The five days of Milan (Read English version)

I moti di Milano tra il 18 e il 22 marzo 1848 diedero inizio alla prima guerra d’indipendenza italiana. Tutti i milanesi andarono sulle barricate per cacciare gli austriaci. Il re di Sardegna, Carlo Alberto, li tradì restituendo la città agli austriaci di Radetzky.

La prima guerra di indipendenza fu considerata “guerra dei popoli”. Essa fu determinata dai moti spontanei che erano scoppiati in varie parti d’Italia, per diffondersi in tutta Europa. L’insieme di questo movimento popolare fu denominato “primavera dei popoli”. I primi moti scoppiarono in Sicilia contro i Borbone il 12 gennaio del 1848, determinando la divisione del regno delle due Sicilie negli originari regno di Napoli e Sicilia.

La rivoluzione in quell’isola era tesa a mettere fine al dominio dei Borbone che erano considerati estranei all’isola. Dopo la unificazione dei due regni avvenuta nel 1815 lo stato era rappresentato esclusivamente da funzionari napoletani. Il controllo militare e poliziesco della Sicilia era nelle mani di plenipotenziari partenopei. Questa situazione aveva determinato una sempre più violenta ribellione, che poi sfociò nei moti del gennaio del ‘48.

A Milano già dal 1846 era iniziato il malcontento dei cittadini. La causa fu la durezza di Josef Radetzky, comandante delle truppe che presidiavano il Lombardo-Veneto, e la presenza nelle truppe di soldati di origine croata. Nei territori della Croazia, confinanti con la Dalmazia e l’Istria, la convivenza delle popolazioni di origine italiana con le popolazione di origine slava era alquanto difficile a causa delle differenti situazioni economiche dei due gruppi etnici, ricchi possidenti terrieri e mercanti gli italiani, contadini e operai gli slavi. Questa situazione aveva dato origine al movimento “Risorgimento Popolare Croato” che si contrapponeva ai dalmati italiani. Questi contrasti nei territori di origine si traducevano in antipatie e insofferenze tra i militari, croati di etnia slava, e i civili del Lombardo-Veneto.

Nel 1847 venne nominato da Pio IX il nuovo arcivescovo di Milano, Carlo Bartolomeo Romilli, italiano, successore dell’arcivescovo Karl Kaitan von Gaisruck, di nazionalità austriaca. I milanesi interpretarono la nomina come un appoggio del papa alla volontà irredentista della maggioranza della popolazione milanese. La gioia per la nomina del nuovo arcivescovo provocò disordini di piazza che furono soffocati dalle truppe austriache. Un dimostrante morì e altri furono feriti a causa dei colpi di arma da fuoco sparati dai gendarmi.

Altri scontri seguirono il cosiddetto “sciopero del tabacco”. I milanesi, volendo colpire le finanze austroungariche, smisero di fumare, privando il fisco degli introiti relativi ai pesanti balzelli che gravavano sul tabacco. Soldati croati furono mandati da Radetzky per le strade a fumare, soffiando provocatoriamente fumo in faccia ai cittadini. I disordini conseguenti a questo comportamento causarono morti e feriti tra i civili.

In questo inizio del 1848 ci furono moti di ribellione anche nelle maggiori capitali europee. A marzo scoppiarono disordini a Vienna, dove i cittadini chiedevano la concessione della costituzione, che fu concessa dall’imperatore Ferdinando I. Parigi era in fiamme. Il 24 febbraio il re Luigi Filippo abdicò permettendo la nascita della seconda repubblica francese. Barricate furono innalzate a Berlino.

I milanesi incoraggiati da quanto stava succedendo nelle altre città italiane ed europee, contando sul fatto che gli austriaci erano distratti dai moti di Vienna, decisero di ribellarsi agli occupanti del Lombardo-Veneto. I patrioti milanesi si dividevano in tre correnti irredentiste: i repubblicani, che si identificavano nella visione patriottica mazziniana, i riformisti, contro tutti e tutto, desideravano una rivoluzione anche contro il re di Sardegna, il ceto più moderato, identificabile principalmente nella nobiltà, che voleva semplicemente confluire nel Regno di Sardegna.

I protagonisti della rivolta furono Luciano Manara e Cristina Trivulzio di Belgiojoso che rappresentavano il primo gruppo, Carlo Cattaneo che guidava i riformisti e Gabrio Casati che era l’esponente della nobiltà cittadina.

Luciano Manara, amico di Carlo Cattaneo, era nato nel 1825 a Milano. Aveva completato i suoi studi presso il collegio di marina a Venezia. Ancora giovanissimo aveva girato l’Europa sostando in Germania e a Parigi, dove aveva conosciuto Cristina Trivulzio. Divenne un seguace delle idee mazziniane. Aveva tre figli, avuti con la moglie Carmelita Fè. Fu uno dei più attivi nella ribellione contro la presenza austriaca a Milano.

Cristina Trivulzio di Belgiojoso - Francesco Hayez 1832
Cristina Trivulzio di Belgiojoso – Francesco Hayez 1832

Cristina Trivulzio di Belgiojoso era nata a Milano nel 1808. Apparteneva a una delle più nobili famiglie milanesi. Fu introdotta tra i seguaci mazziniani da Ernesta Bisi, che era stata la sua maestra di disegno, e che le era rimasta amica. Ebbe un grande dolore, ancora adolescente, poiché il padre Alessandro Visconti d’Aragona (che aveva sposato la madre di Cristina dopo che era rimasta vedova del primo marito, vero padre della bambina) fu imprigionato per due anni dopo che aveva partecipato ai moti carbonari del 1820-21. A colpire Cristina fu la circostanza che la madre nel frattempo che il marito era imprigionato iniziò una relazione con un nobile siciliano. Cristina nel 1824 sposò il principe Emilio Barbiano di Belgiojoso. Il matrimonio non si rivelò felice poiché il principe, dopo aver sposato la ricchissima ereditiera, passava il suo tempo tra le braccia di varie amanti. Nel 1828 i coniugi si separarono legalmente, ma il principe e Cristina rimasero legati da una profonda amicizia. Per sfuggire alle chiacchiere conseguenti alla sua separazione, Cristina si trasferì a Genova dove fu ospite del salotto tenuto da Teresa Doria. Dopo aver soggiornato a Roma e Napoli si fermò per qualche tempo a Firenze dove frequentò il carbonaro Gian Pietro Vieusseux e il suo gabinetto letterario. La polizia austriaca era stata informata delle frequentazioni rivoluzionarie di Cristina Trivulzio, e pertanto le fu impedito di far ritorno nella sua Milano. Dopo un soggiorno in Svizzera, temendo di essere fatta rientrare obbligatoriamente a Milano dove l’aspettava un processo e probabilmente la prigione, partì per la Francia, passando per Genova. Fu accompagnata a Nizza, in carrozza, da un suo amico notaio, dopo poco si trasferì a Parigi. Nella capitale francese Cristina Trivulzio soggiornò per diversi anni, sempre in contatto con gli ambienti rivoluzionari italiani. Nel 1938 gli nacque una bimba, Maria, che risultò ufficialmente figlia del marito con il quale, nonostante la separazione, stava spesso in contatto. Molto probabilmente Maria era figlia di Francois Mignet, un giornalista e storico con il quale Cristina intratteneva una relazione. Allo scoppio dei moti milanesi si trovava a Napoli. Immediatamente si recò a Milano. Con lei partirono 200 patrioti napoletani desiderosi di aiutare i fratelli lombardi nella lotta di liberazione.

Carlo Cattaneo era un esponente della corrente federalista, sognava una repubblica federale che unisse tutti gli stati italiani. Egli era nato nel 1801 a Milano, si era laureato a Pisa e svolgeva l’attività di giornalista. Cattaneo era dell’idea moderata di ottenere la massima autonomia dall’Austria, per poi gradualmente passare a una federazione italica. Per queste idee moderate si scontrò con l’ala massimalista dei movimenti patriottici. Capito che la ribellione di Milano era ormai inarrestabile, si adeguò alle idee di Luciano Manara e Cristina Trivulzio. Si dice che un giorno incrociando un gruppo di giovani rivoltosi per strada esclamasse: “Quando la piazza è dei ragazzi, gli uomini se ne stanno a casa”.

Gabrio Casati era un esponente delle nobiltà milanese. Egli parteggiava per la cacciata degli austriaci in forma pacifica o con l’aiuto dell’esercito piemontese, e auspicava la fusione tra il Piemonte e il Lombardo-Veneto sotto la corona dei Savoia. Casati fu nominato podestà di Milano dal viceré Ranieri Giuseppe d’Asburgo-Lorena, figlio di Leopoldo di Toscana. Nel 1847 ebbe modo di recarsi a Torino dove prese contatti con casa Savoia, sollecitando l’intervento piemontese nella questione del Lombardo-Veneto. Durante lo sciopero del fumo si schierò apertamente dalla parte dei milanesi, contro le provocazioni dei soldati austriaci, riesumando una antica ordinanza che vietava di fumare per strada.

La circostanza della vittoria degli insorti di Parigi con la costituzione della seconda repubblica e le notizie che arrivavano da Vienna delle dimissioni del primo ministro Metternich convinsero i milanesi che era giunta l’ora di una ribellione armata contro gli occupanti.

Josef Radetzky - Georg Decker - 1850
Josef Radetzky – Georg Decker – 1850

Il 18 marzo una manifestazione pacifica si trasformò ben presto in un assalto al palazzo di governo. Radetzky era convinto che la minaccia dei suoi cannoni bastasse a tener buono il popolo. Pertanto si trovò impreparato al momento dello scoppio dei tumulti. In gran fretta si rifugiò con tutta la truppa presente a Milano nel castello Sforzesco, una guarnigione di circa 8.000 uomini che ben presto ricevettero rinforzi dai distaccamenti militari della Lombardia. Nel castello erano presenti circa cento cannoni pronti a far fuoco sulla città. Radetzky si preoccupò di riconquistare il palazzo del governo, il Duomo, l’Arcivescovado e tutti gli edifici pubblici.

Il 19 marzo la situazione per le truppe austriache si presentava difficoltosa perché, nonostante che le stesse avessero libertà di spostarsi nei vari punti della città, il numero enorme di barricate che i cittadini milanesi avevano costruito nella notte, circa 1.000, impediva di fatto la circolazione. Le famiglie si erano private di tutte le suppellettili mettere insieme un così elevato numero di barricate. I milanesi, per potersi spostare più agevolmente, senza rischiare di venir colpiti dalle fucilate degli austriaci, avevano sfondato le mura degli appartamenti tra palazzi contigui, creando delle vie segrete all’interno degli isolati del centro cittadino.

I rivoltosi erano in possesso di pochissime armi. Si servirono anche degli archibugi spagnoli conservati nei musei, delle alabarde del teatro della Scala, di sciabole, spade, coltellacci da macellaio. Costruirono lance legando coltelli su aste di legno. Fabbricarono delle rudimentali bombe a mano con polvere pirica, chiodi e delle corte micce, il tutto dentro alla stoffa dei sacchi chiusa con un legaccio.

Nella notte tra il 19 e il 20 marzo un nutrito drappello di giovani e meno giovani nobildonne milanesi, capeggiate dalla principessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso, giunta in gran fretta da Napoli insieme a un gruppo di patrioti partenopei desiderosi di partecipare agli scontri, salì sulle barricate per rifocillare e incoraggiare i giovani rivoltosi. La loro generosa partecipazione diede il coraggio di scendere per strada e combattere a tutta la gioventù milanese.

Il 20 marzo venne costituito un consiglio di emergenza con Carlo Cattaneo, Enrico Cernuschi e Giorgio Clerici per dotare i rivoltosi sparsi in città di un coordinamento e di una centrale di comando. Il comitato fu il primo nucleo di un governo cittadino. Furono costruite mongolfiere per trasmettere i messaggi tra i vari gruppi di rivoltosi. Intervennero nella battaglia come portaordini anche i “martinitt”, i piccoli ospiti degli orfanotrofi cittadini.

Alla fine della giornata Radetzky, che non vedeva una via d’uscita alla situazione in cui si trovavano le truppe, ben acquartierate ma impossibilitate a muoversi, presentò una proposta di armistizio ai capi dei rivoltosi.

Nella notte tra il 20 e il 21 marzo ci furono accese discussioni tra chi voleva accettare l’armistizio e chiedere l’intervento del Piemonte e chi era contrario e voleva andare in fondo alla faccenda non gradendo l’intromissione del re di Sardegna.

Il 21 marzo il consiglio di guerra decise per la continuazione dei combattimenti fino alla liberazione della città. Un gruppo di rivoltosi, tra cui Emilio Dandolo, Luciano Manara e Emilio Morosini, riuscì a conquistare il palazzo del genio grazie all’incendio del portone provocato da tal Pasquale Sottocorno. La conquista dell’edificio convinse Radetzky che restare intrappolati in città era inutile e pericoloso.

Il 22 marzo la città era nelle mani dei patrioti milanesi mentre le truppe austriache erano relegate nelle caserme e nel Castello Sforzesco. I rivoltosi ora erano armati in modo sufficiente per l’aiuto che avevano ricevuto dai compagni patrioti delle città vicine e per le armi catturate agli austriaci. Luciano Manara guidò un assalto decisivo per la conquista di una delle porte della città, Porta Tosa, che fu occupata dai ribelli. Dopo questo episodio venne denominata Porta Vittoria. Il consiglio di guerra spedì un messaggio al re di Sardegna Carlo Alberto chiedendo di intervenire al più presto con le sue truppe. In serata iniziò il ritiro dei militari guidati dal maresciallo Radetzky. Gli austriaci si diressero verso le fortezze del Quadrilatero tra Peschiera, Mantova, Verona e Legnago.

Il 23 marzo segnò la fine della “Guerra del popolo” e iniziò la cosiddetta “Guerra regia”, con l’intervento degli eserciti del Regno delle due Sicilie, dello Stato Pontificio, del Granducato di Toscana e di Carlo Alberto che entrò con le sue truppe in Lombardia, dichiarando guerra all’Austria. Iniziò ufficialmente la prima guerra d’indipendenza italiana.

Carlo Alberto si insediò nella Milano liberata dai milanesi. La sua maggiore preoccupazione non fu sconfiggere gli austro-ungarici ma far svolgere il plebiscito a Milano per la annessione della Lombardia al Regno di Sardegna. Il 29 aprile, il papa Pio IX, pentito della sua iniziativa di portare aiuto ai popoli dell’alta Italia sotto il dominio austriaco, con un ambiguo discorso davanti al Concistoro, fece una dichiarazione contro tutte le guerre e, di conseguenza, richiamò le sue truppe in marcia verso Milano e Venezia. Ferdinando II approfittò di questa dichiarazione per accodarsi alle decisioni del papa, richiamando a sua volta le truppe borboniche comandate dal generale Guglielmo Pepe. Il corpo di spedizione in quel momento si trovava in Emilia, pronto a raggiungere Venezia per portare aiuto ai rivoluzionari della città di San Marco. Fu in questo frangente che Guglielmo Pepe, vecchio patriota, si rifiutò di eseguire gli ordini del re, proseguendo, con i soldati e gli ufficiali a lui fedeli, verso Venezia.

Le truppe sabaude intanto si erano scontrate con i soldati di Radetzky a Peschiera del Garda, conquistando la locale fortezza. La reazione di Radetzky si ebbe a Curtatone e Montanara dove riuscì a sconfiggere le formazioni toscane e a Goito dove lo stesso ebbe una battuta di arresto.

I tentennamenti di Carlo Alberto, che per queste indecisioni fu soprannominato “Re tentenna”, e il suo principale interesse a organizzare al più presto un plebiscito a Milano favorevole alla sua persona, gli fecero trascurare la parte militare della sua missione. Egli non aveva alcuna voglia di oltrepassare la Lombardia per cacciare gli austriaci anche dal Veneto. Il 10 giugno del 1848 fu proclamato il risultato del plebiscito favorevole per il 99% all’annessione allo stato di Sardegna.

Le truppe sabaude furono sconfitte negli scontri con le truppe austriache che si ebbero tra il 23 e il 26 luglio a Custoza. Il 29 luglio l’esercito di Radetzky attraversò l’Oglio e si diresse verso Milano. Il 5 agosto Carlo Alberto, a dimostrazione del suo decisionismo, si affrettò a firmare una resa ritirandosi con il suo esercito in Piemonte, abbandonando Milano al suo destino.

Carlo Cattaneo - Eduardo Matania - 1887
Carlo Cattaneo – Eduardo Matania – 1887

I milanesi costituirono un governo provvisorio, in cui ebbe un ruolo anche Giuseppe Garibaldi, e un comitato per la difesa cittadina di cui facevano parte Mazzini e Cattaneo. L’avventura dei milanesi, traditi da Carlo Alberto, terminò il 9 agosto con l’armistizio di Salasco. L’accorto Radetzky permise a tutti quelli che lo desideravano di lasciare Milano, evitando così che i patrioti più esposti e compromessi subissero gli inevitabili processi della giustizia austriaca, che si sarebbero conclusi con severe condanne ed esecuzioni capitali.

Luciano Manara si rifugiò in Piemonte dove ebbe la nomina a maggiore dei bersaglieri. Con i suoi 600 bersaglieri si trasferì a Roma, dove si distinse nella difesa della Repubblica Romana. Per i suoi meriti fu promosso sul campo a colonnello. Il 30 giugno, nella difesa di villa Spada attaccata dai francesi, fu ferito gravemente, poco dopo morì. Il suo corpo fu in un primo momento trasferito in Svizzera a Vezia, dove fu seppellito nella tomba della famiglia Morosini. Solo dopo qualche anno la madre riuscì a ottenere l’autorizzazione al trasferimento dei resti mortali del figlio a Barzanò in provincia di Lecco, località di origine della sua famiglia.

La principessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso, dopo aver lasciato Milano, si recò a Roma dove partecipò alla difesa della repubblica. Ebbe l’incarico di organizzare gli ospedali da campo in soccorso delle forze repubblicane impegnate nella difesa della città dall’attacco delle truppe francesi. Dopo Roma affrontò un viaggio che la portò prima a Malta e poi in un paese dell’Asia minore turca, nei pressi di Ankara, dove sostò per cinque anni insieme ad altri esuli italiani. Nel 1855, in seguito a una amnistia, poté far ritorno nella sua Milano. Morì nel 1871, a soli 63 anni, a causa della sua salute malferma e a un tentativo di omicidio che le aveva lasciato delle serie conseguenze.

Carlo Cattaneo si trasferì a Castagnola in Svizzera. Divenne Rettore del Liceo di Lugano. Fu eletto più volte deputato del parlamento italiano ma non volle mai accettare la carica per non dover fare giuramento di fedeltà a re Vittorio Emanuele II. Morì nel 1869, fu sepolto a Milano nel cimitero monumentale.

Gabrio Casati divenne cittadino torinese e fu nominato senatore del Regno di Sardegna. Fu anche nominato ministro della Pubblica Istruzione del governo La Marmora. Fu presidente del Senato del Regno d’Italia tra il 1865 e il 1870. Morì a Milano nel 1873.

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Bibliografia:
Mario Scardigli, Le grandi battaglie del Risorgimento, Milano, BUR, 2011
it.wikipedia.org/wiki/Cinque_giornate_di_Milano
C. Fabris, Gli avvenimenti militari del 1848 e 1849, Vol. I, T. II e III, Torino, Roux Frassati, 1898
it.wikipedia.org/wiki/Prima_guerra_d’indipendenza_italiana
Luigi Severgnini, La principessa di Belgiojoso. Vita e opere, Milano, Virgilio 1972
it.wikipedia.org/wiki/Cristina_Trivulzio_di_Belgiojoso
it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Manara
it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Cattaneo
it.wikipedia.org/wiki/Gabrio_Casati