The Paris riots, the revolution of 1848 (read English version)

La terza rivoluzione mirava ad abbattere il governo conservatore sostenuto dalla monarchia. I ceti operai e il proletariato parigino lottarono contro le forze reazionarie con i moti di febbraio e giugno. A dicembre del 1848 venne eletto alla presidenza della repubblica Luigi Napoleone, nipote di Napoleone Bonaparte.

L’impero di Napoleone finì con la sconfitta di Waterloo. Le potenze vincitrici imposero alla Francia il ritorno alla monarchia assoluta. Nel 1814 fu nominato re Luigi XVIII, fratello del ghigliottinato Luigi XVI. Durante i cento giorni di Napoleone il re si rifugiò all’estero, per ritornare a Parigi con la definitiva sconfitta del Bonaparte. Tra il 1815 e il 1830 ci furono anni di restaurazione feroce. Furono smantellate tutte le conquiste sociali che i francesi avevano ottenuto durante la prima rivoluzione e il periodo napoleonico.

Nel 1830 il popolo parigino, stanco della povertà diffusa e dei privilegi che i borghesi si erano ritagliati a loro spese, si ribellò per la seconda volta. Fu “seconda rivoluzione”. Nelle tre giornate del 27, 28 e 29 luglio, chiamate dai francesi “Trois Glorieuses”, Carlo X, l’ultimo della dinastia Borbone, succeduto a Luigi XVIII morto nel 1824, fu sostituito da Luigi Filippo, esponente della odiata dinastia Orleans, che i Borbone consideravano traditori a causa del voto favorevole alla pena di morte di Luigi XVI, che il padre di Carlo, Luigi Filippo II di Borbone-Orleans, aveva espresso come membro dell’Assemblea Nazionale.

La liberté guidant le peuple - Eugèn _Delacroix
La liberté guidant le peuple – Eugèn _Delacroix

Il regno di Luigi Filippo fu contrassegnato da un governo la cui politica si rivelò autoritaria, con una economia che favoriva le imprese e le professioni a detrimento dei lavoratori. Gli operai videro cancellare i loro diritti conquistati con la seconda rivoluzione. Il primo ministro Francois Guizot era espressione della borghesia finanziaria. Una borghesia che si arricchiva a spese dello stato, coprendo quote rilevanti del debito di stato emesso dal governo per coprire necessità finanziarie pubbliche. Gli interessi che lo stato elargiva ai suoi creditori erano al di sopra di quelli correnti, creando di fatto un extra reddito che favoriva la borghesia parassitaria. Tanto era scompensato il sistema che anche le categorie che in un primo momento avevano appoggiato questa politica, imprenditori e mercanti, si ritrovarono nello scontento per il difficile accesso al mercato del credito, dopato dalla politica finanziaria. I privilegi della nuova borghesia, che si arricchiva senza rischio, fu il motivo per cui il periodo di Luigi Filippo fu detto della “monarchia borghese”.

I tentativi di allargare la base elettorale, che era selezionata per censo, fallirono miseramente. Essa era stata aumentata da 100.000 a 240.000 elettori dopo la rivoluzione del 1830. Questo aumento teneva comunque fuori a ogni agibilità politica larghi strati della popolazione attiva, dal ceto agricolo a quello artigiano e operaio.

L’abolizione degli “Ateliers”, attivi nel periodo napoleonico e post napoleonico, aveva fatto entrare nella povertà centinaia di migliaia di operai disoccupati. Gli Ateliers erano stati creati, durante la prima rivoluzione, per offrire ai cittadini più indigenti la possibilità di lavorare alla costruzione di opere pubbliche. Queste iniziative avevano di fatto azzerato la disoccupazione e eliminata la povertà più profonda in tutta la Francia.

La monarchia di Luigi Filippo d’Orleans era osteggiata dalla maggioranza della popolazione. Gli operai e gli artigiani la osteggiavano per la diffusa disoccupazione e povertà, i mercanti, gli industriali e il ceto agricolo per il predominio della borghesia finanziaria rappresentata nel governo dal primo ministro Francois Guizot. L’opposizione, che non godeva della libertà di esprimersi attraverso la stampa, sotto controllo governativo, iniziò la sua campagna di propaganda attraverso i banchetti civici. I “banchetti civici” erano stati creati al tempo della rivoluzione e servivano a festeggiare in comune anniversari o avvenimenti. Furono attivi anche dopo la restaurazione. Consistevano in una gita fatta da un gruppo di persone più o meno folto, che iniziava con un corteo attraverso le vie di Parigi, accompagnato da un’orchestrina, per concludersi nei giardini della città o nelle campagne del circondario con un pranzo al sacco di tutti i partecipanti. Nei mesi antecedenti la terza rivoluzione ci furono 70 di queste gite fuori porta.

Tutti i partiti d’opposizione, socialisti, liberali e repubblicani parteciparono a questa propaganda semi clandestina. Era tale il disagio verso il governo che si unirono ai banchetti anche gli orleanisti, che facevano parte della maggioranza che governava. Il prefetto di Parigi proibì queste riunioni il 14 febbraio del 1848. Il 22 febbraio fu organizzato un altro banchetto con riunione a Place de la Madaleine. Il banchetto non si poté tenere a causa della minaccia delle autorità di far intervenire l’esercito. Fu questa la goccia che fece traboccare il vaso della rivoluzione, dando inizio ai moti del febbraio del 1848.

I moti di febbraio
La mattina del 22 febbraio una folla di insorti, circa 3.000, per la maggior parte studenti e operai, si diressero verso palazzo Borbone, sede della assemblea dei deputati, chiedendo le dimissioni del primo ministro Guizot e del suo dicastero. L’assemblea degli eletti respinse la mozione di sfiducia al governo presentata da un membro dell’opposizione. Nel pomeriggio venne dichiarato lo stato di assedio. L’esercito si schierò in strada con 30.000 soldati. I 40.000 uomini della guardia nazionale, che aveva avuto la sua origine nella rivoluzione, erano titubanti nello scendere in campo contro il popolo.

La notte tra il 22 e il 23 trascorse con gli insorti impegnati a costruire barricate nelle strade. Vennero erette più di 1.500 barricate. Nel frattempo reparti della guardia nazionale passarono dalla parte degli insorti mentre altri reparti della guardia si frammisero tra la folla e l’esercito evitando lo scontro diretto tra manifestanti e soldati. In serata successe l’irreparabile. Un reparto dell’esercito aprì il fuoco contro i civili a seguito delle provocazioni degli insorti. Si contarono 52 morti. Nella notte cortei di cittadini portarono per le strade di Parigi i corpi dei civili uccisi.

La mattina del 24 febbraio i manifestanti attaccarono il palazzo reale. Il re Luigi Filippo abdicò in favore del nipote Luigi Filippo Alberto d’Orleans di nove anni di età. La madre, Elena di Meclemburgo duchessa d’Orleans, nominata in tutta fretta reggente a causa della minore età del figlio, si recò a palazzo Borbone per farsi proclamare reggente. L’anziano Luigi Filippo, dopo l’abdicazione, si imbarcò per l’Inghilterra insieme alla moglie. Lo accompagnarono nella fuga il primo ministro dimissionario Guizot e alcuni membri del suo governo. Gli orleanisti, pur avendo la maggioranza nell’Assemblea di palazzo Borbone, non furono in grado di proclamare la reggenza a causa della violenta opposizione delle altre forze politiche. Alla fine del terzo giorno di disordini si contarono più di 350 morti e 500 feriti.

Il 25 febbraio i deputati di palazzo Borbone elessero un governo provvisorio ispirato dal poeta liberale Alphonse de Lamartine (autore del poema “Graziella” ambientato a Procida), guidato dall’anziano Dupont de l’Eure e formato da ministri provenienti da tutte le forze dell’opposizione. Si decise di trasformare la Francia in repubblica, ma si scelse di proclamarla solo dopo l’elezione di una Assemblea Costituente. Venne deciso di aggiungere una coccarda rossa alla bandiera tricolore.

Gli “Ateliers Nationaux”
Lo stesso giorno della nomina, il nuovo governo decise di ripristinare i vecchi “Ateliers Nationaux” per impiegare i cittadini disoccupati in progetti di pubblica utilità. Gli Ateliers arrivarono a occupare più di 100.000 lavoratori. Fu anche ristabilita la libertà di stampa, gravemente compromessa dalle iniziative dei governi della restaurazione che, con l’aumento di tasse e oneri impropri, avevano reso impossibile la sopravvivenza delle piccole testate, favorendo la vita dei grandi gruppi editoriali allineati al potere. Fu anche abolita la pena di morte e la schiavitù che ancora veniva praticata nelle colonie. Il nuovo governo istituì anche il suffragio universale, riservato a tutti gli uomini, erano escluse le donne, portando il corpo elettorale a circa 9 milioni di persone.

La situazione economica dello stato risultava compromessa dall’azione di sabotaggio che veniva portata avanti dalla borghesia finanziaria che ritirò tutti i suoi capitali dalle banche. Il governo fu costretto, per riconquistare la fiducia dei risparmiatori, a pagare in anticipo gli interessi sul debito di stato, decretando nel contempo il corso forzoso della carta moneta. Istituì la tassa dei “45 centesimi”. Per ogni franco pagato dai cittadini per l’imposta fondiaria, mobiliare, porte e finestre e di esercizio, si doveva versare una sovraimposta di 45 centesimi. L’istituzione di questa tassa ruppe l’unità tra le classi contadine, particolarmente colpite da questa tassa, e la classe operaia, concentrata a Parigi, che invece usufruiva largamente degli aiuti di stato attraverso gli “Ateliers”.

Ad aprile ci furono le votazioni per l’assemblea costituente alla quale furono eletti molti dei cosiddetti repubblicani del giorno dopo: monarchici, bonapartisti e conservatori. Tra i bonapartisti c’erano tre rappresentanti della famiglia Bonaparte: Girolamo Napoleone, figlio di Girolamo Bonaparte, il più piccolo dei fratelli di Napoleone, Pietro Napoleone, figlio di Luciano Bonaparte, e Napoleone Luciano Murat, figlio di Gioacchino Murat. Luigi Napoleone Bonaparte, che era il capo della famiglia, preferì non presentarsi alle elezioni in quel frangente, valutando che una sua presenza avrebbe potuto far nascere un sentimento contrario alla sua persona, compromettendo il suo futuro politico.

Luigi Napoleone Bonaparte Presidente Histoire politique, anecdotique et philosophique de la présidence, Paris, 1852
Luigi Napoleone Bonaparte Presidente Histoire politique, anecdotique et philosophique de la présidence, Paris, 1852

Luigi Napoleone Bonaparte, futuro Napoleone III
Luigi Napoleone Bonaparte era il figlio di Luigi Bonaparte, fratello minore di Napoleone, e di Ortensia de Beauharnais, figlia di Giuseppina, moglie di Napoleone, e del suo primo marito Alexandre de Beauharnais. Dopo la sconfitta di Waterloo tutti i membri della famiglia Bonaparte dovettero esiliare. Ortensia de Beauharnais con il figlio Luigi Napoleone si trasferì in Svizzera e poi in Germania dove il giovane Luigi completò gli studi. Poi la piccola famiglia si trasferì a Roma. Luigi Napoleone fu introdotto alla politica dal suo istitutore Philippe Le Bas, di idee repubblicane. Ebbe modo di completare la sua formazione con l’amicizia che strinse a Roma con Francois-René de Chateaubriand.

Nel 1831 Ortensia e Luigi Napoleone tornarono in Francia ricevendo il permesso di restare in patria dal re Luigi Filippo. Essendo sempre vivo il partito bonapartista, Luigi si ritrovò ben presto coinvolto nei tentativi di riportare un Bonaparte a capo della nazione. Nel 1836 fu di nuovo esiliato dalla Francia e si ritrovò negli Stati Uniti. Nel 1838 si trasferì a Londra dove riprese le sue manovre politiche per rientrare in Francia e mettersi a capo del movimento Bonapartista.

Nel 1840, alla testa di sessanta rivoluzionari armati, sbarcò a Boulogne con la speranza di una generale sollevazione di popolo che gli avrebbe permesso di marciare su Parigi. La sperata sollevazione non ci fu. Luigi Napoleone e i suoi pochi uomini furono immediatamente sopraffatti dalla locale guarnigione militare. Il Bonaparte fu rinchiuso nella fortezza di Ham, dove comunque fu trattato con tutti i riguardi, tanto da poter mantenere la sua amante Eleonore Vergeot e averne due figli. Nella prigione si dedicò alla scrittura di libri di argomento politico. Nel 1846, stanco di quella vita, approfittando della carente sorveglianza, evase dalla fortezza imbarcandosi su una nave per Londra. Poco dopo moriva il padre Luigi diventando di conseguenza il capo della famiglia Bonaparte.

La seconda repubblica
Dopo la proclamazione ufficiale della repubblica, avvenuta il 4 maggio del 1848, nacque un governo che era espressione delle forze presenti nell’assemblea costituente. La maggioranza del governo era formata da ministri provenienti da forze conservatrici, anche se camuffate in malo modo come rivoluzionarie. I ministri rappresentavano quella borghesia finanziaria che aveva già portato la Francia alla seconda e terza rivoluzione. Il governo iniziò a smantellare tutte le conquiste fatte dai cittadini durante i moti di febbraio. Furono aboliti i “Cahier de doleances”, lettere di doglianze e denuncia, istituiti durante la prima rivoluzione, che i comitati inviavano, in qualità di rappresentanti dei cittadini, all’assemblea nazionale per informarla e chiedere provvedimenti.

Dopo alcuni disordini causati dal mancato intervento della Francia a favore degli insorti polacchi, il governo fece arrestare i capi dell’opposizione repubblicana e, gettando la maschera rivoluzionaria, decretò la chiusura degli “Ateliers Nationaux” con il falso motivo dei costi esorbitanti a carico dello stato. Il costo totale degli “Ateliers” assommava invece all’uno per cento delle spese totali del bilancio statale.

Gli operai degli Ateliers rimasero disoccupati. Il governo propose loro di andare a lavorare allo scavo di un canale navigabile artificiale nella Sologne, a sud-ovest di Parigi. In alternativa venne proposto di arruolarsi nell’esercito. A questo punto si intromise Luigi Napoleone Bonaparte che, con una lettera aperta al popolo francese inviata da Londra dove risiedeva, si fece fautore della “Extinction du pauperisme” , la fine della povertà.

Sommossa del 23, 24, 25 e 26 giugno
Il 23 giugno, a seguito della decisione di sopprimere gli Ateliers, unica valvola di sfogo del proletariato parigino, gruppi di insorti iniziarono la costruzione della barricate nella parte orientale della città, abitata dalle classi proletarie. Tutte le forze armate presenti a Parigi vennero utilizzate contro gli insorti. L’esercito e la guardia nazionale attaccarono le barricate provenienti dalla zona occidentale. A Rue de Clery avvenne l’episodio che scatenò i più feroci combattimenti tra le due parti. Una barricata, attaccata dalla guardia nazionale, venne abbandonata dai suoi difensori. Restarono a difesa della stessa sette uomini e due donne. La prima di esse, una garzona di sartoria, bella, ben vestita e coraggiosa imbracciò la bandiera rossa della rivoluzione e avanzò verso la guardia nazionale. Venne uccisa a fucilate dai militi. La seconda si precipitò verso la compagna e, vedendola morta, imbracciò a sua volta la bandiera e iniziò a scagliare furiosamente delle pietre contro gli assassini della sua amica. Cadde anche lei colpita dalle fucilate delle guardie.

L’esercito utilizzò l’artiglieria, bombardando le barricate e le case attorno dal ponte dell’Ile de la Cité, dove si trova la cattedrale di Notre Dame. La cavalleria attaccava dopo i bombardamenti per fare piazza pulita degli insorti. Resistevano le barricate di Place de la Bastille e di Faubourg Saint-Antoine.

La mattina del 24 giugno ripresero i bombardamenti dell’esercito. Il generale Cavaignac venne nominato dittatore di Parigi con pieni poteri. A mezzogiorno l’esercito riconquistò la stazione ferroviaria. Comunque gli insorti riuscirono a conquistare posizioni chiave nella città. Controllavano completamente la riva sinistra della Senna. Cavaignac fece affluire rinforzi dell’esercito e della guardia nazionale da tutte le città vicine. A sera la situazione degli insorti si era fatta critica. Ancora controllavano i quartieri più popolari, ma la determinazione con la quale l’esercito, con artiglieria e cavalleria, la guardia nazionale e la guardia mobile attaccavano gli insorti, facendo stragi senza alcuna remora, fiaccò la resistenza di molti rivoluzionari.

Il 25 giugno la situazione per gli insorti si presentava compromessa in tutta la città. Restavano sulle barricate circa 40.000 rivoluzionari, mentre le forze governative, con i rinforzi ricevuti, potevano contare su 150.000 uomini. L’artiglieria bombardava le barricate. L’arcivescovo di Parigi Denis Affre, volendo mettere fine alla carneficina, si propose come mediatore per una soluzione pacifica. Venne anche lui colpito da una fucilata dei militari dell’esercito. Ferito gravemente, morì dopo due giorni.

Il 26 giugno si conclusero i combattimenti con la resa degli insorti. Ci furono 1.550 morti nelle forze governative e 5.500 tra gli insorti. I rivoluzionari arrestati furono 19.000, di cui 4.000 vennero deportati in Algeria.

Nei giorni seguenti il generale Cavaignac fu nominato capo del governo. Vennero sciolti i circoli progressisti e compressa la libertà di stampa. Le conquiste dei lavoratori, tra le quali la giornata lavorativa di 10 ore, vennero cancellate. Il governo Cavaignac si dimostrò un restauratore dei vecchi poteri, in primis, quello della solita borghesia finanziaria.

Luigi Napoleone Bonaparte, che non si era fatto coinvolgere nella rivoluzione di giugno, si presentò alle elezioni dei rappresentanti all’assemblea nazionale del settembre 1848 venendo eletto con più di centomila voti di preferenza. A dicembre dello stesso anno si tenne l’elezione diretta del presidente della repubblica alla quale Luigi Napoleone si candidò.

Egli prometteva ordine ma anche riforme sociali a favore del popolo, era appoggiato dai bonapartisti, in buona parte reduci delle campagne napoleoniche. Il suo principale avversario, il generale Cavaignac, contava sul fatto che Luigi Napoleone non riuscisse a ottenere il 50 per cento dei voti necessari per la nomina diretta. In quel caso sarebbe stata l’Assemblea Nazionale a scegliere il presidente tra i due che avessero ottenuto più voti. Luigi Napoleone Bonaparte ottenne il 74 per cento dei voti utili, venendo eletto presidente della repubblica senza la necessità di ricorrere al voto dell’Assemblea Nazionale.

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Bibliografia:
Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, Roma, Editori Riuniti 1997.
Fenton Bresler, Napoleon III: A Life, Londra, HarperCollins, 1999
Alfred Cobban, A History of Modern France: Volume 2: 1799-1871, Londra, Penguin, 1965
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