Repubblica Romana

Roman Republic (Read English version)
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Nel 1848, dopo le speranze, poi deluse, accese dalla nomina di Pio IX al soglio pontificio, si ebbero moti risorgimentali che portarono alla fuga del papa e alla seconda Repubblica Romana. Cinque mesi di libertà furono soffocati dalle truppe francesi che rimisero Pio IX sul trono.

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Ci aveva pensato Napoleone a creare la repubblica romana, la prima dopo quella dei tempi dell’antica Roma. A febbraio del 1798 il generale francese Berthier, incaricato da Napoleone Bonaparte di istituire le cosiddette repubbliche sorelle (a quella francese) in Italia, scacciò dal trono pontificio papa Pio VI formando uno stato repubblicano. Seguì il maldestro intervento del re di Napoli, Ferdinando IV, che cercò di ripristinare il potere papale con il suo esercito. Finì che anche il regno di Napoli fu conquistato e divenne repubblica. La prima Repubblica Romana terminò il 30 settembre del 1799, a seguito di un secondo risolutivo intervento dell’esercito napoletano. Ferdinando IV approfittò dell’assenza delle truppe francesi, che erano partite da Roma nei giorni precedenti lasciando indifese le istituzioni repubblicane, per rimettere sul trono Pio VI.

Nel 1848 ci fu in Italia un moltiplicarsi di moti rivoluzionari tesi a superare la suddivisione della penisola nei vari stati disegnati dal congresso di Vienna nella restaurazione post napoleonica. Nel febbraio ci furono i primi moti a Palermo, seguiti, subito dopo, dal risveglio rivoluzionario di Napoli. Mentre a Milano scoppiavano gli scontri delle cinque giornate a Parigi ci fu la sollevazione dei francesi contro l’odiata monarchia.

Elezione di Pio IX

Lo Stato della chiesa era il più povero e arretrato dell’Europa occidentale. Giovanni Maria Mastai Ferretti, che aveva fama di liberale, era stato eletto papa con il nome di Pio IX nel 1846 dalla fazione meno conservatrice e più liberale del collegio cardinalizio. La nomina di Pio IX avvenne contro il volere degli Asburgo d’Austria che avevano inviato a Roma il cardinale Gaisruck, arcivescovo di Milano, per impedire l’elezione del cardinale Mastai, considerato dalle case coronate europee un pericoloso liberale. Gaisruck arrivò a Roma troppo tardi, Pio IX era già stato eletto. Il nuovo papa rivolse subito la sua attenzione ai bisogni della popolazione più umile.

I primi suoi provvedimenti tentarono di superare l’estrema arretratezza dell’organizzazione statale e la diffusa povertà della popolazione. Amnistia ai detenuti politici, costituzione della guardia civica, promozione tra gli stati italiani del libero scambio, facevano ben sperare i liberali romani e italiani sulle intenzioni del papa. Il 14 marzo del 1848 il pontefice promulgò la costituzione con la creazione di Camere elette con il suffragio popolare.

Dopo i moti delle cinque giornate di Milano Pio IX subì pressioni dai liberali affinché l’esercito pontificio intervenisse a favore del popolo milanese. Il papa concesse che si preparasse una spedizione militare formata anche da volontari, con il compito ufficiale di difendere i confini con il Veneto ma con il sottinteso di portare aiuto ai rivoltosi del Veneto e della Lombardia. Truppe del Regno di Napoli, al comando del generale Guglielmo Pepe, erano già partite da Napoli per aiutare i lombardo-veneti che combattevano contro gli austriaci.

Il 29 aprile il papa, sollecitato da alcuni cardinali, pronunciò un discorso al concistoro, in cui metteva in evidenza che era compito della chiesa essere contro ogni forma di guerra, esprimendo il disagio di andare contro uno stato profondamente cattolico come quello austro-ungarico. Il re di Napoli, Ferdinando II, dando ascolto al discorso papale, ordinò il ritiro delle truppe comandate da Pepe. Ne seguì la disobbedienza del generale Pepe e di altri ufficiali, oltre a numerosi soldati, che raggiunsero Venezia per aiutare la Repubblica di San Marco contro gli invasori austriaci. Le truppe romane, formate da circa 10.000 uomini comandati del generale Durando, decisero anche loro di disobbedire all’allocuzione papale, proseguendo in Veneto dove appoggiarono le città che si erano liberate dal giogo austriaco, contrastando i tentativi di riconquista del generale Josef Radetzky.

Il discorso di Pio IX del 29 aprile segnò l’inizio della ribellione attiva da parte dei liberali romani, ai quali fu chiaro che la speranza che aveva suscitato papa Mastai con le sue prime azioni era mal riposta. Il pontefice, per paura delle novità che si intravedevano e per conservare il tradizionale potere della vecchia nomenclatura papale sullo stato della chiesa, tirò il freno del suo liberalismo, rinunciando a seguire il fervore rinnovatore che investiva l’Italia e l’Europa. La nomina del liberale Terenzio Mamiani a capo del governo fu dettata dalla paura. Essa seguiva l’occupazione di Castel Sant’Angelo, tradizionale rifugio del papa quando le situazioni erano particolarmente drammatiche, da parte della Guardia Civica, corpo militare di estrazione popolare.

Il governo Mamiani fu in carica solo pochi giorni poiché il capo del governo diede le dimissioni a causa dei tentennamenti del papa, influenzato dalle forze conservatrici presenti nella chiesa.

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Dopo alcuni tentativi di costituire un nuovo governo, falliti in breve tempo, fu nominato primo ministro Pellegrino Rossi. Egli era un liberale che propugnava in Italia una “Lega di prìncipi” che si contrapponeva all’idea più moderata, che però ebbe il sopravvento, di una “Lega doganale”. La seconda permetteva al papa di muoversi in modo indipendente in politica estera, questo significava di non dover intervenire contro gli austro-ungarici.

Assassinio di Pellegrino Rossi e fuga di Pio IX

Tutto precipitò con l’uccisione di Pellegrino Rossi, avvenuta il 15 novembre per mano di esponenti della “carboneria”. Dopo molti anni si appurò che l’assassino era stato Luigi Brunetti. Luigi era il figlio del famoso patriota Angelo Brunetti, soprannominato Ciceruacchio.

Il 17 novembre una folla di cittadini diede l’assalto al palazzo del Quirinale, dove risiedeva il papa. La manifestazione era guidata da esponenti della carboneria. Un cannone fu puntato sul portone del palazzo. Ci furono scontri con qualche vittima tra i rivoluzionari e le guardie svizzere che difendevano il palazzo. Sotto la pressione della piazza Pio IX nominò un nuovo governo guidato da Carlo Emanuele Muzzarelli, un prete considerato vicino ai circoli patriottici. Contemporaneamente convocò il corpo diplomatico presente a Roma dichiarando agli ambasciatori che era costretto a prendere decisioni che considerava nulle. Il 25 novembre il papa fuggì da Roma per rifugiarsi nella fortezza di Gaeta, sotto l’ala protettrice del re di Napoli. Nei giorni seguenti molti cardinali e nobili papalini raggiunsero il papa a Gaeta.

Il pontefice, al sicuro in quel di Gaeta, esautorò il governo di Muzzarelli, sostituendolo con un ministero ombra che aveva la sua sede nella cittadina fortificata. I deputati romani, avuta notizia delle decisioni di Pio IX, confermarono Mons. Muzzarelli e il suo governo. Contemporaneamente inviarono una delegazione dal papa per invitarlo a rientrare in città. La delegazione non fu ricevuta da Pio IX, le cui posizioni divennero sempre più intransigenti.

Proclamazione della Repubblica

Fu nominata una giunta per provvedere al governo dello stato e per indire le elezioni di un nuovo parlamento con funzioni costituenti nei giorni 21 e 22 gennaio del 1849. Pio IX si affrettò a emettere un bolla con la quale si proibiva a tutti i “buoni cristiani” di partecipare alle elezioni. Questo divieto ebbe l’effetto di non far partecipare proprio quelli che, essendo cattolici osservanti, avrebbero potuto votare a favore di candidati moderati, favorevoli al papato. Tra gli eletti ci furono anche Mazzini e Garibaldi. Il 5 febbraio l’assemblea si riunì per la prima volta e proclamò quasi all’unanimità la Repubblica Romana. Votarono contro il Mamiani e pochi altri. Dopo pochi giorni l’assemblea approvò la costituzione repubblicana che all’articolo 1 proclamava: “Il papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato Romano”.

Fu nominato un triunvirato, formato da Armellini, Montecchi e Saliceti, poi sostituiti da Mazzini e Saffi, che aveva la funzione di nominare il governo e decidere sulle questioni più importanti che riguardavano la neonata repubblica. Il governo Muzzarelli fu confermato. Il primo problema che dovettero risolvere i nuovi governanti fu trovare le risorse economiche necessarie alle riforme che la repubblica doveva portare avanti a favore del suo popolo. Il sistema fiscale ereditato dallo Stato della Chiesa era organizzato in modo medioevale, con tutta una serie di guarentigie a favore di nobili e clero, che limitavano in modo decisivo la raccolta fiscale.

Per far fronte all’ingente debito pubblico che fino a quel momento si era alimentato con nuovi debiti, il governo deliberò l’incameramento dei beni di proprietà dei vari ordini religiosi e della chiesa. Comunque non furono sufficienti all’ingente fabbisogno. Si emise pertanto un prestito forzoso a cui dovevano aderire tutti i cittadini in possesso di una rendita superiore ai 2.000 scudi annui, con una percentuale che colpiva in modo crescente le ricchezze. Poiché le banconote erano generalmente rifiutate dai commercianti, che preferivano essere pagati con monete in metallo prezioso, furono stabiliti provvedimenti penali per chi non avesse accettato la moneta cartacea nei pagamenti. Furono requisiti immobili ecclesiastici per dare una casa alle persone più umili che vivevano in tuguri. Durante il breve periodo repubblicano si affermò la riforma sociale dello stato propugnata dal Mazzini.

Il 18 febbraio del 1849 Pio IX fece recapitare a Francesco Giuseppe e ad altre case reali europee un messaggio nel quale chiedeva il loro intervento per restaurare il suo potere sullo Stato della Chiesa. La sconfitta del Piemonte nella prima guerra di indipendenza diede la possibilità a Josef Radetzky di poter intervenire anche in Italia centrale. L’Austria aveva già occupato Ferrara con un piccolo contingente militare.

Giuseppe_Garibaldi_(1866)
Giuseppe Garibaldi 1866

Intanto confluivano patrioti da tutta Italia per contribuire alla difesa di Roma, simbolo dell’Italia unita. Oltre a Mazzini e Garibaldi arrivarono Luciano Manara, Enrico Dandolo, Goffredo Mameli, Giacomo Medici, Luigi Mezzacapo, nominato viceministro della guerra, e suo fratello Carlo Mezzacapo che raggiunse la città il 20 giugno.

Quattro eserciti per il ritorno del Papa Re

Risposero all’appello di Pio IX quattro tra le maggiori potenze europee. Radetzky, dopo la conferma dell’armistizio di Salasco, ritenne di avere le mani libere per poter intervenire nello Stato della Chiesa in virtù dell’appello papale. Prima però concentrò le sue attenzioni sulla Toscana, poiché il Granducato era un protettorato austriaco. Occupata Firenze e rimesso il granduca Ferdinando II sul trono toscano si diresse verso Bologna con un esercito di 16.000 uomini. La città felsinea resistette dal 4 al 15 maggio. Il 16 maggio, dopo un violento bombardamento, si arrese alle truppe imperiali. Le truppe austroungariche proseguirono verso Ancona mettendo sotto assedio la città. L’eroica resistenza della città durò fino al 21 giugno, quando la guarnigione, guidata da Livio Zambeccari, si arrese. Gli austriaci ammirati dalla resistenza degli anconetani concessero l’onore delle armi agli sconfitti.

Nel frattempo il generale Oudinot, al comando di forze francesi formate da 7.000 uomini di truppa imbarcate su alcune navi militari alla fonda nel porto di Civitavecchia, chiese al governo repubblicano di Roma di poter intervenire nel Lazio onde impedire l’intervento dell’Austria nell’Italia centrale. I francesi avevano il problema che la loro costituzione proibiva spedizioni militari di conquista all’estero. Pertanto, con la scusa di impedire l’invasione austriaca, volevano celare le loro vere intenzioni che erano quelle di risistemare il papa sul suo trono. La richiesta fu naturalmente respinta dalle autorità repubblicane.

Nel frattempo erano giunti a Roma 600 bersaglieri della divisione lombarda comandati da Luciano Manara, per dare manforte ai difensori dell’Urbe. Il 30 aprile 5.000 soldati francesi, comandati da Oudinot, si presentarono davanti alle mura di Roma. Il contingente fu accolto dai difensori della città a colpi di cannone. Le truppe francesi furono costrette a ritirarsi frettolosamente. Roma era difesa da 10.000 patrioti che avevano avuto il tempo di ben organizzarsi. Garibaldi con Bixio difendeva la collina del Gianicolo, Masi con i suoi uomini stava a Porta Angelica, I dragoni di Savini si erano posizionati sulla riva sinistra del Tevere, Galletti comandava la riserva.

Anche il regno di Napoli cercò di fare la sua parte contro la repubblica romana, ne aveva i titoli poiché ospitava il papa sul suo territorio. Ferdinando II mandò un esercito, forte di 8.500 uomini comandati dal generale Winspeare, alla riconquista della città eterna. I napoletani si scontrarono con i romani in due battaglie decisive. A Palestrina Garibaldi con i suoi uomini, insieme ai bersaglieri di Manara, sconfissero l’avanguardia dell’esercito napoletano guidata dal generale Lanza. Il secondo scontro avvenne a Velletri, dove le forze del Lanza si erano ricongiunte con il grosso dell’esercito guidato dal re Ferdinando II. Il generale Pietro Rosselli, al comando di 10.000 patrioti romani, coadiuvato nel comando da Carlo Pisacane, si schierò contro i napoletani. Ferdinando preso alla sprovvista ripiegò su Terracina, dove si incrociò con Garibaldi e i suoi uomini. L’esercito napoletano riuscì a sganciarsi e a ritirarsi entro i confini del regno. In effetti i napoletani furono sconfitti senza aver combattuto alcuna vera battaglia.

Il 29 maggio un corpo di spedizione spagnolo tentò a sua volta l’impresa, partendo da Gaeta e giungendo a Terracina. Furono ignorati dalle forze rivoluzionarie che valutarono prudentemente di rientrare a Roma e riprendere le loro postazioni difensive. Gli spagnoli ritennero di dirigersi verso l’Umbria, per non entrare in concorrenza con i francesi che puntavano su Roma.

La battaglia del Gianicolo e la fine della Repubblica Romana

Il 22 maggio del 1849 il generale Oudinot aveva riorganizzato il suo esercito forte, in quel momento, di 20.000 uomini. Luigi Napoleone, futuro imperatore, infischiandosene della costituzione francese che proibiva conquiste in terra straniera, ordinò a Oudinot di prendere Roma. Egli voleva rinsaldare la sua influenza sull’Italia centrale, visto che l’Austria aveva la sua zona di rispetto sulla parte settentrionale della penisola, mentre i Borbone, che erano cugini dei reali di Spagna, controllavano il meridione. Nonostante il trattato firmato il 15 maggio da Mazzini e dell’ambasciatore francese Lesseps che assicurava una tregua di 20 giorni poi prolungata di altri 15, il 29 maggio Oudinot giunse sotto le mura di Roma con 30.000 soldati, avendo ricevuto numerosi rinforzi. Il 3 giugno attaccò sul Gianicolo difeso da Garibaldi. Una lunga battaglia si accese tra le truppe francesi e romane. Goffredo Mameli, ferito a morte, morì alcun giorni dopo. Manara con i suoi bersaglieri accorse in aiuto di Garibaldi. A sera i francesi fronteggiavano il Gianicolo con le loro posizioni all’interno di Villa Doria Panphilj.

Il giorno seguente iniziò il bombardamento di Roma che i francesi effettuarono dall’alto con i loro cannoni sistemati nei pressi di Villa Doria Panphilj. Inoltre, per rinforzare le loro posizioni, i transalpini iniziarono a scavare trincee sulla via Portuense, verso il Testaccio. Le trincee avevano un andamento obliquo permettendo agli assedianti di avvicinarsi alla città man mano che proseguiva lo scavo. I giorni seguenti videro una tregua di fatto che permise ai francesi di rinforzarsi con la costruzione di fortificazioni.

Generale Luigi Mezzacapo 1865
Generale Luigi Mezzacapo 1865

Il 10 giugno, in una sortita dei difensori, gli uomini del generale Luigi Mezzacapo, insieme a truppe polacche, si scontrarono con i francesi all’altezza del Gianicolo e, alcuni giorni dopo, ai Parioli. Il 12 Oudinot fece pervenire alle autorità cittadine un ultimatum per evitare ulteriori bombardamenti. L’ultimatum fu respinto con un richiamo agli accordi stipulati con Lesseps che prevedevano una tregua che era formalmente ancora in corso. I bombardamenti francesi sulla città ripresero con maggiore intensità.

Tra il 21 e il 22 giugno ci fu un assalto massiccio degli assedianti che costrinse le truppe guidate da Garibaldi a un parziale ritiro. I difensori concordarono una linea difensiva più ristretta per aumentare l’efficacia della resistenza.

Il 29 e il 30 giugno si ebbe sul Gianicolo una violenta offensiva delle truppe comandate da Oudinot. Morosini e Manara persero la vita negli scontri, insieme a numerosi altri difensori. Alla sera del 30 giugno ormai la disperata situazione della difesa di Roma era chiara a tutti. Solo il Tevere separava i francesi dal resto della città ancora in mano ai repubblicani.

Fu concordata una tregua per raccogliere i feriti e i morti. Mazzini e Garibaldi comunicarono all’Assemblea Costituente l’inutilità di ogni ulteriore resistenza che avrebbe portato solo sofferenze alla popolazione civile. Fu decisa la resa.

Il 2 luglio Garibaldi tenne un discorso in piazza San Pietro per invitare i suoi prodi a continuare la battaglia contro lo straniero seguendolo per raggiungere le altre città che ancora resistevano. In serata Garibaldi, con la moglie Anita, e 4.000 combattenti uscirono dalla città assediata per raggiungere Venezia che ancora resisteva agli austriaci. Il generale Oudinot fu ben lieto di permettere la partenza di Garibaldi, facendo così un dispetto agli austriaci, ed evitando nel contempo di inimicarsi ulteriormente l’opinione pubblica e una buona parte del parlamento francese che erano schierati a favore dei repubblicani romani.

Il 3 luglio i francesi entrarono in Roma. Il 4 luglio del 1849 fu ufficialmente abrogata la Repubblica.

Bibliografia:
it.wikipedia.org/wiki/Assedio_di_Roma_(1849)
Stefano Tomassini, Storia avventurosa della rivoluzione romana, Milano, il Saggiatore, 2008
it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_Romana_(1849)
Marco Severini, La Repubblica romana del 1849, Marsilio, Venezia 2011
P. Possenti, Pio IX. La crisi politico-militare del 1848-49, Ostra Vetere, 2000

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