrittrice, presentò alle autorità. Era una denuncia fatta a scopo di estorsione. L’ostetrica voleva ricavare molti soldi da quella situazione. Alla fine Giustiniana partorì regolarmente il suo figlioletto.

Assolto dalle accuse relative al tentato aborto della Wynne, Casanova lasciò Parigi. Dopo essere stato a Londra e Berlino, sostò a Varsavia dove ebbe un contrasto con un nobile del luogo, il conte Francesco Branicki, a causa della ballerina veneziana Anna Binetti. La disputa sfociò in un duello con la pistola. Casanova fu ferito leggermente a una mano, mentre il conte fu colpito all’addome. Lo stesso conte invitò il Casanova a lasciare velocemente Varsavia per evitare vendette dei suoi amici. La ferita del conte non era mortale e lo stesso guarì dopo qualche tempo. L’avventuriero veneziano raggiunse Pietroburgo, dove soggiornò per nove mesi. In quella città conobbe e si innamorò perdutamente di una ragazza di 16 anni, la bellissima contadina Zaira.

Nel 1760 raggiunse Ginevra dove volle incontrare il filosofo Voltaire nel castello di Ferney. Non fu un colloquio particolarmente affabile. Voltaire si comportò con aria di superiorità, naturalmente giustificata, essendo lui il maggior intellettuale dell’epoca. Casanova prese a contestare un po’ tutte le affermazioni del filosofo. Praticamente non si trovarono d’accordo su nulla. Giacomo scrisse nelle sue memorie che rimase tanto indispettito da quel colloquio che trovò poi sempre da ridire su tutte le idee del filosofo.

Lasciata la Svizzera si recò a Roma dove incontrò il fratello. Giovanni Casanova era un apprezzato pittore, allievo di Anton Rafael Mengs. Lavorò con il maestro e con l’archeologo Johann Winckelmann. Attraverso le amicizie del fratello, in particolare del Winckelmann che aveva numerose conoscenze tra gli alti prelati, Giacomo Casanova riuscì a ottenere udienza privata da papa Clemente XIII.

Jeanne Marquise d'Urfé
Jeanne Marquise d’Urfé

Tornato a Parigi, conobbe la Marchesa d’Urfè, una ricchissima donna di età avanzata. Casanova si vantò con la Madame delle sue capacità nell’occultismo di cui la stessa era appassionata. La marchesa fece a Casanova una richiesta incredibile. Voleva essere trasferita nel corpo di un ragazzo per ritornare giovane. L’avventuriero veneziano, senza batter ciglio, le fece credere di essere in grado di accontentarla. Naturalmente la preparazione per ringiovanire fu lunga e difficile, molto onerosa per la marchesa. Casanova, per meglio circuirla, ne diventò l’amante. Continuò per lungo tempo a spillar quattrini alla d’Urfè, cosa che gli permetteva di avere un alto tenore di vita e di sperperare al gioco e alle donne notevoli somme, circa un milione di lire francesi, come denunciò la nipote dell’anziana Madame d’Urfè.

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Nel 1769 Casanova riprese i suoi vagabondaggi in Italia. Si recò a Napoli dove riprese contatti con i suoi amici, conosciuti durante la sua prima permanenza in città, avvenuta nel 1744. Andò in cerca del suo antico amore, Lucrezia Castelli. Rintracciò Lucrezia a Salerno, dove la stessa era ospite nel palazzo del marchese Carrara. Il marchese aveva sposato Leonilde, la figlia che Lucrezia aveva avuto in seguito alla precedente relazione con Giacomo Casanova. Leonilde, degna figlia del padre, si era unita all’anziano marchese per le immense ricchezze che possedeva. Non si faceva scrupolo di tradirlo a ogni piè sospinto, forse con il consenso del marito. Casanova venne ospitato dal marchese. Durante il suo soggiorno a Salerno riprese la relazione con l’ormai matura Lucrezia ma non disdegnò altre avventure, sembra anche con Leonilde, oltre che con la sua giovanissima cameriera.

Recatosi a Bologna, prese contatto con i suoi amici veneziani Marco Dandolo e Pietro Zaguri, chiedendo loro di interessarsi per ottenere la grazia dalla Serenissima, e quindi poter rientrare in città. Gli amici interpellati, prevedendo tempi lunghi per la concessione della grazia, gli consigliarono di recarsi a Trieste, città che, per la sua posizione e la sua storia, godeva di innumerevoli legami con la città lagunare.

A Trieste ebbe modo di rendersi utile alla Repubblica Veneziana, facilitando i rapporti tra la stessa e le autorità austriache della città. Si dedicò alla letteratura procedendo alla stesura di alcune opere storiche, quale la “Istoria delle turbolenze della Polonia dalla morte di Elisabetta Petrowna fino alla pace fra la Russia e la Porta Ottomana”, di cui sono stati ritrovati solo quattro volumi. Il 10 settembre del 1774 gli fu concessa la grazia e Giacomo Casanova fece rientro nella sua Venezia.

Trovò la città molto cambiata. Tanti suoi amici erano deceduti, alcuni lo avevano abbandonato. Le autorità continuavano a sorvegliarlo. Per guadagnar soldi, di cui aveva estremo bisogno, pubblicò diversi libri. Si impegnò anche nella traduzione dell’Iliade. Non conoscendo il greco, basò la sua scrittura del capolavoro omerico partendo da una edizione latina. Sempre per guadagnarsi da vivere divenne un informatore della polizia veneziana. I suoi rapporti erano comunque abbastanza benevoli, risultando evidente la sua volontà di non danneggiare le persone sorvegliate.

Nel 1778 incontrò il conte di Cagliostro con la moglie Serafina. Lo aveva conosciuto anni prima in Francia. Cagliostro gli parlò delle sue idee sulla religione e Casanova gli consigliò di non recarsi a Roma, dove sicuramente era sotto attenzione delle autorità inquisitorie. Purtroppo il conte non lo ascoltò. Quando si recò a Roma fu arrestato, processato e rinchiuso nelle segrete delle prigioni di San Leo, dove morì.

Spinto dal bisogno di denaro divenne editore di una rivista “Opuscoli miscellanei” che però non ebbe molta fortuna. Si improvvisò anche impresario teatrale, scritturando una famosa compagnia di teatranti francesi, la cui capocomica era Madame Clairmonde. Dopo le prime rappresentazioni al teatro S. Angelo che fecero il tutto esaurito, l’interesse dei veneziani per la Clairmonde si attenuò e l’impresa teatrale fallì miseramente.

Nel 1782 ebbe una violenta lite con il marchese Carlo Spinola, per una percentuale su un credito che non gli era stata pagata. Il suo amico Giovan Carlo Grimani prese le difese dello Spinola. Per vendicarsi dell’amico pubblicò un libello che, sotto le mentite spoglie di una storia mitologica, metteva in piazza la propria origine bastarda, figlio di Zanetta e di Michele Grimani, e quella di Giovan Carlo, concepito dalla moglie di Michele Grimani con il fratello dello stesso, Sebastiano. A causa dello scandalo suscitato da questa vicenda fu costretto a trasferirsi con una certa urgenza a Vienna.

Nella capitale austriaca trovò impiego come segretario dell’ambasciatore veneziano Sebastiano Foscarini. Ma già l’anno seguente, nel 1785, ebbe necessità di trovare una nuova occupazione a causa del decesso dell’ambasciatore. Il conte Giuseppe Carlo di Waldstein gli offrì, e Casanova accettò, l’impiego di bibliotecario presso il suo castello di Dux in Boemia.

daiGiacomo Casanova trascorse gli ultimi anni della sua vita in quella piccola città. Passava il tempo studiando i volumi della biblioteca. Scrisse qui molti dei suoi libri, tra i quali i celebri “Historie de ma fuite” (Storia della mia fuga… dai Piombi) e “Historie de ma vie” (Storia della mia vita). In questo triste periodo, vittima di acciacchi e malanni, mantenne i rapporti con i suoi vecchi amici attraverso una nutrita corrispondenza. Morì nel castello di Dux il 4 giugno del 1798. Fu sepolto nella vicina chiesa di Santa Barbara.

Bibliografia:
it.wikipedia.org/wiki/Giacomo Casanova
treccani.it/enciclopedia/Giacomo Casanova (Dizionario-Biografico)/
Pietro Chiara, Il vero Casanova, Milano, Mursia, 1977
Giacomo Casanova, L’histoire de ma vie, a cura di Michele Mari, Quaderni di Acme 100, Milano, Cisalpino, 2008
it.wikipedia.org/wiki/Zanetta_Farussi