Great Neapolitan phisicians (Read English version)

La medicina ebbe la sua prima accademia ufficiale con la Scuola Medica Salernitana nata nel X secolo. La facoltà di medicina napoletana ne fu l’erede. Questa formò schiere di valenti medici, da Domenico Cotugno, il primo grande clinico napoletano, a Giuseppe Moscati, il medico santo.

La tradizione medica napoletana non nasceva per caso. Salerno era stata la capitale della medicina fin dal X secolo. La Scuola Medica Salernitana ebbe la sua leggendaria fondazione a opera di tre viandanti che, durante un temporale, scoprirono di essere studiosi di medicina. Decisero di fermarsi a Salerno per fondare una scuola medica in quella città.

La scuola di Salerno fu la fucina della medicina fin dal X secolo. Era rinomata in tutto il mondo. Arrivavano allievi da tutta Europa ed ebbe pazienti famosi. Tra i più famosi medici che si formarono a Salerno spicca il nome di Trotula de Ruggiero.

Trotula, o Trotta, era una nobile salernitana moglie e madre di professori e allievi della Scuola. Visse nell’XI secolo e fu la prima ginecologa che la storia ricordi. Ci sono pervenuti i suoi studi attraverso due suoi manoscritti: “De passionibus mulerium ante in et post partum”, che fu tradotto in italiano e pubblicato a Venezia nel 1547 in “Medici Antiqui omnes”, e “Pratica secundum Trotam”. Inoltre scrisse un saggio sulla cura della bellezza femminile “De ornatu mulierum”.

Altri famosi medici, allievi della scuola salernitana furono: Giovanni Plateario (XI sec.), sposato a Trotula de Ruggiero e i suoi figli Giovanni il Giovane e Matteo (XII sec.), Giovanni da Procida (XIII sec.), Abella Salernitana (un’altra delle mulieres salernitanae, XIV sec.), Matteo Silvatico (XIV sec.), Domenico Cotugno (XVIII sec.). La scuola salernitana nel 1231 fu riconosciuta da Federico II quale unica scuola che potesse rilasciare il diploma per esercitare la professione di medico.

La scuola poi ebbe alti e bassi, lentamente cedette il passo ad altre università in Europa. Nel 1811 il re di Napoli, Gioacchino Murat, la abolì dopo quasi un millennio di attività. Gli studi di medicina furono accentrati nella facoltà di medicina dell’Università di Napoli che continuò la tradizione medica salernitana. Nell’università partenopea si laurearono famosi clinici che contribuirono a scrivere la storia della medicina attraverso i loro studi e le osservazioni cliniche sui pazienti.

Domenico Cotugno (1736 – 1822)

Era nato a Ruvo di Puglia il 29 gennaio del 1736, apparteneva a una modestissima famiglia di agricoltori. Grazie a un monaco cappuccino che lo prese a ben volere poté studiare nel seminario vescovile di Molfetta. Era appassionato dello studio delle scienze naturali e della medicina. Già da piccolo sezionava gli animali morti per carpire i segreti della vita. A 16 anni si trasferì a Napoli per poter continuare gli studi di medicina. Ancora giovanissimo già aveva dissertato sui condotti auricolari che aveva esaminato negli animali e ne trasse le conseguenze riguardo al genere umano. Egli sosteneva che nell’orecchio interno fosse presente del liquido attraverso il quale si propagava il suono, in contrapposizione alle conoscenze dell’epoca che ritenevano che ci fosse solo aria all’interno dell’orecchio umano.

Nel 1754 fu assunto come medico all’Ospedale degli Incurabili, che all’epoca era all’avanguardia per la presenza di grandi maestri di medicina. Non accontentandosi di quanto aveva già raggiunto, volle diplomarsi alla Scuola Medica Salernitana dove approfondì i suoi studi. Divenne professore di “Anatomia” presso la facoltà di medicina di Napoli.

Per approfondire le sue conoscenze intraprese un giro dell’Italia incontrando le personalità scientifiche del tempo. A Roma ebbe un confronto con il famoso anatomista Natale Saliceti, a Padova conobbe il medico Giovan Battista Morgagni, del quale apprezzò la amicizia e i concetti scientifici che il medico padovano volle condividere con lui. Incontrò a Venezia l’abate Stella che aveva fama di saper curare miracolosamente tutte le malattie. Domenico Cotugno ebbe modo di esprimere la sua contrarietà a questo tipo di approccio alla medicina, fatto di ciarlataneria e approssimazione. Arrivò fino a Vienna dove ebbe in cura il medico di corte, Giuseppe Vairo, suo amico.

Una grande fama lo accompagnò nel suo ritorno a Napoli, dove divenne il medico personale di Ferdinando IV. La notorietà raggiunta gli permise di sposare una grande nobildonna napoletana, la duchessa Ippolita Ruffo. Il matrimonio gli aprì definitivamente le porte dell’alta società e permise la sua definitiva ammissione a corte. Ormai in città si diceva che nessuno poteva morire se non avesse ottenuto il permesso di Domenico Cotugno.

Il medico di Ruvo approfondì in particolare la profilassi della tubercolosi, la malattia del benessere e della buona società. Dopo la parentesi repubblicana del 1799 divenne proto-medico del Regno delle due Sicilie. Poté così organizzare la professione regolandone l’accesso. Stabilì inoltre che la professione medica fosse separata da quella di farmacista. Fu redatto il Ricettario Farmaceutico Napoletano in cui erano descritti i vari rimedi delle malattie più diffuse e i relativi prezzi. Fu un sostenitore del vaccino antivaioloso scoperto dall’americano Edward Jenner che inoculava nei pazienti la malattia attenuata per creare gli anticorpi alla stessa.

Scrisse diversi trattati di medicina, in seguito tradotti dal latino: “Commentario sulla sciatica nervosa”, “Dissertazione anatomica degli acquedotti dell’orecchio interno dell’uomo”, “De ischiade nervosa commentarius”.

Domenico Cotugno morì a Napoli nel 1822. Lasciò una parte ingente della sua eredità al suo paese natale, Ruvo di Puglia che, per ottenerla, dovette intentare una causa nei confronti della vedova, la duchessa Ippolita Ruffo, che si opponeva al lascito. L’ospedale napoletano dedicato alle malattie infettive è stato intitolato alla sua memoria.

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Antonio Cardarelli (1831 – 1927)

Antonio Cardarelli era figlio del medico di Civitanova del Sannio, un paese del Molise. Nacque il 29 marzo del 1831. Dopo aver frequentato il liceo classico nella cittadina molisana si trasferì a Napoli dove frequentò il collegio medico di S. Aniello. Si laureò in medicina a soli 22 anni, ma a causa delle sue simpatie per la causa mazziniana, ebbe difficoltà a trovare sbocchi professionali in un mondo, quello accademico napoletano, conformista e borbonico.

Antonio Cardarelli
Antonio Cardarelli

Per superare le prove per l’assunzione all’ospedale degli Incurabili fu costretto a presentarsi con false generalità. Fu subito molto apprezzato, ma anche invidiato, dai suoi colleghi per le sue capacità diagnostiche e cliniche. Si racconta che i colleghi, per fargli uno scherzo e per metterlo in difficoltà, fecero visitare a Cardarelli un finto paziente che, dietro suggerimento di chi aveva preparato la burla, fingeva di accusare dei gravi sintomi. Antonio Cardarelli diagnosticò al falso malato una nefrite cronica, tra le risate dei colleghi che gli rivelarono lo scherzo fatto. Dopo pochi giorni il poveretto morì a causa di una nefrite.

Egli riusciva a diagnosticare le patologie al primo sguardo. Una volta diagnosticò una grave malattia a una giovane signora incontrata sul treno. Il papa Leone XIII era ammalato da tempo. Cardarelli leggendo i bollettini medici dei suoi colleghi romani riuscì a diagnosticare un cancro alla pleura. Non fu creduto, ma al decesso del Santo Padre fu verificato che Cardarelli, come al solito, aveva ragione. Riusciva a individuare l’aneurisma all’aorta solo che lo sfortunato paziente pronunciasse la lettera “a”.

A 49 anni ottenne la cattedra di Patologia medica all’Università di Napoli, dove curò la preparazione clinica di tanti bravi medici per i successivi 43 anni. Il 1° luglio del 1921 fu chiamato a consulto, insieme al suo collega Giuseppe Moscati, al capezzale di Enrico Caruso, ospite dell’Hotel Vesuvio di Napoli. Purtroppo i due luminari non poterono fare altro che diagnosticare la grave pleurite che il giorno seguente avrebbe portato alla morte il grande cantante.

Nel 1923, dopo l’ultima lezione che tenne dalla sua cattedra universitaria, un enorme corteo di studenti ed ex studenti accompagnò il maestro da Corso Umberto fino alla sua casa in via Costantinopoli, trainando a mano la carrozza su cui sedeva il luminare. Seguivano il corteo tutti i professori dell’università e tanti suoi pazienti, per onorare quello che, secondo molti, è stato il più grande clinico della medicina moderna.

A 98 anni, l’8 gennaio del 1927, Antonio Cardarelli morì. Nella sua lunga vita aveva ricoperto varie volte la carica di deputato e senatore. Il più importante ospedale di Napoli e del meridione fu intitolato a suo nome.

Leonardo Bianchi (1848 – 1927)

Leonardo Bianchi nacque a S. Bartolomeo in Galdo il 5 aprile del 1848. Il padre ne curò personalmente l’istruzione classica. Si laureò in medicina presso la facoltà di medicina dell’Università di Napoli nel 1871. Dopo solo cinque anni dalla laurea ottenne la docenza in elettroscopia. Nel tempo ottenne la docenza in Patologia Medica e infine in Clinica Medica sempre presso l’università partenopea.

Leonardo Bianchi
Leonardo Bianchi

Dopo qualche anno iniziò lo studio della psichiatria come allievo del professor Buonomo presso l’ospedale psichiatrico S. Francesco di Sales di Napoli (oggi liceo G. B. Vico a via Salvator Rosa). Leonardo Bianchi divenne una personalità nel campo della psichiatria divenendo professore della materia presso l’università di Palermo. Poi fu chiamato a succedere al suo maestro, il professor Buonomo, dopo il suo decesso nel 1890. Prese il posto del professore sia come docente presso l’università che come direttore dell’ospedale psichiatrico.

Negli studi sui lobi frontali, che secondo Bianchi erano la sede della cognizione sensoriale, fu il primo a sostenere che la “demenza afasica” dipendeva dalla sordità che ostacolava la comprensione e impediva l’espressione verbale dei soggetti affetti da tale menomazione.

Leonardo Bianchi fu eletto deputato e si schierò con la sinistra progressista. Durante la sua vita politica fu anche ministro dell’istruzione. Nella sua veste di ministro promosse una commissione per il riordino dell’istruzione secondaria. Il Bianchi, uomo ottocentesco formato con studi classici, fu il propugnatore di una riforma che prevedeva una scuola media unica priva dell’insegnamento del latino, con uno sbocco di studi nell’Istituto Tecnico, nella Scuola Normale, nel Liceo Classico o in quello Moderno. La riforma fu attuata solo parecchi decenni più tardi con la creazione nel 1963 della scuola media unificata.

Nel 1883 fondò la rivista: “La Psichiatria”, fu autore di numerose pubblicazioni che contribuirono alla diffusione degli studi di psichiatria e neurologia. Promosse la creazione delle cattedre e dei corsi di studio di Psicologia Sperimentale nelle facoltà di Lettere e Filosofia, contribuendo alla fondazione della “Psicologia” come materia umanistica distinta dalla psichiatria e neurologia.

Nel 1925 fu proposto per il premio Nobel per la medicina, ma ebbe il non gradimento del governo italiano diretto da Mussolini, a causa delle sue idee progressiste. La qual cosa gli impedì di ottenere il premio.

Il 13 febbraio del 1927 fu colpito da angina pectoris mentre partecipava a un convegno universitario. Fu inutilmente soccorso dal suo collega Giuseppe Moscati. Morì poche ore dopo. Gli fu intitolato il nuovo manicomio provinciale di Napoli che lui stesso aveva voluto.

Giuseppe Moscati (1880 – 1927)

Fu chiamato il medico dei poveri poiché si dedicava ai poveri infermi dei Quartieri Spagnoli di Napoli, che curava gratuitamente. Era nato a Benevento il 25 luglio 1880, ma la famiglia era originaria di Serino, in provincia di Avellino. A Serino ancora esiste la casa avita dove Giuseppe e i suoi trascorrevano le vacanze. Il padre, magistrato, ebbe incarichi a Benevento, ad Ancona e Cassino, oltre che a Napoli. Giovinetto aveva conosciuto Bartolo Longo, il santo fondatore del Santuario di Pompei, amico di famiglia, e Caterina Volpicelli, anch’essa divenuta poi santa, fondatrice degli istituti del Sacro Cuore. A Napoli abitava con la sua famiglia in via Cisterna dell’olio 10, una stradina vicina alla chiesa del Gesù Nuovo che incrocia via Toledo quasi all’altezza di piazza Dante.

San Giuseppe Moscati - inviaggio - w it 2009 CC BY-SA 3.0
San Giuseppe Moscati – inviaggio – w it 2009 CC BY-SA 3.0

Fece i suoi studi presso il liceo Vittorio Emanuele a piazza Dante. In questo periodo dovette assistere il fratello che aveva subito una paralisi a causa di una caduta da cavallo durante il servizio militare. La menomazione del fratello lo convinse che la sua missione era di curare gli infermi. Nel 1897 si iscrisse alla facoltà di medicina dell’università di Napoli dove si laureò a pieni voti.

Fu assunto presso l’Ospedale degli Incurabili che, come abbiamo notato anche per Antonio Cardarelli e Domenico Cotugno, era una fucina di grandi medici. Nel 1906 non ebbe paura ad accorrere a Torre del Greco, durante una violenta eruzione del Vesuvio, per contribuire a mettere in salvo i malati ricoverati nel locale ospedale. Nel 1911 scoppiò a Napoli l’ennesima epidemia di colera. Moscati fece uno studio, su incarico del Ministero della Salute Pubblica, nel quale individuò le opere di risanamento necessarie necessarie onde evitare future epidemie. Alcune delle opere suggerite furono eseguite, molte altre purtroppo non ebbero seguito. In quel periodo fu nominato professore di Chimica Biologica presso l’università.

Allo scoppio della prima guerra mondiale presentò subito domanda di arruolamento, ma la stessa fu respinta con la motivazione che la sua opera di medico era molto più utile alla patria. Giuseppe Moscati si dedicò alla cura dei militari feriti che tornavano dal fronte nella sua veste di direttore del reparto militare dell’Ospedale Incurabili. Nel 1919 ebbe la nomina a primario. Dopo tre anni fu nominato libero docente di Clinica Medica Generale. La commissione lo esentò dal sostenere la prova pratica e la discussione della tesi in virtù delle sue grandi benemerenze cliniche.

Il lavoro in ospedale non gli impediva di dedicare tempo ai poveri. La mattina presto, prima di prendere servizio in ospedale, faceva il giro degli ammalati dei Quartieri Spagnoli ai quali portava cure e conforto. Un giorno invitò un suo paziente povero, affetto da una malattia cronica, a presentarsi ogni mattina in un bar dove lui era solito fare colazione, nel bar gli controllava l’andamento della malattia e gli offriva una abbondante colazione. Il pomeriggio riceveva i suoi pazienti nel suo studio di via Cisterna dell’olio.

Moscati scrisse numerose pubblicazioni, in particolare sulla presenza di glicogeno nell’organismo, sulla tubercolosi, sulla presenza di urea, e sulla salsa di amido nell’organismo. Inoltre dedicò uno studio a Domenico Cotugno, che lui definì il fondatore della scuola medica napoletana.

Nel pomeriggio del 12 aprile del 1927, mentre nello studio di via Cisterna dell’olio visitava i suoi pazienti, morì improvvisamente. Aveva solo 47 anni. Nel 1930 i suoi resti furono traslati dal cimitero di Poggioreale alla chiesa del Gesù Nuovo. Nel 1987 fu dichiarato santo. Tantissimi sono i fedeli che sostano in preghiera dinanzi alla sua tomba. La fede popolare lo considera il protettore degli ammalati.

Bibliografia:
it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Cotugno
M. Serao, Il paese della cuccagna, Ed. Giannini, Napoli, 2004
it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Cardarelli
it.wikipedia.org/wiki/Leonardo_Bianchi
Centore Giuseppe, San Giuseppe Moscati, Caserta, Brignoli Edizioni, 2013
it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Moscati