China in the year 1900, the Boxer rebellion. (Read English version)

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Tra il 1899 e il 1901 ci fu una sollevazione popolare, guidata da alcuni esponenti della casa imperiale, contro i missionari, e più in generale, contro tutti gli esponenti del mondo occidentale presenti in Cina, chiamata “Ribellione dei Boxer”.

La Cina, alla fine del diciannovesimo secolo, era diventata terra d’occupazione di tutte le nazioni occidentali. Erano numerose le concessioni territoriali sul suolo cinese sotto il controllo di occupanti europei, giapponesi, russi e americani.

Gli stranieri presenti in Cina non erano assoggettati alla legislazione locale. Le legazioni (ambasciate) esercitavano di fatto un completo controllo sui loro cittadini, ma anche sui cinesi che erano al loro servizio e le loro famiglie. Queste persone, legate da rapporti con gli europei, americani e giapponesi, erano sottratti al potere giudiziario e alle regole della Cina.

Questa situazione di diffusa extraterritorialità riguardava anche i missionari, le chiese, i conventi e le abitazioni, comprendeva anche i cinesi che si erano convertiti al cristianesimo e le loro famiglie.

Il disprezzo delle tradizioni locali da parte degli stranieri determinò un risentimento che si accrebbe sempre di più. Le scuola di Kung fu furono i covi dove i seguaci di questa disciplina di lotta alimentavano l’odio contro gli occupanti. I lottatori di kung fu rappresentavano i ceti più umili della popolazione, molti erano i battellieri che temevano di perdere il loro lavoro a causa dei vascelli a vapore portati in Cina dagli occidentali. Essi erano convinti che la disciplina del Kung fu li rendesse invincibili e che le pallottole degli invasori non avessero effetto su di loro. I missionari chiamarono questi ribelli boxer scambiando il Kung fu con il pugilato.

Imperatrice Cixi
Imperatrice Cixi

All’apice del potere cinese c’erano gli ultimi esponenti della dinastia Manciù. L’imperatrice Cixi viveva nella città proibita, attorniata dai suoi ministri e consiglieri, senza alcun contatto con la popolazione comune. Cixi, figlia di un mandarino manciù, divenne concubina dell’imperatore Xianfeng. Alle morte dello stesso, avvenuta nel 1861, fu nominata Imperatrice Madre, nella qualità di genitrice del futuro imperatore Tongzhi. Esercitò il potere unitamente alla vedova dell’imperatore defunto, Ci’an, che aveva il titolo di Imperatrice Vedova, o Imperatrice del Palazzo Orientale.

Nel 1873 Tongzhi raggiunse la maggiore età e sostituì la madre sul trono. Dopo solo due anni Tongzhi morì. Cixi, con un colpo di stato, nominò suo nipote Guangxu erede al trono. Cixi e Ci’an ripresero il potere essendo Guangxu minorenne.

Nel 1879 Guangxu divenne maggiorenne diventando imperatore. Cixi si ritirò nella sua tenuta di campagna, continuando a esercitare il potere attraverso il nipote. Dopo la sconfitta della Cina nella guerra contro il Giappone avvenuta nel 1895, Guangxu promosse una serie di riforme per modernizzare lo stato (riforme dei cento giorni). Queste riforme miravano ad adeguare il paese alla civiltà occidentale. Stessa modernizzazione era stata fatta in Giappone. Mentre nell’isola nipponica le riforme furono effettivamente attuate, facendo diventare il paese una potenza economica e militare, in Cina la stessa operazione trovò mille impedimenti. La mancata attuazione delle riforme volute dall’imperatore relegò la Cina a un ruolo secondario, sottomesso alle potenze occidentali e al Giappone. Contraria alle riforme del nipote, Cixi attuò un secondo colpo di stato, prendendo il posto di Guangxu. Il nipote fu rinchiuso all’interno del palazzo imperiale, di fatto era un prigioniero.

Cixi, divenuta di nuovo imperatrice, si trovò ad affrontare il malcontento della popolazione nei confronti degli stranieri. Ufficialmente l’imperatrice era contro il movimento xenofobo che covava nelle scuole di Kung fu. In segreto alimentava l’avversione dei Boxer per gli stranieri. I cinesi consideravano gli occidentali dei barbari che mai avrebbero potuto eguagliare la loro civiltà.

La guerra dell’oppio scoppiata a metà dell’ottocento tra la Cina e l’Inghilterra aveva bruscamente riportato l’impero cinese alla realtà. La sconfitta della Cina fu una grande umiliazione poiché l’esercito avversario era ben piccola cosa a confronto dell’esercito cinese. Il rancore verso gli stranieri fu accentuato poi dal conflitto sino-giapponese che sottrasse la penisola coreana al controllo cinese. Dopo il 1895 l’imperatore Guangxu avviò le riforme che riteneva necessarie per superare il gap tecnologico che era stato causa delle due sconfitte. Ma gli interessi toccati furono tanti, data l’arretratezza generale bisognava cambiare praticamente tutto, che ci fu una generale ribellione contro questi decreti. In questi frangenti tornò alla luce l’origine straniera della famiglia imperiale che aveva origini manciù, cioè era proveniente dalla Manciuria. Questo la rendeva sospetta agli occhi della popolazione più umile. L’imperatrice madre Cixi approfittò del malcontento popolare per riprendere nelle proprie mani il potere, esautorando il nipote.

Boxer Soldiers
Boxer Soldiers

Nel 1895, anno della sconfitta nella guerra contro il Giappone, iniziò la ribellione dei “boxer” con le aggressioni nei confronti degli occidentali. I primi a subire conseguenze furono i missionari cristiani presenti su tutto il territorio cinese. I missionari avevano contribuito all’odio nei loro confronti con la pretesa di essere riconosciuti come autorità costituite nell’amministrazione civile e giudiziaria sia nei confronti degli stranieri che dei cinesi convertiti. Pretese che andavano al di là dell’accettabile nel momento che le loro richieste li avrebbero messi anche al di sopra delle massime autorità civili delle province di residenza.

Iniziarono così le uccisioni dei missionari, prima nelle zone più periferiche dell’impero, poi man mano fu coinvolta tutta la Cina. Furono 200 i missionari trucidati dai boxer, recentemente 120 di essi sono stati dichiarati martiri della chiesa. Anche i cinesi convertiti furono coinvolti nei massacri. Si calcola che furono più di 30.000 i cristiani uccisi, tra essi donne e bambini, a volte dopo atroci torture. Veniva loro data la possibilità di salvarsi abiurando il cristianesimo, ma furono in pochi che approfittarono di questa possibilità.

La rivolta contro gli stranieri era appoggiata dalla casa reale che la considerava un mezzo per ridimensionare il potere degli stati europei, degli Sati Uniti e del Giappone che, sebbene non avessero occupato parti di territorio, avevano ottenuto concessioni in vari punti strategici del paese, in particolare a Tianjin (oggi Tientsin), sbocco a mare di Pechino, all’interno delle quali era vigente la legge dello stato occupante.

Le legazioni straniere, cioè le ambasciate, erano dislocate nella capitale, in un quartiere circondato da mura difensive, adiacenti al lato sud della città proibita. Al lato opposto della città proibita c’era la cattedrale cattolica, anch’essa circondata da mura. In quell’epoca tutti i quartieri di Pechino, che accoglievano le varie nazionalità presenti in città, erano costruiti all’interno di mura difensive, retaggio storico del medioevo durante il quale spesso le varie etnie si davano battaglia tra di loro.

Fin dai primi giorni del 1900 ci furono uccisioni e massacri di missionari, addetti alle legazioni e commercianti stranieri anche nella capitale. Molti cinesi convertiti furono trucidati. Pechino non era più una città sicura. La pressione dei Boxer contro le legazioni aumentò tanto che il 20 giugno del 1900 il quartiere delle legazioni fu assediato dai rivoltosi. L’imperatrice Cixi, che a parole condannava la violenza contro gli stranieri, non prese però alcun provvedimento per mettere riparo alla grave situazione che si era creata. Anzi dopo il 20 giugno la Cina dichiarò formalmente guerra agli otto paesi i cui rappresentanti erano rinchiusi nelle legazioni per resistere agli attacchi dei rivoltosi: Italia, Inghilterra, Russia, Stati Uniti, Francia, Austria-Ungheria, Germania e Giappone.

Da inizio giugno tutti questi paesi, preoccupati dagli avvenimenti di Pechino avevano provvidenzialmente mandato militari per proteggere i loro ambasciatori. Erano arrivati 470 marinai di tutte le nazioni coinvolte. Un altro contingente di duemila marinai comandati dall’ammiraglio Seymour il 10 giugno partì in treno da Tianjin dirigendosi verso Pechino. Nel primo gruppo erano presenti anche 41 marinai italiani comandati dal tenente di vascello Federico Paolini e dal sottotenente Angelo Olivieri, altri erano compresi nei duemila militari di rinforzo. I 470 militari erano divisi tra la difesa del quartiere delle legazioni e la difesa della cattedrale cattolica, dove si trovavano marinai francesi e italiani.

La spedizione dell’ammiraglio Seymour fu fermata dall’esercito e dai ribelli cinesi e fu costretta a rientrare a Tianjin. L’esercito cinese, a seguito della conquista dei forti di Dagu sul porto di Tianjin da parte degli occidentali, aveva dichiarato guerra agli otto stati coinvolti, disobbedendo agli ordini dell’imperatrice che, spaventata dall’ampiezza della rivolta cercava di frenarla in qualche modo. Dopo la conquista dei forti di Dagu, anche Cixi si schierò apertamente con i ribelli.

All’interno delle mura che circondavano le legazioni si erano rifugiati tutti gli stranieri presenti in città, circa 500, oltre a 3.000 cinesi che, per i loro stretti contatti con gli stranieri, avevano timore di essere vittime di vendette. Erano uomini, donne e tanti bambini. I bambini ospiti dell’orfanotrofio della cattedrale erano ricoverati all’interno della stessa con Monsignor Alphonse Favier e 3500 cinesi convertiti. Il 20 giugno fu ucciso l’ambasciatore tedesco, il barone Klemens von Katteler. Questo fu il segnale dell’inizio della battaglia contro il quartiere delle ambasciate. I pochi militari presenti, coadiuvati da tutti gli uomini disponibili e con un vecchio cannone, si schierarono a difesa delle loro postazioni nei due punti nevralgici dell’assedio: legazioni e cattedrale cattolica.

Il quartiere occidentale fu assediato dai rivoltosi, che però non ottennero dall’esercito armi moderne e artiglieria. Essi erano armati di vecchie sciabole, coltelli, lance di bambù, qualche pistola e alcuni vecchi fucili. La resistenza più eroica fu quella della cattedrale che era difesa solo da una quarantina di marinai.

Nonostante l’enorme divario numerico sia il quartiere delle legazioni che la cattedrale resistettero ai ripetuti attacchi dei boxer. Ci furono molti atti eroici. Il comandante del drappello a difesa della cattedrale, il sottotenente di vascello Paul Henry, sebbene ferito mortalmente da due colpi di fucile, continuò il suo comando finché, esausto e morente, scese dalle mura e si accasciò nelle braccia di due religiosi. Nel complesso furono 76 le vittime straniere, tra cui sei bambini. Furono 12 i marinai italiani caduti nella battaglia di Pechino, sei nella difesa delle legazioni e sei in quella della cattedrale. Altri sei militari italiani erano caduti negli scontri a Tianjin. Tra gli assedianti ci furono alcune centinaia di morti.

In occidente, venuti a conoscenza della grave situazione, si organizzò in gran fretta una spedizione internazionale. Il Kaiser Guglielmo II, che fu il più attivo nel radunare le forze militari dei vari paesi coinvolti, raccomandò ai suoi militari di distruggere Pechino per vendicare il barone von Katteler. Un corpo di spedizione di circa 20.000n uomini, al cui comando si trovava il feldmaresciallo tedesco Alfred von Waldersee, raggiunse Tianjin. C’era anche un contingente di 2000 militari italiani, che si era imbarcato a Napoli il 16 luglio per unirsi al forza internazionale di soccorso. I militari erano stati salutati al momento dell’imbarco da un discorso di Umberto I, che pochi giorni dopo fu assassinato dall’anarchico Bresci.

Il 14 agosto del 1900 il corpo di spedizione, formato da militari degli otto paesi coinvolti, entrò in Pechino. Erano trascorsi 55 giorni da quando le legazioni e la cattedrale erano sotto attacco dei ribelli. Il comportamento della forza di occupazione fu terribile. Superò di molto i boxer in efferatezza. Dopo la liberazione delle ambasciate e della cattedrale le truppe si sparsero nella capitale. Iniziarono saccheggi, stupri, uccisioni indiscriminate di cinesi. Le banche furono depredate. La città proibita fu invasa e fu asportato tutto il trasportabile. Interi villaggi, ritenuti i luoghi dove erano avvenute uccisioni di occidentali, furono incendiati e i loro occupanti trucidati. Il terrore attraversò tutta la Cina. Il ricordo di quelle stragi è ancora vivo nella storia della Cina. In quelle devastazioni ed eccidi si distinsero un po’ tutti, in particolare i cosacchi dell’esercito russo e le truppe coloniali dei britannici. Il sacco di Pechino e delle località vicine durò alcuni mesi.

Concessione italiana a Tientjin Piazza Regina Elena
Concessione italiana a Tientjin Piazza Regina Elena

L’economia cinese dopo i fatti di Pechino andò completamente a rotoli. La moneta fu diverse volte svalutata. Le dogane con i relativi dazi divennero di proprietà degli stati che di fatto occupavano la Cina e la trattavano come una colonia da cui succhiare ricchezze. La Russia si prese la Manciuria, confinante con la Siberia, facendone una propria provincia. I paesi occidentali si impadronirono di piccole fette di territorio, nei luoghi strategici per il commercio e i trasporti, nonché per il controllo militare del territorio, dove esercitavano una piena sovranità.

Quando l’esercito straniero arrivò a Pechino l’imperatrice e la sua famiglia, accompagnati da tutti i dignitari di palazzo, fuggirono dalla città proibita travestiti da contadini, rifugiandosi nella città di Xi’an, l’antica capitale Chang,an dei tempi della via della seta. Cixi trattò la resa con il feldmaresciallo Alfred von Waldersee attraverso un dignitario di corte, Li Hongzhang. Nel “Protocollo dei boxer” le condizioni imposte alla Cina furono veramente gravose. Di fatto il controllo dell’economia del paese passò agli occupanti. I danni di guerra che i cinesi dovevano pagare ammontarono a circa un miliardo di Tael, equivalenti a cento miliardi di dollari in valuta odierna, da corrispondere in trentanove annualità. Inoltre le dogane passarono sotto il controllo degli occupanti a garanzia del pagamento dei danni di guerra. Alla fine la Cina pagò “solo” settecento milioni di Tael, circa 70 miliardi di dollari odierni.

Le nazioni occupanti ampliarono il recinto delle loro legazioni che fu interdetto ai cinesi. Ampliarono anche la superficie delle vecchie concessioni territoriali e ne stabilirono di nuove. Nel 1901, erano presenti le seguenti “concessioni” territoriali:
Macao del Portogallo,
Hong Kong, Tianjin, Hankou e Weihaiwei dell’Inghilterra,
Tianjin e Shanghai dell’Italia,
Tianjin dell’Austria-Ungheria,
Hankou, Kiautschou e Tianjin della Germania,
Hankou, Port Arthur e Tianjin, oltre alla Manciuria che fu annessa alla Siberia della Russia,
Shanghai, Tianjin, Hankou e Guangzhouwan della Francia,
Hankou, Lushunkou e Qingdao del Giappone.
Nel 1902 si aggiunse il Belgio con la concessione di Tianjin.

L’imperatrice Cixi, che aveva perso tutta la sua credibilità agli occhi dei suoi sudditi riuscì a resistere al potere fino alla suo decesso avvenuto nel 1908. Guangxu, suo erede naturale, che aveva passato gli ultimi anni in prigione, morì poco prima del decesso di Cixi. Fu nominato imperatore Pu Yi, che aveva solo due anni di età. Era figlio del fratello di Guangxu. Reggente fu nominato il padre. Nel 1912 la Cina divenne repubblica. Fu proclamata dallo stesso Pu Yi.

Pu Yi conservò il titolo onorifico di imperatore, senza alcun potere, ed ebbe concessa la possibilità di continuare ad abitare nella città proibita. Nel 1931, dopo varie vicissitudini, fu nominato imperatore della Manciuria dagli occupanti giapponesi. Con l’avvento della rivoluzione di Mao Tze Tung fu prima rinchiuso per alcuni anni in un campo di rieducazione, poi, dal 1959, ebbe un incarico impiegatizio presso il ministero dei beni culturali a Pechino. Morì nel 1967 a causa di una grave malattia.
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Bibliografia:
Paoletti, Ciro (2000), La Marina italiana in Estremo Oriente. Roma, Ufficio Storico della Marina.
Preston, Diana (2000). The Boxer Rebellion. Berkley Books, New York
it.wikipedia.org/wiki/Corpo_di_spedizione_italiano_in_Cina
G. Fattori, La guerra dei boxers, in «Storia illustrata», n. 154/sett. 1970
it.wikipedia.org/wiki/Concessioni_straniere_in_Cina
it.wikipedia.org/wiki/Ribellione_dei_Boxer