Stalingrad in 1942 (Read English version)

La battaglia di Stalingrado fu l’inizio della fine del Terzo Reich. Hitler non volle recepire la lezione che i russi avevano dato a Napoleone. Il clima e l’immensità del territorio rendeva quasi impossibile la conquista della Russia. Gli errori di strategia dei tedeschi fecero il resto.

“Diamo un calcio alla porta e la Russia crollerà”, (Hitler, prima dell’inizio dell’apertura del fronte orientale). La campagna di Russia iniziò in modo trionfale il 22 giugno del 1941 con l’ingresso dell’esercito tedesco nel territorio russo per l’operazione “Barbarossa”. Così fu chiamata dai tedeschi la campagna di Russia. Stalin non aveva mai creduto che i tedeschi volessero invadere l’Unione Sovietica. Egli pensava che il patto di non aggressione Molotov-Ribbentrop, che prevedeva la spartizione della Polonia, mettesse al sicuro la Russia. I segnali di una prossima invasione, che venivano rilevati delle osservazioni dei servizi di spionaggio e dalle preoccupate comunicazioni dell’ambasciatore sovietico a Berlino, non furono tenute in alcun conto da Stalin, che non attivò contromosse per quella invasione che a tutti sembrava imminente meno che al Segretario del Soviet Supremo. I tedeschi, assicuratosi la tranquillità sul fronte occidentale con l’invasione della Francia, rivolsero le loro mire contro il loro alleato orientale, l’Unione Sovietica. L’esercito della Germania entrò nella Polonia occupata dai russi e in Ucraina praticamente senza colpo ferire. In poco tempo le divisioni tedesche si addentrarono a fondo nel territorio sovietico approfittando anche delle simpatie che incontrarono presso parte delle popolazioni ucraine e baltiche che si ritenevano sotto occupazione russa.

Parteciparono all’invasione, insieme alle divisioni tedesche, truppe italiane, ungheresi e rumene. Mussolini veniva da diverse sconfitte militari in Africa e dal fallimento della campagna di Grecia, che fu conquistata solo con l’intervento delle truppe tedesche. Queste disastrose operazioni militari avevano compromesso la sua credibilità nei confronti dell’alleato Hitler. Nonostante che Hitler tenesse completamente all’oscuro l’Italia di quello che andava organizzando sul fronte russo, Mussolini, come del resto tutti in Europa, aveva capito in anticipo le intenzioni di conquista dei territori orientali, per cui tenne pronto un corpo di spedizione, il CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia), che al momento della partenza per la Russia prese il nome di ARMIR (Armata Italiana in Russia), per intervenire al momento opportuno al fianco delle truppe tedesche e capitalizzare la “sicura” vittoria dell’alleato nei confronti della Russia guidata da uno Stalin che appariva indeciso sul da farsi. Stalin aveva già fatto intendere alla Germania di essere disposto a concessioni pur di evitare l’invasione. A metà luglio l’ARMIR, con circa 220.000 soldati, mosse verso la Russia avendo il compito, assegnatogli dagli strateghi tedeschi, di aiutare, insieme a truppe ungheresi e rumene, l’esercito tedesco nella conquista dei territori a sud dell’Unione Sovietica.

L’invasione dell’Unione Sovietica prevedeva tre linee di penetrazione. Le truppe tedesche, con la 4a Panzergruppe, forte di 600 carri armati, schierate sul fronte nord, coadiuvate da truppe reclutate nelle repubbliche baltiche e indirettamente aiutate dall’esercito finlandese, paese che comunque non si alleò ufficialmente con la Germania, avevano come obiettivo la conquista di Leningrado. Al centro operavano il 2a e 3a Panzergruppe con 2000 carri armati che puntarono su Minsk e Mosca. Il fronte sud, dove operava anche l’ARMIR, era guidato dalla 1a Panzergruppe con 800 carri armati. Aveva come obiettivo l’Ucraina, l’immenso granaio d’Europa, e il Caucaso russo ricco di giacimenti petroliferi. Per arrivare al Caucaso si doveva prima conquistare la sua porta d’ingresso, Stalingrado.

T-34 Urano 1942
T-34 Urano 1942

I tedeschi conducevano la loro guerra contro la Russia come un gigantesco blitz. I carri armati, che riuscivano a percorrere anche 300 chilometri in un giorno, erano la punta di diamante che serviva e sfondare il fronte e a debellare le truppe sovietiche. Poi arrivava l’esercito che occupava militarmente le zone conquistate. Questa strategia ebbe successo perché i carri armati sovietici erano nettamente inferiori a quelli tedeschi, i quali però avevano un grande difetto: le loro linee erano teutonicamente squadrate. le corazzature verticali delle torrette davano ai colpi nemici un buon bersaglio. Presto i russi misero in produzione e mandarono in prima linea i loro nuovi carri T-34 in sostituzione degli arretrati BT-7. La corazzatura dei T-34 era obliqua e rotondeggiante. Questo non permetteva ai colpi avversari di impattare violentemente, accrescendo di molto la resistenza della blindatura. Erano armati con enormi cannoni e avevano cingoli maggiorati che facilitavano la marcia negli acquitrini fangosi tipici della Russia. Divennero il terrore dei carristi tedeschi che sapevano, con il loro cannoncino da 75 mm., di avere una pistola contro il fucile del carro russo, fornito di un cannone tanto lungo che a volte esplodeva a causa dell’interramento della canna.

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L’8 settembre del 1941 i tedeschi arrivarono alle porte di Leningrado, l’antica capitale zarista San Pietroburgo. In un primo momento pensavano di conquistare la città in pochi giorni, vista la poca resistenza trovata fino a quel momento. I tedeschi ritenevano i russi di una razza inferiore e pertanto non in grado di fronteggiare validamente il loro esercito. Invece trovarono una eroica resistenza. L’assedio alla città durò ben due anni e cinque mesi, ma nonostante le inenarrabili sofferenze che i cittadini di Leningrado dovettero sopportare, la città resistette ai colpi di maglio portati dall’artiglieria e dai carri armati dei nemici.

Mentre l’armata del nord era bloccata nell’assedio di Leningrado, l’armata di centro, forte di 2000 panzer, ebbe ordine di dirigersi verso Mosca. Hitler aveva tentennato a dare quell’ordine poiché riteneva importante consolidare la conquista dell’Ucraina. Il 16 luglio i tedeschi erano a Smolensk, pochi chilometri da Mosca. Le truppe sovietiche si erano ammassate a est di Smolensk. Erano l’ultima linea difensiva prima della capitale. Perduta Mosca ai russi non sarebbe rimasto che ritirarsi in Siberia, dove organizzare l’ultima difesa, quella della sopravvivenza. In caso di sconfitta conoscevano bene il loro destino, gli era stato riportato del loro ambasciatore a Berlino. Una parte dei russi del lato europeo del territorio sarebbero rimasti come schiavi al servizio dei tedeschi, gli altri sarebbero stati deportati in Siberia.

La punta sud dello schieramento tedesco, con gli italiani, gli ungheresi e i rumeni, era avanzata fino a Rostov, conquistandola. Le truppe si erano allungate sul territorio esponendo il fianco nord al contrattacco dei sovietici. La 1a Panzergruppe subì la prima vera sconfitta delle Germania in Russia. L’esercito sovietico riuscì a ricacciare indietro i tedeschi e a riconquistare Rostov.

Sopraggiungeva l’inverno del ‘41. La sindrome napoleonica iniziò a colpire anche l’esercito tedesco. Hitler aveva immaginato di riuscire a completare l’operazione Barbarossa prima dell’arrivo dell’inverno, i suoi soldati non erano attrezzati a sostenere i freddi intensi dell’inverno russo, men che mai le truppe italiane dell’ARMIR che addirittura avevano scarpe foderate con il cartone. Solo a inverno inoltrato i tedeschi fecero arrivare vestiti, cappotti e stivali invernali alle loro truppe. Gli italiani invece non ebbero questi rifornimenti, rimanendo abbandonati con il loro equipaggiamento leggero, visto che, secondo lo stato maggiore italiano, si trattava di un’operazione iniziata a giugno e quindi estiva.

L’arrivo dell’estate del ‘42 vide le forze tedesche in una situazione critica. Le armate tedesche della colonna nord erano di fatto bloccate nell’assedio di Leningrado. Le forze germaniche della colonna centrale erano alle prese con feroci combattimenti. I russi difendevano con ogni mezzo Mosca. Gli invasori furono costretti a indietreggiare, perdendosi in una guerra di posizione che li teneva bloccati. Hitler, volendo capitalizzare l’avanzata nel territorio sovietico con una grande vittoria, ordinò la conquista di Stalingrado alle armate schierate a sud della Russia. Secondo l’intendimento degli stati maggiori di Berlino la conquista di Stalingrado doveva concludersi prima del inverno del ‘42. Hitler pensava di conquistare la Russia meridionale, ricca di petrolio, e facilitare la congiunzione tra l’esercito tedesco e quello giapponese che era alle prese della campagna di conquiste in Asia Orientale, tra la Manciuria e l’Indocina. Al comando dell’operazione Stalingrado c’era il generale Paulus, una leggenda per i soldati tedeschi.

Durante l’inverno del ‘41 Stalingrado si era preparata all’attacco nemico con la costruzione di bastioni, fossati, trincee, casematte. Il 17 luglio del’42 iniziò la battaglia di Stalingrado. I tedeschi cercarono di costituire una testa di ponte oltre il fiume Don, a circa 50 chilometri a ovest della città. La 62ma armata russa contrastò le forze tedesche validamente. Gli invasori ebbero come rinforzi due corpi d’armata di fanteria e uno di truppe corazzate. Nonostante ciò riuscirono ad avanzare solo di pochi chilometri. Il 28 luglio le autorità di Stalingrado dichiararono la mobilitazione generale. Stalin aveva diramato un comunicato: “Non più un passo indietro”, dove si invitavano i cittadini a resistere fino alla morte. Tutti, dai 15 anni in su si presentarono per combattere: operai appena usciti dalle fabbriche, studenti, anziani, donne. Furono armati in gran fretta e dislocati a difesa della città. Operavano tra i russi più di 500 cecchini. Tiratori scelti che riuscivano a colpire il nemico anche a un chilometro di distanza. Avevano in dotazione il mitico fucile Mosin/Nagant modello 91/30, che aveva adottato le soluzioni tecniche del nostro Carcano mod. 91. Tra questi si distinse il soldato “Vasja” Zaitsev con 250 nemici uccisi, divenne una leggenda e fu eroe nazionale dell’Unione Sovietica. La sua storia è stata raccontata nel film “Il nemico alle porte”.

Il 23 agosto il generale tedesco Hube con la sua Panzer Division penetrò ben oltre il Don raggiungendo il fiume Volga e isolando la città da nord, impedendo che la stessa venisse rifornita. La battaglia di Stalingrado divenne la più decisiva di tutta l’operazione Barbarossa. Stalin, consapevole di quanto fosse importante per i tedeschi conquistare quella città, concentrò tutti gli sforzi in quello scontro. Gli aiuti purtroppo furono scarsi per via dell’accerchiamento tedesco. L’unica via di rifornimento era il Volga. Le imbarcazioni arrivavano, scaricavano i rifornimenti, caricavano donne e bambini e tornavano indietro. Sul fiume si erano formate due colonne di battelli, una per senso di marcia, in lento movimento, senza soluzione di continuità. Il generale Zuchov, proveniente da Mosca, giunto con le sue truppe a nord di Stalingrado, attaccò ripetutamente le truppe tedesche di Hube. Nonostante che Zuchov non riuscisse a sconfiggere i tedeschi, li tenne comunque impegnati, impedendo il completo accerchiamento della città.

Durante il mese di settembre la quarta armata tedesca del generale Hoth riuscì nell’impresa di chiudere il varco a sud di Stalingrado, completando l’accerchiamento della città. Hitler, in una riunione con il comandante dell’operazione Stalingrado, il generale Paulus, concordò l’attacco finale alla città. L’inverno ormai era arrivato e anche Hitler incominciò a rendersi conto che il freddo intenso e le campagne innevate dove le loro Panzer Division affondavano i cingoli non permettendo veloci spostamenti, avrebbero significato una stasi nell’offensiva a tutto vantaggio dei difensori russi che potevano contare su una produzione industriale di armi imponente. I russi avevano per tempo spostato le attrezzature industriali dalle città occidentali sotto pericolo d’invasione nelle zone orientali vicine agli Urali. L’aviazione russa poteva contare su migliaia di nuovi aerei e l’esercito aveva sufficienti nuovi carri armati T-34, adatti agli spostamenti nella melma nevosa.

Il 13 settembre i tedeschi si trovavano in pratica all’interno della città, ma erano ferocemente contrastati strada per strada, casa per casa, dai difensori russi, ormai non solo soldati, ma anche tutti i civili in grado di reggere un fucile. Nel frattempo le autorità russe avevano completato lo sfollamento di donne e bambini. Solo pochi chilometri quadrati, il centro della città, era ancora sotto il controllo sovietico, una piccola sacca al di qua del Volga. Il comando fu affidato ai generali Eremenko e Cujkov. La Luftwaffe prese a bombardare in continuazione Stalingrado. Un gruppo di ragazze russe, addette alla contraerea, si distinse per coraggio e capacità di abbattere aerei nemici. I russi operavano dalle macerie dei palazzi e delle fabbriche dove erano nascosti anche i comandi. Resistere ancora due mesi, l’obiettivo che si era data la resistenza russa per dare il tempo di organizzare la grande controffensiva invernale che Mosca andava preparando.

Quando sembrò che i tedeschi avessero avuto la meglio poiché erano in quasi tutta la città, anche se contrastati palazzo per palazzo dai combattenti russi, da est arrivarono rinforzi che attraversavano il Volga su battelli nel buio della notte. Il contrattacco sovietico frenò i tedeschi anche se non riuscì a riconquistare i quartieri invasi dai panzer del generale Paulus. I russi avevano due punti di forza: l’artiglieria pesante che dall’altro lato del Volga bombardava le posizioni tedesche e gli attacchi notturni che le truppe russe portavano contro i tedeschi, all’interno delle loro postazioni. Gli invasori non avevano tregua, non riuscivano nemmeno più a riposare, per il timore di questi piccoli blitz che portavano un enorme danno al morale della truppa. Questi attacchi furono chiamati dai tedeschi “Rattenkrieg (guerra dei topi)”, poiché spesso i russi utilizzavano le fogne per raggiungere le postazioni nemiche.

ARMIR Colonna di prigionieri italiani - 1943
ARMIR Colonna di prigionieri italiani – 1943

L’11 novembre il generale Paulus scatenò l’ultimo attacco, quella decisivo che avrebbe dovuto spingere tutti i russi nel Volga. L’offensiva durò 8 giorni, ormai i tedeschi erano padroni della città. C’erano solo piccole sacche di resistenza sulle rive del fiume. Era il 18 novembre, troppo tardi era arrivata l’ultima battaglia. Era già cominciata la grande controffensiva invernale russa, l’operazione “Urano”. Il generale Paulus dovette abbandonare in gran fretta la città di Stalingrado e ritornare al Don dove le truppe tedesche subivano l’attacco dei russi e stavano per essere accerchiate.

L’operazione “Urano”, la controffensiva invernale russa, sebbene prevedibile, aveva preso di sorpresa lo stato maggiore tedesco che si ritrovò con le proprie forze disperse su un ampio territorio. Era stata sottovalutata la capacità russa di rinnovare i reparti con uomini e mezzi. La ritirata di Paulus oltre la linea del Don fu necessaria per ricompattare le truppe e ricostituire una forza in grado di rispondere all’offensiva. La sfondamento dei russi su uno dei lati dello schieramento tedesco oltre il Don, e il conseguente accerchiamento fu l’inizio della fine della campagna di Russia per la Germania.

La battaglia di Stalingrado terminò ufficialmente negli ultimi giorni del gennaio del 1943. I russi contarono mezzo milione di morti e 650.000 feriti, i tedeschi ebbero nella battaglia un milione di caduti. Gli italiani dell’ARMIR, che erano posizionati sulla linea del Don, ebbero 40.000 caduti. L’offensiva “Urano” segnò un’inversione di tendenza. Adesso erano i russi ad avanzare verso la Germania. Dopo due anni i soldati sovietici entrarono a Berlino.

Bibliografia:
Alfio Caruso, Noi moriamo a Stalingrado, Milano, Longanesi, 2006
Richard Overy, Russia in guerra 1941-1945, Milano, Il Saggiatore, 2003
it.wikipedia.org/wiki/Battaglia di Stalingrado
it.wikipedia.org/wiki/Fronte Orientale (1941-1945)
Giorgio Scotoni, L’Armata Rossa e la disfatta italiana (1942-43), Trento, Editrice Panorama, 2007