Napoli e napoletani del XX secolo

Naples and Neapolitans of the 20th century (Read English version)

Dal Risanamento alla ricostruzione post bellica, dal boom degli anni sessanta alla decadenza industriale degli anni novanta. Il secolo breve, con le sue innovazioni, accompagnò la transizione della vita cittadina dall’ottocento alla modernità.

L’inizio del rinnovamento di Napoli e il suo ingresso nella modernità del XX secolo può essere individuato, al di là delle date, con la legge del Risanamento della Città di Napoli del 1885. Quella legge segnò la fine della decadenza della città, che da capitale di un regno era diventata periferia, scomoda situazione in cui era stata trascinata dalla monarchia dei Savoia e della classe dirigente post unitaria tesa solo alla speculazione e al drenaggio di ricchezze. Il Sud sconfitto e conquistato da Giuseppe Garibaldi divenne immeritata preda bellica degli speculatori e della casta statale piemontese i quali, distruggendo la piccola borghesia, accrebbero le loro ricchezze attraverso scandali e ruberie.

A seguito dell’epidemia di colera del 1884, portata a Napoli da alcuni marinai provenienti dalla Sardegna, si ebbero 8.000 morti in città a causa delle precarie condizioni abitative e della mancanza di un efficace sistema fognario. Il governo dell’epoca, guidato da Agostino Depetris, promulgò una legge, detta del “Risanamento di Napoli” che si proponeva di eliminare le cause della diffusione epidemica che aveva provocato un numero di vittime superiore a ogni città europea.

Furono abbattuti una buona parte dei degradati quartieri centrali posti su un livello inferiore a quello della superficie del mare, cosa che non consentiva il deflusso dei liquami nelle fognature. Furono create, sopraelevando il terreno di alcuni metri, strade che collegavano piazza Municipio alla stazione centrale. Furono costruite le odierne via Guglielmo Sanfelice, via Depetris, piazza Bovio, corso Umberto, chiamato “Rettifilo”, corso Garibaldi che, dalla stazione permetteva di raggiungere l’Albergo dei Poveri a piazza Carlo III. Inoltre ci furono interventi su piazza Municipio che prese la forma odierna, con l’abbattimento di isolati malsani che contornavano la piazza. Ai lati di queste strade furono eretti nuovi e moderni edifici in sostituzione delle malsane abitazioni che c’erano prima. Poiché la gran parte di questi nuovi edifici di abitazione erano destinati alla borghesia della città, si ebbe un trasferimento di famiglie dei ceti più deboli in periferia.

Il XX secolo si aprì con l’Esposizione Nazionale d’Igiene del 1900 che si tenne a Napoli, nella Villa Comunale. Furono costruiti sette padiglioni provvisori. Alcuni di essi furono trasformati poi nel Tennis Club Napoli che si trova nel lato di viale Dohrn della villa. L’esposizione fu inaugurata a maggio dal re Umberto I e dalla regina Margherita. Fu innovativa poiché, per la prima volta, si metteva l’accento sulla igiene personale e sull’igiene in generale, come profilassi contro lo sviluppo di malattie epidemiche. La sfortuna volle che il 29 luglio del 1900 si ebbe l’assassinio di Umberto I. Questo evento luttuoso mise fine anticipatamente alla esposizione napoletana.

A inizio secolo il porto di Napoli era diventato la stazione marittima di collegamento tra l’Italia e le colonie africane, per poi trasformarsi nella porta di uscita dei migranti meridionali alla ricerca di una nuova vita nell’America del nord e del sud: Stati Uniti, Venezuela, Brasile e Argentina. L’emigrazione, che fino al 1900 aveva interessato principalmente le regioni settentrionali del Veneto, Friuli e Piemonte, con polo di partenza dal porto di Genova, a partire dai primi anni del nuovo secolo coinvolse in modo massiccio le popolazioni del sud. Furono circa 20 milioni le persone interessate al fenomeno, un numero pari alla popolazione italiana del 1860. Tra il 1900 e il 1920 tre milioni di contadini meridionali, non avendo possibilità di sfuggire alla loro disperata situazione economica e sociale, si imbarcarono a Napoli diretti ai porti dell’America. Oggi i discendenti di quelle migrazioni costituiscono una parte notevole delle popolazioni di quei luoghi.

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Armando Diaz (1921) Photo by Harris & Ewing, Washington, D.C – Lombardi Historical Collection

Lo scoppio della grande guerra vide Napoli non coinvolta direttamente a causa della distanza dal fronte di guerra. Comunque molti napoletani furono arruolati e mandati al fronte a combattere. Le industrie partenopee diedero il loro contributo bellico dedicandosi alla costruzione di armi e proiettili. Il 9 novembre del 1917, visto l’andamento catastrofico degli scontri in Friuli e in Veneto, con la disfatta di Caporetto e il rischio di un’invasione della pianura padana da parte degli austriaci, il re Vittorio Emanuele III sostituì il comandante delle forze armate Luigi Cadorna, colui che, per nascondere le sue gravi responsabilità, non esitò a gettare la colpa della sconfitta sulla presunta viltà di alcuni reparti. Fu nominato comandante in capo il generale napoletano Armando Diaz, che portò l’esercito italiano alla vittoria.

Durante la prima guerra mondiale Napoli fu oggetto di uno dei primi bombardamenti aerei della storia. La notte del 10 marzo del 1918 il dirigibile austriaco Zeppelin LZ104, decollato dalla base bulgara di Jambol, effettuò tre lanci di bombe sulla città. Ci furono 16 morti e 64 feriti. Solo dopo la guerra si capì che gli scoppi del 10 marzo erano bombe lanciate da un dirigibile. I responsabili della difesa antiaerea della città, del tutto passivi durante il bombardamento, furono processati e condannati.

Nel dopoguerra ci furono le prime manifestazioni dei seguaci del fascismo, che ebbe a Napoli una delle sue basi più importanti. Il 24 ottobre 1922, durante una manifestazione fascista preparatoria alla marcia su Roma, il corteo dei simpatizzanti fu fatto oggetto in via Foria di un lancio di un mazzo di fiori che nascondeva un sasso. Come reazione un fascista del corteo impugnò una pistola sparando all’impazzata. Una anziana signora che si trovava affacciata a una finestra fu colpita da una pallottola vagante e morì. Il 28 ottobre partirono da Napoli migliaia di fascisti dirigendosi verso Roma. Fu quella “Marcia su Roma” a determinare la nascita del governo guidato da Mussolini.

Una figura prominente del Fascio fu il napoletano (nato a Portici) Aurelio Padovani che in città ebbe un seguito forse superiore anche a quello di Mussolini. Aurelio Padovani fu il primo dissidente nel suo partito e ben presto fu estromesso dalle leve del potere per le sue idee legate al sindacalismo rivoluzionario. Morì in circostanze tragiche e sospette per il crollo di una balaustra di un balcone in via Generale Orsini dove si era affacciato per salutare la folla che lo inneggiava. Insieme a lui morirono anche altri otto esponenti del partito che si trovavano sul balcone.

Durante il periodo fascista Napoli fu la base di partenza dell’espansione imperialista oltre il Mediterraneo, in Libia e nell’Africa del nord. A questo proposito nel 1936 fu dato un grande sviluppo al porto con la costruzione della nuova stazione marittima. La nuova costruzione comportò l’abbattimento di alcuni edifici preesistenti e della antica “lanterna del molo”.

In concomitanza con la creazione del quartiere EUR di Roma, in un unico ambito progettuale teso alla celebrazione dell’impero africano dell’Italia, fu costruita la “Mostra d’Oltremare” nel quartiere di Fuorigrotta di Napoli. La costruzione comportò la riqualificazione di tutti i Campi Flegrei, che da zona agricola venne trasformata nel nuovo centro direzionale della città. Fu costruito il Viale Augusto, un falso rettilineo che collegava l’odierno tunnel delle Quattro Giornate con l’ingresso della Mostra d’Oltremare. Il viale Augusto ebbe, in anni più recenti, ideale prosecuzione con viale Giochi del Mediterraneo, collegandosi infine con viale Campi Flegrei, l’ultimo tratto dell’arteria che, dividendo in due il quartiere di Bagnoli, raggiungeva il mare.

Fine ‘800 e inizi del ‘900 furono anni fecondi per la musica in città. In quel periodo nacque la “canzone classica napoletana” ad opera di intellettuali che inserirono nei testi e nelle musiche elementi che riportavano alle correnti artistiche e letterarie del tempo.

La canzone napoletana aveva avuto origine ai tempi di Federico II, quando le donne ai lavatoi del Vomero accompagnavano il loro lavoro con il canto di filastrocche. La canzone più antica di cui conosciamo alcuni versi, “Jesce sole”, probabilmente del 1200, è una invocazione alle belle giornate delle lavandaie dell’Arenella.

Contribuì allo sviluppo e alla diffusione della musica e della canzone partenopea la presenza in città dell’antico conservatorio musicale di San Pietro a Majella, dove si formarono numerosi musicisti, maestri d’orchestra e compositori, tanto che la città di Napoli può essere considerata a buon titolo una delle capitali della musica classica.

Enrico_Caruso ( anteriore al 1921) Photo Laveccha Studio
Enrico Caruso (anteriore al 1921) Photo Laveccha Studio

I primi del novecento furono caratterizzati dalla preminenza della canzone napoletana sulla canzone italiana. Essa fu interpretata dai più famosi cantanti lirici dell’epoca e fu suonata dalle orchestre di tutto il mondo. Enrico Caruso, Tito Schipa, Beniamino Gigli, Mario Del Monaco sono solo alcuni dei cantanti che fondarono parte della loro popolarità e bravura sul canto classico napoletano. Poeti e musicisti come Salvatore Di Giacomo, Libero Bovio, Ernesto Murolo, Vincenzo D’Annibale, Salvatore Cardillo, Ernesto De Curtis, E.A. Mario (Giovanni Gaeta) dedicarono la loro vena poetica e musicale nella creazione di versi e melodie che hanno contrassegnato la storia musicale italiana.

La seconda guerra mondiale vide Napoli pesantemente coinvolta. Essa fu fronte e prima linea insieme a tante città d’Europa che pagarono un alto prezzo di distruzioni e di vite umane. Tedeschi e Alleati, prima di scontrarsi sui campi di battaglia, si scontrarono nelle città: Londra, Parigi, Roma, Berlino, Dresda. Napoli sopportò un altissimo numero di bombardamenti aerei. Molte famiglie partenopee, seguendo i consigli delle autorità si erano trasferite nei paesi e nelle campagne circostanti prima che i bombardamenti sulla città avessero inizio. Altre famiglie seguirono le prime solo a bombardamenti iniziati. Molti napoletani, non avendone la possibilità, cercarono rifugio negli anfratti naturali e nei tunnel cittadini.

Dal novembre del 1940 iniziarono i bombardamenti sugli obiettivi strategici cittadini. I primi furono gli inglesi. Proseguirono gli americani con i cosiddetti bombardamenti a tappeto, che non facevano differenza tra obiettivi militari, edifici di abitazioni e purtroppo anche ospedali. Bombardamenti che avvenivano in pieno giorno quando la gente era intenta alle proprie attività giornaliere. Ci furono migliaia di morti tra i civili. Industrie, depositi, stazione ferroviaria, porto e tantissimi palazzi furono colpiti e distrutti.

La sollevazione della popolazione tra il 27 e il 30 settembre del 1943, chiamata “Quattro Giornate di Napoli”, con la cacciata dei tedeschi dalla città e l’arrivo a Napoli degli all’alleati il 1 ottobre, non segnò la fine della guerra a Napoli, poiché i bombardamenti continuarono per ancora alcuni mesi da parte dell’aviazione tedesca, con obiettivo Napoli, la quale era diventata la retrovia alleata del fronte di Cassino.

Intanto Benedetto Croce, da villa Tritone a Sorrento, dove abitò durante il periodo bellico, in qualità di presidente del Partito Liberale e in forza della sua reputazione di studioso, incontrava le personalità politiche italiane e i rappresentanti delle forze alleate, per concordare la formazione di un governo di unità nazionale che potesse accompagnare il paese in quei tragici giorni della liberazione nazionale. Il 18 giugno del ‘44, come risultato degli incontri di Sorrento, nacque il governo Bonomi, in cui Croce fu nominato ministro senza portafoglio. Con la nascita della repubblica gli fu proposto di diventare capo provvisorio dello stato, ma lo storico napoletano rifiutò, per dedicarsi ai suoi studi.

Nel dopoguerra Napoli divenne il luogo dove i militari alleati venivano in licenza dal fronte per riposarsi. Si sviluppò in città un fiorente commercio di contrabbando di tutto quello che abbisognava alla gente, numerosi contrabbandieri facevano la spola tra la campagna circostante dove si procuravano cibi e beni di consumo e la città dove rivendevano a prezzi di gran lunga maggiorati. Napoli fu invasa da numerosi “sciuscià”, bambini e ragazzi che si offrivano di lucidare le scarpe ai militari americani, e da tante “segnorine” che vendevano il loro corpo in cambio dei pochi dollari necessari alla loro sopravvivenza e a quella dei loro familiari.

Con il boom economico che investì l’Italia negli anni ‘60, Napoli vide la nascita e lo sviluppo di numerose industrie e attività economiche, che nacquero anche grazie all’ISVEIMER e alla Cassa per il Mezzogiorno, istituti che avevano la missione di finanziare la nascente industria nel meridione di Italia. Nel 1910 a Bagnoli era nato lo stabilimento siderurgico ILVA. Nell’immediato dopoguerra fu creato, accanto all’ILVA, lo stabilimento della Cementir, per la produzione di cemento e conglomerati. Negli anni ‘60 si creò la colmata a mare. La battigia antistante lo stabilimento siderurgico, che da ILVA era diventato Italsider, fu colmata di terreno di risulta di una collinetta di origine vulcanica che era situata all’interno del perimetro della fabbrica, dal lato di Bagnoli, che fu completamente spianata. Furono anche creati delle passerelle sul mare dove le navi attraccavano per scaricare i minerali ferrosi, materia prima della fabbrica.

A Castellammare di Stabia, pochi chilometri dalla città, sorge un antico e glorioso cantiere di costruzioni navali. Il cantiere nacque nel 1783 per volere di Ferdinando IV, su suggerimento del primo ministro Giovanni Acton, già comandante della flotta del Granducato di Toscana nonché amante della regina Maria Carolina. In quel cantiere fu costruita l’intera flotta militare del regno. A Castellammare, nel 1931, fu costruita anche l’attuale nave scuola della Marina Militare Italiana, l’Amerigo Vespucci, la più bella nave scuola al mondo. Nel 1966 i cantieri navali di Castellammare furono inseriti nella società di proprietà pubblica Italcantieri che comprendeva anche i cantieri Ansaldo di Genova e i cantieri dell’Adriatico di Trieste.

Oltre a numerose navi militari il cantiere di Castellammare curò la costruzione di numerosi traghetti: Boccaccio, Carducci, Manzoni, Leopardi, Pascoli e Petrarca. Negli anni novanta la Fincantieri, che aveva acquisito le attività cantieristiche di Italcantieri, adottò un piano industriale che prevedeva un ridimensionamento dello stabilimento campano.

Nel 1953 Adriano Olivetti diede incarico all’architetto Luigi Cosenza di costruire uno stabilimento a Pozzuoli da adibire alla costruzione di macchine calcolatrici. Nacque così una fabbrica con uno splendido panorama sul golfo di Pozzuoli dove gli operai potettero godere di retribuzioni sopra la media nazionale e dell’assistenza che la Olivetti prestava ai suoi dipendenti e alle loro famiglie. L’Olivetti di Pozzuoli ebbe il suo tramonto alla fine degli anni ‘90 con lo sviluppo dell’industria elettronica cinese.

L’Alfa Romeo, che da decenni aveva uno stabilimento a Pomigliano d’Arco, progettò la creazione di un nuova fabbrica per la costruzione di un’auto con le caratteristiche dell’Alfa Romeo ma con un prezzo che ne favorisse la grande diffusione. La fabbrica Alfasud venne costruita accanto agli stabilimenti Alfa Romeo Avio di Pomigliano. l’Alfa Romeo Avio, una fabbrica di motori aeronautici, era stata creata nel 1938 con accanto un piccolo aeroporto. Annessi allo stabilimento nacquero un quartiere di villette dove abitavano gli operai e un grande albergo per ospitare lavoratori e tecnici provenienti da altre parti d’Italia.

Nei primi anni sessanta la pista dell’aeroporto fu utilizzata per costruire una fabbrica automobilistica, antesignana dell’Alfasud, dove veniva prodotta, in seguito ad accordi con la casa francese, il modello R4 della Renault destinato al mercato italiano. La prima vettura Alfasud fu consegnata nel 1972. la vettura ebbe grande successo, aveva la trazione anteriore e un motore boxer a cilindri contrapposti che favoriva una grande elasticità di nei vari regimi di potenza. La produzione della vettura continuò fino al 1984.

Fu sostituita dalla Alfa 33 che riprendeva alcune delle soluzioni più innovative dell’Alfasud. Sempre nel 1984 iniziò la produzione dell’ARNA, una vettura costruita in collaborazione con la giapponese Nissan, nei nuovi stabilimenti di Pratola Serra. Alcuni elementi meccanici derivati dalla Alfasud venivano prodotti nello stabilimento di Pomigliano d’Arco. Nel 1986 l’Alfa Romeo fu inglobata nel gruppo Fiat e fusa con la Lancia. Gli anni novanta videro una profonda ristrutturazione della fabbrica che iniziò a produrre anche auto con marchio Fiat.

Nell’agosto del 1973 una partita di cozze contaminate con il vibrione del colera, proveniente dalla Tunisia, provocò una epidemia a Napoli e in Campania, in alcune città del meridione e anche in alcune città europee, in particolare Barcellona. Il 24 agosto si registrarono alcuni casi che misero in sospetto le autorità sanitarie. La conferma si ebbe alcuni giorni dopo, mentre l’epidemia già cominciava a diffondersi in città. Le autorità sanitarie cittadine, memori delle tante epidemie che avevano colpito la città nel passato con esiti tragici, presero provvedimenti drastici per bloccarne la diffusione.

I napoletani, ben consci della gravità della situazione, già avevano autonomamente iniziato a prendere le massime precauzioni igieniche. L’acqua potabile distribuita dall’acquedotto venne utilizzata per cucinare solo dopo una adeguata bollitura, per bere si utilizzò acqua minerale in bottiglia. Furono eliminati i cibi crudi e la frutta fu consumata solo dopo accurati lavaggi. Tutte le case, le suppellettili, i capi di biancheria vennero lavati con acqua bollente e disinfettante. Distinti signori e signore provvedevano persino a lavare i marciapiedi antistanti i negozi e i portoni.

Le autorità organizzarono in pochissimi giorni, si potrebbe dire in poche ore, vaccinazioni di massa in tutti i presidi sanitari della città. Anche i medici di famiglia e le farmacie iniettavano il vaccino. Nel palazzetto dello sport di viale Giochi del Mediterraneo il comando della base militare americana organizzò, con i medici del presidio, la vaccinazione della popolazione utilizzando avveniristiche pistole spara vaccino, senza necessità di siringhe. In tre, quattro giorni tutta la popolazione si sottopose volontariamente alla vaccinazione. In città e in Campania, grazie alla mobilitazione di tutti i cittadini, l’epidemia fu superata in 15, 20 giorni. In tutto si contarono un migliaio di infettati con un numero molto limitato di decessi. Si contarono tra le 15 e le 20 vittime, la maggior parte erano persone che già soffrivano di serie patologie.

Teora_1980
Teora_1980

Erano le 19 e 34 di domenica 23 novembre del 1980, una scossa di terremoto di 6,9 gradi della scala Richter, X grado della scala Mercalli, della durata di 90 secondi, con epicentro tra le località di Conza e Teora, una zona situata tra le province di Avellino e Salerno, colpì e distrusse gran parte dell’Irpinia, del Salernitano e del Potentino, con gravissime conseguenze anche a Napoli e in tutta la Campania. La scossa fu avvertita distintamente in tutta Italia. La gente si riversò per strada. Napoli rimase completamente bloccata dalle persone che occuparono piazze e strade per mettersi al riparo di eventuali crolli.

Subito dopo la scossa la città fu avvolta una nube causata dalle lesioni nelle murature dei palazzi dalle quali si sprigionò una polvere che si diffuse nell’aria. Dopo poche ore iniziarono a pervenire notizie sui danni del terremoto che subito apparve disastroso. La gravità della situazione non fu immediatamente percepita dalle autorità. Solo il martedì successivo, in seguito al grido di aiuto lanciato da “Il Mattino”, principale quotidiano cittadino, che uscì con la prima pagina occupata da due sole parole “FATE PRESTO”, e con articoli che parlavano di migliaia di morti, la nazione tutta si mobilitò. Colonne di automezzi dell’esercito, vigili del fuoco, forze di polizia, privati carichi di generi di prima necessità, medicine, medici, infermieri, tende, attrezzi per rimuovere le macerie si diressero verso i luoghi della tragedia. Da molti paesi esteri partirono aiuti di tutti i tipi, l’Austria mandò un intero ospedale da campo completo di attrezzature e personale sanitario.

Quello che era successo vicino all’epicentro del terremoto era irraccontabile. Tutte le abitazioni erano crollate, migliaia di persone si trovavano, vive o morte, sotto le macerie. A Napoli crollò un palazzo in via Stadera. In quel palazzo c’era una festa di compleanno, morirono 52 persone. Altri crolli parziali si ebbero in città. La statua della madonna sulla basilica del Buon Consiglio a Capodimonte cadde sul piazzale antistante la chiesa. I muri perimetrali di alcuni palazzi crollarono lasciando i pilastri nudi. Tutte le abitazioni della città subirono danni più o meno gravi. Fortunatamente per la maggior parte dei casi furono danni che non inficiarono la stabilità degli edifici. Per molte notti a venire i napoletani sostarono nelle strade per paura di scosse di replica. I morti complessivi furono circa 3.000, i feriti 10.000 gli sfollati 300.000. la ricostruzione è durata vari decenni e solo da pochi anni può dirsi conclusa.

Nel 1984 si iniziò la costruzione del nuovo Centro Direzionale di Napoli. Già negli anni ‘60 il comune aveva individuato un’area completamente priva di costruzioni tra il Corso Malta, i binari ferroviari della stazione centrale, il carcere di Poggioreale e il Rione Luzzatti dove costruire un centro direzionale con lo scopo di decongestionare il centro cittadino che in quegli anni accoglieva tutti gli uffici della città. Nel 1982 fu incaricato l’architetto giapponese kenzo Tange di progettare il complesso urbanistico del CDN (Centro Direzionale di Napoli).

Dopo due anni il progetto era pronto e ne fu iniziata la costruzione. Poiché quel suolo era nel passato un’antica palude, fu necessario sollevare il livello delle costruzioni di alcuni metri. Tra gli edifici fu creata una enorme piattaforma pedonale attrezzata di giardini e panchine, sotto la quale è stata organizzata la viabilità con numerosi parcheggi. Nel 1995 il CDN si presentava completo di 13 torri e vari edifici che ospitano alberghi, facoltà universitarie, uffici dell’ENEL, Telecom, Regione Campania. Inoltre il Centro ospita la nuova città giudiziaria in un grande complesso a ridosso del Carcere di Poggioreale. Nel CDN è presente una fermata della ferrovia Circumvesuviana e una della Metropolitana Linea 1 che ancora non è in esercizio. E’ previsto un ampliamento del CDN dal lato del Rione Luzzatti, su una grande superficie dove prima c’erano il mercato ortofrutticolo e il macello comunale, ambedue decentrati in estrema periferia.

Il secolo breve è sembrato ai partenopei anche più breve, per la velocità con la quale si sono avuti profondi cambiamenti nella vita di tutti i giorni che hanno accompagnato Napoli e i napoletani nell’affrontare il terzo millennio.

(Foto in alto: piazza Municipio nei primi anni del ‘900 – Giorgio Sommer)

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Bibliografia:
Vittorio Gleijeses, La storia di Napoli dalle origini ai nostri giorni, Napoli, 1977
it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Napoli
Mimmo Caratelli, Salvatore Biazzo e Aldo de Francesco, Ultime voci dall’epicentro, Tullio Pironti editore, Napoli, 1981.
it.wikipedia.org/wiki/Terremoto_dell’Irpinia_del_1980
Aldo Stefanile, I 100 bombardamenti di Napoli. I giorni delle AM lire, Napoli, Marotta, 1968
it.wikipedia.org/wiki/Bombardamenti_di_Napoli
it.wikipedia.org/wiki/Centro_direzionale_di_Napoli

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