Napoli sotto i bombardamenti

Naples under bombing (Read English version)

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Il primo bombardamento aereo a Napoli avvenne nel 1918. Un dirigibile austriaco lanciò bombe sulla città. Nella seconda guerra mondiale ci furono 200 bombardamenti, tra quelli effettuati dagli “alleati” e quelli successivi dei tedeschi. La città contò 20.000 morti sotto le bombe.

Era una fredda notte, quella tra il 10 e l’11 marzo del 1918. Alle 1.50 la città fu silenziosamente sorvolata da un dirigibile austriaco. Lo Zeppelin LZ104 era il più grande dirigibile dell’epoca. Lungo 200 metri, era stato potenziato e allungato di 30 metri per una missione di soccorso ai reparti tedeschi in Namibia. La mattina del 10 marzo partì dalla base di Jambol in Bulgaria con l’ordine di bombardare le strutture portuali di Napoli e le acciaierie dell’ILVA di Bagnoli (Napoli).

Il dirigibile, da una quota di 5.000 metri, sganciò il suo carico di bombe in tre successive ondate. Il primo bombardamento, mancando di poco il porto, colpì la zona dei Granili, verso S. Giovanni a Teduccio. Ci furono 5 morti e 40 feriti tra i civili. In un successivi lancio furono colpite via Toledo, i quartieri spagnoli e corso Vittorio Emanuele. Le vittime di questo secondo lancio furono 11, inoltre si contarono 24 feriti. Un ultimo bombardamento si ebbe nella zona di Bagnoli dove fu lievemente danneggiato lo stabilimento dell’ILVA.

Dirigibile Zeppelin tedesco
Dirigibile Zeppelin tedesco

L’attacco fu inaspettato. Le batterie di contraerea non entrarono in funzione ne i caccia si alzarono in volo. Il dirigibile era stato avvistato dalla base di sorveglianza di Termoli, ma le linee di comunicazione non funzionarono.

In un primo momento le autorità pensarono ad attentati a base di bombe da parte di squadristi. Solo in seguito si capì che era stato un bombardamento aereo.

Due anni dopo, a guerra finita, si seppero i particolari del bombardamento. Le autorità tedesche, con un comunicato, ricostruirono l’attività bellica del dirigibile LZ104, elencando le tre operazioni svolte dal dirigibile: la seconda era stata il bombardamento della città di Napoli la notte del 10 marzo del 1918. I responsabili della difesa territoriale antiaerea furono tutti processati ed esonerati dall’incarico.

Questo fu solo un piccolo assaggio di quello che sarebbe successo nella seconda guerra mondiale a Napoli. Già agli inizi del secondo conflitto mondiale le autorità si posero il problema degli effetti che avrebbero avuto i bombardamenti aerei nei luoghi di forte aggregazione umana, come le grandi città. Fu definito un piano di sfollamento della popolazione civile dai centri urbani, che doveva essere temporaneamente trasferita nelle campagne e nei piccoli centri rurali. In teoria il piano prevedeva tutta una serie di provvedimenti per rifornire di cibi e quant’altro questi piccoli centri destinati ad accogliere gli sfollati. Nella realtà dei fatti le autorità centrali, oltre che disporre gli sfollamenti, non andarono oltre. Per cui tutte le problematiche rimasero a carico delle autorità locali, ma più ancora ricaddero sulle spalle dei cittadini.

Lo sfollamento provocò il fenomeno del pendolarismo di guerra. Gli impiegati, i negozianti e tutte le persone attive ogni mattina, con mezzi di fortuna, molti in bicicletta, lasciavano le campagne per recarsi in città per svolgere le proprie attività. Il pomeriggio si determinava il fenomeno opposto. Una marea di persone facevano ritorno ai luoghi dove erano alloggiati i loro cari.

Ci furono tre fasi nello sfollamento. La prima vide una minoranza di persone sfollare prima che iniziassero i bombardamenti, erano famiglie che aveva già punti di appoggio in campagna, case di parenti, abitazioni proprie o almeno avevano i soldi per affittare abitazioni in questi piccoli centri. La seconda fase fu determinata dalle famiglie che furono sorprese dai primi bombardamenti, solo dopo emigrarono in campagna. La terza fase in effetti fu un non sfollamento. Era quella che riguardava le famiglie povere non in grado di trovare da sole una sistemazione fuori città. Si arrangiarono nei rifugi sotterranei o nelle grotte. Molte si rifugiavano nei tunnel cittadini e nel tunnel della metropolitana. Altre trovarono rifugio nel tunnel borbonico, una immensa cavità sotterranea che collega il Palazzo Reale con il Chiatamone.

La città di Napoli presentava vari obiettivi strategici che potevano essere, e che poi effettivamente furono, oggetto dei bombardamenti aerei: il porto, il nodo ferroviario di piazza Garibaldi, l’acciaieria di Bagnoli, la fabbrica di munizioni in via Campegna, il deposito di esplosivo al corso Malta, la fabbrica dei motori di aerei a Pomigliano d’Arco.

Bombardamenti su obiettivi strategici (1941 – 1942)
Il 1° novembre del 1940 si ebbe il primo bombardamento a Napoli da parte dei bombardieri del Regno Unito. Nel ‘41 e nel ‘42 i bombardamenti furono effettuati da aerei britannici. Erano eseguiti dall’aviazione inglese in orario notturno proprio per evitare per quanto possibile vittime civili, poiché i pendolari di guerra in quelle ore avevano già raggiunti i luoghi di rifugio. Queste missioni avevano come obiettivo entità strategiche quali strade, porto, industrie, caserme.

Il primo bombardamento, quello del 1° novembre del 1940, distrusse i depositi di carburante situati nella zona industriale orientale e i binari della stazione centrale.
L’8 gennaio del 1941 si ebbero crolli, in seguito a un bombardamento, in corso Arnaldo Lucci e alla Stella Polare (dove oggi sorge l’Hotel Terminus). Seguì quello del 10 luglio che si abbatté sulle raffinerie a oriente della città nonché sui rioni Stella e Speranzella.

I bombardamenti proseguirono durante tutto l’anno. Colpirono principalmente la stazione centrale e la zona industriale orientale. In particolare i bombardamenti diretti sulla stazione provocavano danni enormi poiché era situata in un quartiere densamente costruito e abitato. Ci furono numerosi crolli e molte vittime civili.

Il 18 novembre fu una data segnata in rosso nel calendario dei raid aerei poiché fu colpito un palazzo di civili abitazioni che crollò su un rifugio sotterraneo, brulicante di persone che vi avevano cercato riparo, nella zona di piazza Concordia (Quartieri Spagnoli). I morti furono centinaia. Le incursioni aeree continuarono per tutto il 1942, avendo come obiettivi manufatti strategici della città, sempre, purtroppo, accompagnati da crolli di palazzi e numerose vittime tra gli abitanti.

Bombardamenti a tappeto (1943)
Con l’intervento americano nella guerra i bombardamenti su Napoli cambiarono strategia. Al contrario degli inglesi che cercarono di minimizzare le perdite civili, gli americani adottarono la tattica dei bombardamenti a tappeto fatti con i loro mastodontici bombardieri B-24 “Liberator”. I bombardamenti venivano fatti in ore diurne, lo scopo era anche esasperare la popolazione e spingerla a ribellarsi contro i tedeschi.

La difesa antiaerea a Napoli consisteva in batterie situate sui tetti dei palazzi, dotate di mitragliatrici leggere e antiquate. Inoltre era dislocata una pattuglia di caccia negli aeroporti di Capodichino e Capua. Era il 22° gruppo Autonomo “Cacciatori del Vesuvio” che, con aerei Macchi 202, Reggiane e Dewoitine (prede belliche francesi), aveva il compito di intercettare i bombardieri americani. L’intercettazione era, per forza di cose, frontale, unico punto indifeso dei bombardieri. I piloti dei caccia avevano soli pochi secondi per sparare i loro colpi contro il nemico, tenuto conto che la velocità di avvicinamento cumulata era di oltre 1000 chilometri orari.

B-24 Liberator USAAF del 93rd Bomb Group in formazione 1980- U.S. DefenseImagery
B-24 Liberator USAAF del 93rd Bomb Group in formazione 1980- U.S. DefenseImagery

Il 4 dicembre del 1942 venti Liberator americani bombardarono il porto, dove, colpiti dalle bombe, affondarono tre incrociatori che si trovavano ormeggiati: l’Attendolo, l’Eugenio di Savoia e il Montecuccoli. Il bombardamento continuò sulle case e sugli ospedali. Fu gravemente danneggiato il palazzo delle poste, nella odierna piazza Matteotti. In città fu una strage. I raid diventarono giornalieri e non risparmiavano nessun angolo della città.

La gente aveva imparato a cogliere i piccoli segnali di un’imminente incursione. La radio, che trasmetteva dagli studi di Pizzofalcone, interrompeva le trasmissioni nell’imminenza dei bombardamenti. “E Cape ‘e fierre”, così erano chiamati i pompieri per via del caratteristico casco, subito prima delle incursioni uscivano dalla caserma di via del Sole per spostarsi nelle postazioni sparse in città, onde poter intervenire il prima possibile. Al verificarsi di questi eventi, senza attendere l’allarme delle sirene, le persone scendevano dalle abitazioni per raggiungere i rifugi.

A febbraio ci fu la strage di via Duomo e via Tribunali, a marzo vennero colpite le zone del Carmine, della Pignasecca e di Capodimonte, ad aprile i bombardamenti coinvolsero tutto l’abitato. Solo in quel mese ci furono più di cinquecento morti tra i civili.

400 bombardieri parteciparono al raid del 4 agosto nel quale fu colpita e gravemente danneggiata la basilica di Santa Chiara. Le bombe risparmiarono il Gesù Nuovo, a pochi metri di distanza, come è ricordato su una targa marmorea all’interno della chiesa del Gesù. L’ultimo bombardamento alleato sulla città si ebbe l’8 settembre, dopo la firma dell’armistizio.

Esplosione della M/n Caterina Costa nel porto (28 marzo 1943)
La Caterina Costa era una nave da carico nuova, finita di costruire nel 1942. Era stata requisita dalla Regia Marina per essere utilizzata per il trasporto truppe e materiale bellico. Aveva già fatto quattro traversate del Mediterraneo per portare rifornimenti alle truppe in Africa.

Nel primo pomeriggio del 28 marzo del 1943 si sviluppò un incendio sulla nave, che era attraccata nel porto all’altezza del rione Sant’Erasmo. Ancora oggi non si sa se l’incendio fu un sabotaggio o un incidente. La nave era carica di cannoni, carri armati, automezzi, munizioni, carburante. Erano a bordo anche alcune centinaia di militari italiani e tedeschi. La Caterina Costa era pronta per salpare verso le coste della Tunisia.

Le operazioni di soccorso si svolsero in un marasma generale. Le autorità portuali non fecero quello che era più logico fare, trascinare la nave al largo e affondarla. Gli ordini si accavallarono. I vigili del fuoco accorsi, una volta appurato l’imminente pericolo di esplosione, si allontanarono. Nessuno pensò di far sgomberare le adiacenze, dove si era radunato un folto gruppo di persone che curiosavano ignari del pericolo. Molti militari a bordo non fecero in tempo a mettersi in salvo, rimanendo intrappolati dall’incendio.

Alle 17 e 39 il fuoco raggiunse il deposito delle munizioni. La nave esplose con un boato tremendo, paragonabile allo scoppio di una bomba atomica. Tutte le persone che sostavano sul molo furono sbalzate via dall’esplosione. Un pezzo della nave abbatté due case al ponte della Maddalena. La torretta di un carro armato sfondò il tetto di un edificio a via Atri. Nel porto diversi edifici presero fuoco. Pezzi di metallo volarono come proiettili in tutte le direzioni, raggiungendo ogni luogo della città: Lavinaio, Granili, i treni fermi nella stazione centrale, i depositi di carburante dell’AGIP, il Borgo Loreto. Alcuni arrivarono al Vomero, altri andarono oltre, cadendo persino a Pianura e a Soccavo.

Il Maschio Angioino fu colpito da un pezzo di carro armato, ancora adesso ci sono i segni evidenti dell’impatto sulle mura del castello rivolte verso piazza Municipio. Fu colpito anche il teatro San Carlo che si ritrovò il tetto sfondato. L’orologio del campanile di Sant’Eligio si fermò sull’orario dello scoppio.

Le vittime ufficiali furono 549 i feriti oltre 3.000. Alcuni testimoni raccontarono di una persona che, mentre camminava a piazza Port’Alba, fu colpita da una lastra di metallo. Gli si staccò di netto la testa. Il corpo, sebbene privo di testa, continuò a camminare per diversi metri prima di abbattersi.

Le quattro giornate di Napoli (27 settembre – 30 settembre 1943)
In quel durissimo settembre del ‘43, iniziarono a registrarsi le prime avvisaglie della ribellione dei cittadini napoletani, che poi sfociò nelle “quattro giornate di Napoli”.

I tedeschi in quel mese fecero indiscriminati rastrellamenti di civili, molti furono quelli fucilati. Ci fu una esecuzione di un giovane marinaio al Rettifilo a cui la popolazione fu costretta ad assistere. Il 9 settembre, come reazione ai tanti soprusi, in piazza della Borsa e in via Santa Brigida si ebbero scontri tra cittadini e truppe tedesche che furono messe in fuga. Il 10 settembre i rivoltosi napoletani, dalle balaustre di via Cesario Console, iniziarono a sparare su automezzi tedeschi che stavano per imboccare la sottostante galleria della Vittoria. L’11 settembre i tedeschi aprirono il fuoco contro un commissariato di Pubblica Sicurezza alla Riviera di Chiaia. Gli agenti risposero al fuoco con i loro moschetti 91, costringendo alla resa i militari tedeschi.

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Festeggiamenti dopo la liberazione

Dopo questi sporadici episodi il 27 settembre iniziò la rivolta dei napoletani contro i tedeschi. Al Vomero, in località Pagliarone, si accesero scontri tesi a liberare le persone rastrellate che erano detenute all’interno del vicino campo sportivo del Vomero. Combattenti salirono sul tetto dell’odierna stazione di carabinieri, a lato del complesso sportivo, mitragliando i militari tedeschi che sorvegliavano i prigionieri. In questi quattro giorni si accesero scontri in tutta la città. Furono erette barricate all’Arenaccia (piazza Carlo III) e in viale duca d’Aosta (Sanità) per bloccare i convogli tedeschi. I tedeschi si ritrovarono intrappolati in città con le truppe alleate che ormai erano a pochi chilometri da Napoli.

Il comando tedesco fu costretto a venire a patti con i rivoltosi per poter uscire indenne da Napoli e raggiungere la linea Gustav, all’altezza di Cassino, dove poi le truppe della Germania cercarono di bloccare gli alleati che avanzavano verso Roma. Il 30 settembre una colonna di veicoli militari con tutti i tedeschi a bordo lasciò Napoli.

Il 1° di ottobre entrarono in città la truppe alleate. Furono accolte in modo trionfale dalla popolazione.

Bombardamenti tedeschi (settembre 1943 – marzo 1944)
Dopo l’arrivo delle truppe alleate, la popolazione era convinta che ormai la guerra, almeno per Napoli, fosse finita. Purtroppo non fu così, perché la città partenopea era diventata la retroguardia degli alleati che combattevano sulla linea Gustav. Dopo i bombardamenti degli aerei inglesi e americani iniziarono quelli fatti da aerei tedeschi. Non furono frequenti come i primi, comunque continuarono i danni e le vittime delle bombe.

Il bombardamento più micidiale fu quello che gli aerei tedeschi effettuarono nei giorni 14 e 15 marzo del 1944. Fu l’ultimo che dovette subire la città, ma fu terribile. Si contarono 300 morti e innumerevoli feriti oltre ai danni a quei pochi edifici ancora intatti.

L’eruzione del Vesuvio nel 1944
Le sofferenze della cittadinanza non finirono con i bombardamenti. Già da agosto del ‘43, il Vesuvio stanco di emettere solo sbuffi di fumo dal suo cratere, si risvegliò con una eruzione di lava, che si mantenne abbastanza contenuta. Il 18 marzo dell’anno successivo iniziò una impressionante eruzione.

La lava, con un fronte alto 10 metri, raggiunse le località abitate di Massa di Somma e San Sebastiano. Il fiume ardente avanzava lentamente ma inesorabilmente inghiottendo, nel suo cammino, case, chiese, monumenti, terreni agricoli. La cupola della chiesa di San Sebastiano galleggiò sulla lava per parecchio tempo prima di essere distrutta. Una folla silenziosa di persone assisteva attonita. Qualcuno, preso dalla rabbia, correva verso il fronte avanzante fermandosi a pochi metri come a sfidare il vulcano.

I santi uscirono dalle chiese, furono portati in processione verso il fronte lavico per fermarlo. Arrivò da Napoli anche la statua di San Gennaro custodita nel duomo. Si fermò in una strada laterale di San Sebastiano, per non disturbare la processione del protettore del paese, San Sebastiano. Il 23 marzo cessò l’eruzione. La lava si fermò a pochi metri da Cercola. Anche il Vesuvio volle il suo tributo di morte. Si contarono 26 vittime.

Segnorine e sciuscià
Gli strati più poveri e umili della popolazione, si trovarono nella necessità, per sopravvivere nei difficili anni del dopoguerra, a riorganizzare la propria vita sui nuovi bisogni della popolazione e dei numerosi militari alleati presenti in città. Napoli era la retrovia dove i soldati in licenza venivano per svagarsi e dimenticare le atrocità della guerra.

Per rifornire la città dei beni più disparati si sviluppò il “mercato nero”. Contrabbandieri ogni giorno raggiungevano le campagne dove si rifornivano di derrate alimentari dai contadini, per poi venderle in città a prezzi maggiorati. Anche gli aiuti, che gli americani facevano pervenire con il Piano Marshall, erano oggetto di contrabbando.

Bambini, armati di cassette di legno e spazzole, si trasformarono in piccoli lustrascarpe per guadagnare qualche dollaro. Dal loro invito in inglese rivolto ai militari americani: “Shoe shine” (scarpe lucide) furono chiamati “Sciuscià”.

Un altro triste fenomeno dovuto all’indigenza di tante famiglie napoletane fu quello delle “Segnorine”, ragazze e giovani signore che, per la propria sopravvivenza e quella dei loro cari, si prostituivano con i soldati alleati presenti in città.

Tutto questo fu rappresentato impareggiabilmente da Eduardo De Filippo nella sua commedia “Napoli Milionaria”. La prima fu rappresentata nel 1945 al teatro San Carlo, con protagonisti Eduardo e Titina De Filippo. Alla chiusura del sipario ci furono alcuni secondi di un silenzio tombale. Sembrava che Eduardo avesse fatto fiasco. Invece gli spettatori piangevano a dirotto. Poi il teatro esplose in applausi e lacrime: troppa vita vera in quella commedia.

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Bibliografia:
Aldo Stefanile, I 100 bombardamenti di Napoli. I giorni delle AM lire., Napoli, Marotta, 1968.
Norman Lewis, Napoli ‘44, Adelphi 1998
Vittorio Gleijeses, La storia di Napoli, Edizioni del Giglio, Napoli, 1987
www.isses.it/Convegno050305/Monda.pdf
www.eaf51.org/newweb/Documenti/Storia/Jacobucci.pdf
www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/105295-lesplosione-della-caterina-costa-una-tragedia-dimenticata/
it.wikipedia.org/wiki/Caterina_Costa
it.wikipedia.org/wiki/Bombardamenti_di_Napoli

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