Io, Giulia Di Marco, e la carità carnale

I, Giulia Di Marco, and the carnal charity (Read English version)

Immaginario racconto autobiografico di Giulia Di Marco, conosciuta a Napoli come Suor Partenope, la “Santa in vita” che creò la Congregazione della Carità Carnale. Una incredibile storia che fece scalpore a Napoli all’inizio del XVII secolo.


Mi chiamo Giulia Di Marco. A Napoli sono conosciuta come Suor Partenope. Nacqui nel 1575 a Sepino, un paesino del Molise. Mio padre e mia madre erano contadini. Mia nonna era una schiava turca al servizio di un nobile spagnolo di Napoli, convertita al cristianesimo, fu data sposa a un contadino di Sarno, mio nonno. Ben presto rimasi orfana di padre. Ancora bambina andai a far da serva a un commerciante di Campobasso di origini napoletane. Dopo qualche anno il mio padrone morì. Fui presa a servizio dalla sorella del commerciante, che si trasferì a Napoli, sua città natale, dove aveva qualche proprietà e un appartamento dove abitare.

Ormai ero diventata una signorina e gli uomini mi guardavano insistentemente. Un giorno conobbi un bellissimo giovane, staffiere di un nobile signore. Dietro promessa di matrimonio mi diedi completamente a lui. Dopo poco mi accorsi di essere incinta. Avvisai di ciò il mio giovane amante, che però ben presto sparì dalla circolazione. Presa dalla disperazione confessai tutto alla mia padrona. Che mi rimproverò ma poi si occupò di me. Con l’aiuto della padrona sgravai un bambino, che fu subito affidato alla Ruota dell’Annunziata.

Restai con la mia padrona ancora molti anni. Quando morì mi lasciò in eredità i suoi mobili. Per sopravvivere trovai conveniente vestire una veste monacale e cominciai a frequentare chiese e monasteri tanto che sembravo la più pia e devota delle donne. Alcune signore benestanti mi invitavano a casa loro per pregare insieme e per confidarmi le loro preoccupazioni. Vissi bene. La fama di donna devota andò crescendo negli anni. Venivo considerata quasi una santa.

Avevo trent’anni quando per un caso elessi a mio confessore Padre Aniello Arciero, un prete nato a Gallipoli, che aveva all’incirca la mia età e che apparteneva alla Congregazione dei Ministri degli Infermi. L’incontro con Padre Aniello fu insieme la mia fortuna e la mia perdizione. Padre Aniello era un po’ strano. Durante le confessioni mi riempiva la testa di belle parole. Dalle parole passò ai fatti. Mi toccava dappertutto. Lui diceva che era per mettere alla prova la mia devozione e la sua. All’inizio non succedeva granché, perché effettivamente Padre Aniello sembrava indifferente alle mie grazie. Poi i suoi istinti cominciarono a risvegliarsi, e anche i miei. Finì che andammo a letto insieme. Era il 1605. Padre Aniello mi raccontò la sua teoria della salvezza dicendo che quello che facevamo era voluto da Dio. Nel vecchio testamento era scritto “crescete e moltiplicatevi”. Perciò era Dio che voleva che noi fossimo uniti spiritualmente ma anche materialmente. Sempre più preso da questa teoria, di cui anch’io ero convinta, Padre Aniello iniziò a divulgarla, con belle e meritorie parole, dal pulpito delle chiese che frequentava. Raccolse un buon numero di seguaci. Fondò la setta della “Carità carnale”. Io fui l’emblema di questa setta.

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Divenni una “Santa”, incontravo i seguaci della setta e chi altro volesse. Padre Aniello mi informava dei segreti delle persone che venivano da me, confidati a lui in confessione. Perciò io potevo far mostra di conoscere le debolezze e le angosce di queste persone, con grande meraviglia delle stesse. Si unì a noi un nobile decaduto, di poca moneta ma di grande istruzione, tal Giuseppe de Vicarijs, di professione avvocato. A ragione della sua professione era dotato di una grande eloquenza e di un forbito parlare. Nella congregazione io era la “Santa in vita”, Padre Aniello il padre spirituale, e Giuseppe de Vicarijs era quello che teneva i rapporti con il mondo e riusciva a trovare le parole giuste quando ci si doveva confrontare con le autorità religiose.

Le prime adunanze della congregazione si ebbero in casa di un gentiluomo, Giuseppe Michele Urbano, che aveva messo a disposizione alcuni locali. Presto tali locali si rivelarono insufficienti e, pertanto, la sede fu trasferita nella mia ampia casa in Vico de’ Mannesi, tra Via dei Tribunali e Vico dei Zuroli. Padre Aniello organizzava gli incontri dei seguaci, formati principalmente da giovani, uomini e donne. Essi venivano suddivisi in gruppetti di numero pari tra maschi e femmine. Dopo le preghiere i vari gruppetti si riunivano in alcune stanze dove facevano l’amore. I più bei giovani venivano riservati a me. Io ero seduta. I prescelti si inginocchiavano uno per volta di fronte a me e mi baciavano. In poco tempo andavo in “estasi”. A me la cosa sembrava naturale. Invece Padre Aniello diceva che questa era l’estasi di una “Santa”. Siccome era in mio guadagno, accettavo ben volentieri la spiegazione.

La congregazione della “Carità carnale” ebbe un successo strepitoso. La mia casa era frequentata da persone di ogni ceto. Venivano da me anche molti nobili e nobildonne. Non mancavano i preti. Un giorno incontrai l’altra “Santa in vita” di Napoli, Suor Orsola Benincasa. Mostrò interesse, ma io captai la sua malevolenza. Evidentemente temeva che il mio successo potesse andare a discapito della sua popolarità. Mi raccontarono che una seguace di Suor Orsola, vedendola accigliata, dicesse: “Anche le sante soffrono di invidia”. Da quell’incontro iniziarono i miei guai. I frati teatini, protettori di Suor Orsola, fecero arrivare maldicenze nei miei confronti alle orecchie del Sant’Uffizio. Il Sant’Uffizio incaricò quel sant’uomo del vescovo di Caserta, Monsignor Deodato Gentile, con incarico di inquisitore, di indagare su quello che avveniva nella mia casa.

Monsignor Gentile trovò che nulla di particolarmente grave succedeva nella congregazione ma, avendo riscontrato alcune cose che a suo parere erano sconvenienti, volle che io mi trasferissi nel convento di Sant’Antonio di Padova, vicino al Monastero della Sapienza. Non potevo parlare con nessuno che non fossero le suore del monastero. Padre Aniello Arciero invece fu chiamato a Roma e interrogato dal Sant’Uffizio. Ma le sue azioni furono giudicate solo imprudenti. Egli ebbe l’obbligo di risiedere a Roma e gli fu sospesa la facoltà di confessare.

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Io rimasi nel monastero di Sant’Antonio di Padova tre anni. Mi fu assegnato un nuovo confessore, Padre Ludovico Antinoro. In fondo tutti gli uomini sono uguali, preti o non preti, basta saperli prendere per il verso giusto. Dopo un po’ Padre Ludovico divenne il mio più grande difensore, parlava in modo entusiasta della mia santità con i suoi superiori. Anche le altre monache del monastero iniziarono ad apprezzarmi. Avevo anche conosciuto una delle più nobili donzelle del reame, Donna Violante de Toledo, che frequentava il monastero come conversa. Ben presto diventammo amiche e, poiché Donna Violante era molto istruita, gli dettavo delle missive nobili e teologicamente corrette, che mi erano segretamente suggerite dal mio amico Giuseppe de Vicarijs, che poi lei faceva recapitare ai più alti prelati.

Monsignor Gentile, che non era uno sciocco, intese la pericolosità di quello che andavo combinando, così dispose che fossi trasferita in un monastero di Cerrito. Anche in questo nuovo monastero avevo la proibizione di parlare con chiunque. Fortunatamente nel 1610 divenne vescovo di Caserta Stefano de Vicarijs. Giuseppe de Vicarijs, falsificando alcuni documenti, si presentò al vescovo come un suo parente. Acquisì molta familiarità con il prelato, così poté convincerlo di farmi trasferire in un convento di Nocera.

Giuseppe raccontò al suo presunto parente vescovo, che era il nuovo incaricato del Sant’Uffizio, le invidie e le false denunce che avevano determinato la mia reclusione nel monastero. Vennero anche esibiti certificati medici che attestavano il mio precario stato di salute e la necessità che rientrassi a Napoli. Così fu. Il giorno che lasciai Nocera, ero diventata tanto famosa in quel luogo come santa donna, che suonarono le campane di tutte le chiese.

Nel tempo della mia assenza da Napoli, la mia fama, invece di affievolirsi, era cresciuta a dismisura. Il nobile Don Alfonso Suarez, che aveva altissimi incarichi, mise a mia disposizione la sua casa in modo che potessi ricevere i fedeli della congregazione. La comunità era frequentata da tantissime persone, molte delle quali di nobili famiglie. Persino Donna Caterina Roscias y Sandoval, Contessa di Lemos, moglie del viceré Pedro Fernandez de Castro, frequentò la casa di Don Suarez per incontrarmi.

Non potendo riprendere le mie belle abitudini in quella casa, mi trasferii in un amplissimo appartamento sulla collina Fonseca, verso Capodimonte, che adibii a mia dimora e a sede della congregazione. In questa nuova dimora, formata da tante stanze, ripresero i piacevoli incontri tra i seguaci dei due sessi della congregazione. Ripresero anche i miei incontri con i più giovani e aitanti di loro. Ora tutta la nobiltà napoletana era partecipe.

A causa del gran numero di fedeli che seguivano le mia preghiere, c’era la possibilità che qualche gentiluomo potesse incontrare donne della sua famiglia che, in incognito, fossero adepte della congregazione. Per evitare questi incontri fortuiti nei piccoli gruppi che si formavano e che poi si ritiravano nelle varie camere per unirsi sessualmente, ero molto attenta a che Giuseppe de Vicarijs, nello sceglierne i partecipanti, in numero pari di uomini e donne, non facesse capitare questo inconveniente.

I contrasti con i frati Teatini continuarono. Raccomandavo a quelli che mi erano più vicino di non frequentare e nemmeno parlare con i frati per non dare occasione di accuse contro la mia congregazione. Per meglio contrastare queste invidie mi appoggiavo ai Gesuiti nella loro nuova chiesa che si trovava di fronte a quella di Santa Chiara.

Un giorno capitò che la nostra consorella Suor Francesca, una santa donna tutta dedita ad alleviare le sofferenze degli infermi, fu chiamata nella casa di Don Cesare Cangiante, che era molto malato. Nella stessa casa si era recato il suo confessore, il teatino Padre Benedetto Mandina. Suor Francesca e Padre Benedetto si incontrarono più volte in casa dell’infermo. Suor Francesca, tratta in inganno con belle parole da Padre Mandina, raccontò le nostre cose andando al di là del dovuto. Raccontò, anche se non pienamente, quello che io stessa facevo con i miei giovani adepti. Anche quattro preti dell’ordine dei teatini erano stati miei seguaci. Nel tempo però si erano distaccati, tornando alla loro antica obbedienza.

Padre Mandina ci mise poco a mettere insieme quanto saputo da Suor Francesca e il racconto, anche se purgato delle cose più insane, raccolto dai quattro preti pentiti. I religiosi furono costretti a una piena confessione dai loro superiori dell’ordine. Per togliermi di torno Suor Francesca, che era stata convinta a confessare tutto, la feci rinchiudere, con uno stratagemma, nel convento di Nocera, dove avevo soggiornato per qualche anno, e così evitare che questa ingenua consorella potesse dire tutto quello che sapeva agli odiati teatini. Padre Mandina però non si fece fermare e, su consiglio di Padre Giacomo Grasso, un sacerdote molto noto, amante della letteratura e persona da bene e prudente, fece tornare a Napoli Suor Francesca e raccolse per iscritto le testimonianze di questa e quelle dei quattro preti miei ex seguaci, consegnando il tutto al delegato del Sant’Uffizio, Monsignor Maranta, Vescovo di Calvi.

Incominciai a preoccuparmi. D’intesa con Giuseppe De Vicarijs interessai tutti i confratelli di nobili origini a intervenire presso le autorità ecclesiastiche in difesa mia e della congregazione, facendo presente che le accuse erano frutto di invidia. Persino il viceré in persona, sollecitato dalla viceregina, contessa di Lemos, una delle mie più affezionate seguaci, intervenne personalmente nei confronti del vescovo. Il vescovo, pressato dai teatini, fu però irremovibile. Comunque palesò che una mia confessione con relativo pentimento avrebbe portato a pene oltremodo esigue. Anche il vescovo delegato del Sant’Uffizio temeva lo scandalo che ne sarebbe seguito a causa dell’impressionante seguito della congregazione, e cercava in qualche modo di mettere il silenziatore alla faccenda.

Gli inquisitori di Roma sollevarono il vescovo di Calvi dall’incarico, poiché dava mostra di debolezza, e nominarono delegato speciale per il mio processo Monsignor Nunzio, il quale, senza tentennamenti, mi fece arrestare dai gendarmi dell’arcivescovado. Fu arrestato anche Giuseppe de Vicarijs. A Roma fu incatenato e imprigionato Padre Aniello Arciero che non si muoveva da quella città da tre anni, come gli era stato ordinato. Nottetempo io e Giuseppe fummo trasferiti in catene a Roma.

Saputo della carcerazione e del trasferimento, un gran numero di nostri confratelli vennero anch’essi a Roma protestando per le strade contro la nostra reclusione. Erano tutti giovani appartenenti alle migliori famiglie napoletane. Ciò nonostante furono anche loro imprigionati. Solo l’intervento delle loro potenti famiglie fece in modo che fossero liberati, anche se dopo molti mesi di prigione.

Fummo sottoposti a interrogatorio. L’inquisitore del Sant’Uffizio mi invitò a confessare le mie colpe, facendomi capire che gli errori che mi venivano addebitati erano causati dai cattivi insegnamenti di Padre Aniello Arciero. Così feci, per risparmiarmi la tortura e la pena capitale. Si comportarono allo stesso modo anche Padre Aniello e Giuseppe de Vicarijs. Il tribunale ci trovò colpevoli di eresia e ci condannò al carcere a vita.

Il 12 luglio del 1615 fummo portati nella basilica di Santa Maria Sopra Minerva. Nella chiesa era presente tutto il collegio cardinalizio. Una folla di persone, nobili e plebei, era in chiesa e fuori della chiesa. Fu letta la sentenza che ci riconosceva colpevoli di eresia e ci condannava all’ergastolo. Io lessi per prima il mio atto di abiura dove dichiaravo che quello che avevo fatto era opera del demonio, che mi pentivo e riconoscevo la retta via che mi era indicata dalla chiesa. Lo stesso fecero i miei due sfortunati compagni. Fummo vestiti con l’abito giallo dei penitenti e fummo trasferiti nelle carceri di Castel Sant’Angelo.


Così si concluse la strana e clamorosa vicenda della congregazione della “Carità carnale” con le condanne per eresia dei tre protagonisti. Il 9 agosto la sentenza di condanna fu letta anche nella cattedrale di Napoli dall’arcivescovo Cardinale Carafa. Suor Giulia Di Marco e i suoi due compagni morirono nelle carceri di Castel Sant’Angelo. Non si conoscono le date dei decessi.

La congregazione della “Carità carnale” non era altro che il circolo “Quietista” napoletano. Il “quietismo” indicava una via alternativa alla salvezza, da raggiungere con il desiderio di Dio e la quiete dell’anima, con una vita vissuta in modo normale, quindi anche esaudendo ogni desiderio carnale. Fin quando, arrivati alla grazia, spontaneamente si rinunciava ai beni e ai piaceri terreni. Il “Quietismo”, il cui maggior esponente fu Miguel de Molinos, fu tollerato dalle autorità religiose, anche se con sospetto, fino alla fine del 1600. Papa Innocenzo XII proclamò l’eresia della dottrina quietista nel 1689.

Estasi di Santa Teresa, Bernini - LivioAndronico2013 - CC BY-SA 4.0 (2)
Estasi di Santa Teresa, Bernini – LivioAndronico2013 – CC BY-SA 4.0 

Il quadro di Michelangelo da Caravaggiole sette opere della misericordia”, commissionato nel 1606 da Luigi Carafa Colonna per il Pio Monte della Misericordia, mostra una figura femminile che porge il seno nudo a un vecchio, a rappresentare l’opera di misericordia di “dar da mangiare agli affamati”. Tale figura appare influenzata dall’attività della setta della “Carità carnale”. E’ ragionevole pensare che Caravaggio abbia avuto la possibilità di conoscere Suor Giulia attraverso esponenti della famiglia Colonna, seguaci della stessa, dei quali Caravaggio era ospite a Napoli.

La scultura “Estasi di Santa Teresa” di Gian Lorenzo Bernini è ispirata, secondo alcuni critici d’arte, alle cosiddette “estasi”, molto terrene, di Suor Giulia Di Marco. Il padre del Bernini, Pietro, sembra che fosse stato un assiduo frequentatore delle sedute di “preghiera” e delle “estasi” della Di Marco.

Bibliografia:
Anonimo, Istoria di suor Giulia Di Marco e della falsa dottrina insegnata da lei, dal padre Aniello Arciero, e da Giuseppe De Vicariiis, Manoscritto della Bibl. Prov.le di Foggia
Vigilante Antonio, La carità carnale, Istoria di Suor Giulia di Marco, Rainone editore, 2006
it.wikipedia.org/wiki/Giulia_Di_Marco
www.treccani.it/enciclopedia/aniello-arciero_(Dizionario-Biografico)/

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