Eremo di Sant'Onofrio al Morrone - Autore presunto Inviaggiocommons 2007

Celestino V e il tesoro dei Templari

Celestine V and the treasure of the Templars (Read English version).

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Il papa che “per viltade fece il gran rifiuto”, così Dante lo apostrofò nella “Divina Commedia”. Le vere ragioni delle sue dimissioni e la storia relativa al tesoro dei Templari nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio.

Celestino V, il cui nome era Pietro Angelerio, nacque a Isernia o, forse, a Sant’Angelo Limosano nel 1209 (altre fonti indicano il 1215). Era il penultimo di dodici figli. Il padre Pietro e la madre Maria Leone erano contadini senza terre di proprietà. Fin da piccolo manifestò le sue tendenze verso la vita religiosa, tra l’invidia dei fratelli che lo vedevano esentato dai duri lavori dei contadini.

In giovane età abbracciò la vita monacale, prendendo i voti nel convento dei Benedettini di Santa Maria in Faifoli. Poiché aspirava all’ascetismo, all’età di 30 anni si ritirò a vivere in una grotta sul Monte Morrone, vicino Sulmona, da allora fu chiamato Pietro da Morrone.

Dopo qualche anno, per sfuggire all’assillo dei pellegrini, che già lo consideravano un sant’uomo, spinto dal desiderio di diventare sacerdote, si recò a Roma, dove fu ospitato nel palazzo del Laterano. A Roma studiò e fu consacrato sacerdote. Nel 1241 ritornò sul Monte Morrone, dove soggiornò in una caverna vicino alla chiesa di Santa Maria di Sagezzano.

Cominciarono a radunarsi discepoli intorno a lui, centinaia di giovani attirati dalla santità di Pietro e dalla vita eremitica. Per ritrovare l’isolamento e per dedicarsi alle preghiere si trasferì sui monti della Majella, in un antro quasi inaccessibile, detto Ripa Rossa. Sulla Majella egli fece costruire il monastero di Santo Spirito, che per lunghi anni fu la casa madre dei Celestini (così furono chiamati i monaci che seguivano la regola di Pietro da Morrone).

Trascorse la maggior parte della sua vita su quelle montagne, cambiando spesso rifugio per sfuggire ai visitatori che lo cercavano per la sua fama di taumaturgo. A 64 anni decise di recarsi a piedi a Lione, in pieno inverno, per intervenire al Concilio che si tenne nel 1274. Egli intendeva parlare direttamente con il papa per avere il riconoscimento del suo ordine monastico, che alcuni malpensanti accusavano di eretismo.

A Lione fu ospitato dai Padri Templari che, colpiti dalla sua santità, intervennero presso papa Gregorio X per raccomandare il pieno riconoscimento della sua regola. Ottenuto il riconoscimento, trasformò la comunità monacale in congregazione.

Eremo di Sant'Onofrio al Morrone - Autore presunto Inviaggiocommons 2007
Eremo di Sant’Onofrio al Morrone – Autore presunto Inviaggiocommons 2007

Tornato sulla Majella riprese la sua vita da eremita. Nel 1293 convocò un Capitolo Generale tra i suoi monaci e annunciò la volontà di ritirarsi definitivamente in un eremo sul monte Morrone. Fece appositamente scavare un antro nella montagna che dedicò a S. Onofrio, dove si ritirò in attesa della fine della sua vita terrena, avendo ritenuto concluso il suo personale percorso di ricerca della santità.

Nel 1292 venne a mancare papa Niccolò IV (Girolamo Masci) eletto al soglio pontificio nel 1288. Era stato il primo papa appartenente all’ordine dei francescani. Si riunì il conclave per eleggere il successore in Santa Maria sopra Minerva, poi a Santa Maria Maggiore. Nonostante che il sacro collegio fosse composto solo da dodici cardinali, non riuscirono a trovare l’accordo sul nuovo pontefice.

Nel frattempo una epidemia di peste colpì Roma. I cardinali, nel timore della peste, sospesero il conclave. Un componente del Sacro Collegio contrasse la malattia e morì. Solo dopo molti mesi i cardinali superstiti si riunirono di nuovo. Il Sacro Collegio, per sfuggire all’epidemia, proseguì il conclave a Perugia il 18 ottobre del 1293.

I prelati, riuniti in conclave, non trovavano l’accordo sulla persona da nominare pontefice, per i contrasti tra chi voleva un Colonna papa, la famiglia Colonna contava due cardinali nel conclave, e chi invece era contrario a questa soluzione.

Il re di Napoli, Carlo II d’Angiò, aveva fretta che fosse fatto un papa poiché doveva ratificare quello che era stato stabilito in un trattato tra gli Angiò e Giacomo II d’Aragona. La ratifica papale era necessaria essendo Napoli un feudo del pontefice. Il trattato, che seguiva la rivolta dei Vespri Siciliani, stabiliva per gli aragonesi il possesso del regno di Sicilia mentre a Carlo II fu riconosciuto il regno di Napoli.

Carlo II, accompagnato dal figlio Carlo Martello, si recò a Perugia e, contro tutte le regole, irruppe nella sala dove si teneva il conclave per costringere i cardinali a fare in fretta le loro scelte. Il cardinale Caetani scacciò in malo modo il re. Però questo episodio indusse i cardinali a prendere coscienza che si dovesse eleggere il papa senza perdere altro tempo.

Arrivò in quei giorni al conclave anche un messaggio di Pietro da Morrone che, dal suo eremo in montagna, sollecitò i cardinali alla nomina del successore di Pietro, minacciando “gravi castighi” dallo Spirito Santo per quell’intreccio di interessi che impediva la concordia tra i cardinali. Sembra che questa missiva gli fosse stata sollecitata da Carlo II.

Questa mossa a sorpresa di Pietro da Morrone e del re di Napoli valse a risolvere il problema. Infatti il decano del collegio, Latino Malabranca, che lesse la missiva dell’eremita ai cardinali, propose di eleggere papa proprio Pietro da Morrone, unanimemente conosciuto come un sant’uomo.

Dopo 27 mesi di conclave, il 5 luglio del 1294, fu eletto al soglio pontificio Pietro Angelerio da Morrone. Egli aveva 85 anni al momento della elezione.

Pietro fu raggiunto nel suo eremo il 5 agosto da tre incaricati dal sacro collegio, che gli comunicarono la notizia della nomina. L’eremita fu preso dallo sgomento per l’immane compito affidatogli. Dopo molti tentennamenti accettò l’incarico prendendo il nome di Celestino V.

Il re di Napoli, mosso evidentemente da interessi personali, si recò personalmente dal nuovo papa per condurlo alla basilica di Santa Maria di Collemaggio dove il 29 agosto si tenne la cerimonia di incoronazione alla presenza di tutto il Sacro Collegio.

Il primo atto ufficiale del papa fu l’emissione della Bolla del Perdono, che concedeva indulgenza plenaria ai fedeli che avessero visitato tra il 28 e il 29 agosto di ogni anno la Basilica di Collemaggio, confessandosi e chiedendo perdono dei propri peccati. Ancora oggi a L’Aquila si festeggia la “Perdonanza”, in ricordo di Celestino V.

Il papa stabilì la sede del suo papato a Napoli, in Castel Nuovo (Maschio Angioino). Nel castello gli fu riservata una saletta arredata poveramente a somiglianza del suo eremo. Egli ebbe la protezione di Carlo d’Angiò che vide riconosciuto da Celestino V il trattato con gli aragonesi, nel quale era stabilito che il regno di Sicilia, dopo la morte di Giacomo II, venisse restituito ai d’Angiò.

Nei tre mesi e mezzo del suo papato, Celestino fu circondato da faccendieri, affaristi, prelati in cerca di onori e prebende. Nemmeno re Carlo riusciva a tener lontano dal papa la folla di questuanti.

Profondamente prostrato da questa insostenibile situazione, troppo vecchio per opporsi, decise, per il bene della chiesa, di rinunziare all’incarico. Il 13 dicembre del 1294 annunciò l’abdicazione dal trono pontificio davanti a un concistoro allibito.

Con una velocità impressionante, il 24 dicembre di quello stesso anno il conclave elesse papa Bonifacio VIII, cioè quel Benedetto Caetani che aveva scacciato con modi bruschi Carlo II dal conclave, ma che poi si era alleato con lo stesso per vincere la concorrenza ed essere fatto papa.

Il povero Celestino, tornato Pietro da Morrone, si ritirò di nuovo sulle sue montagne per riprendere la vita di eremita. Consapevole di essere ormai diventato un nemico sia di Bonifacio VII che di Carlo d’Angiò tentò di fuggire in Grecia. Bonifacio non lo consentì, fu catturato e tenuto prigioniero nel palazzo pontificio di Alagni. Dopo poco tempo Celestino fu trasferito nella tetra torre di Castel Fumone.

Il 19 maggio del 1296, la tempra dell’anziano eremita cedette alla durezza della sua prigionia. Egli morì alle 16 di quel giorno. Fu sepolto nella chiesa di S. Antonio appartenente alla sua congregazione.

Nelle ricognizioni dello scheletro di Celestino, che furono effettuate nel tempo, fu rilevato un foro nel cranio, corrispondente alla misura di un chiodo di 10 centimetri. Questo fece sospettare che Celestino non era deceduto per morte naturale ma barbaramente ucciso. Una nuova recente ricognizione ha appurato che il foro risaliva a dopo il decesso del povero eremita.

Nel 1313 divenne santo per decisione di papa Clemente V. San Celestino viene ricordato il 19 maggio. I resti mortali furono traslati nel 1317 nella basilica di Santa Maria di Collemaggio.

La congregazione dei Celestini, che originariamente era denominata dei Fratelli dello Spirito Santo o dei Majellesi, ebbe un primo grande sviluppo quando ancora era in vita Pietro. Furono aperti monasteri in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Lazio. Essa dipendeva direttamente dalla Santa Sede. Dopo la morte del fondatore, la congregazione si diffuse anche in Lombardia e in Francia. La regola che seguivano i monaci Celestini era quella benedettina. La casa madre era il monastero di Santo Spirito dove risiedeva l’abate della congregazione, che aveva autorità simile a quella di un vescovo. Ogni monastero aveva un Priore che partecipava al capitolo generale dell’ordine.

La decadenza dei Celestini iniziò con la rivoluzione francese. In Francia furono soppressi tutti i monasteri dell’ordine. Nel 1807 Giuseppe II Bonaparte, re di Napoli, soppresse i monasteri dei Celestini anche nel regno di Napoli. Nel 1810 fu sciolto l’ordine nel resto d’Italia. Solo il ramo femminile della congregazione è sopravvissuto fino a oggi, con il monastero di San Basilio a L’Aquila e di San Ruggero a Barletta. Altri monasteri femminili di Benedettine-Celestine sono stati creati durante gli ultimi due secoli.

Il tesoro dei Templari
Pietro da Morrone si era recato a Lione, in occasione del concilio, per incontrare papa Gregorio X e chiedere il riconoscimento della sua congregazione. Egli fu ospitato nella commenda dell’Ordine dei Templari di quella città. In quel monastero risiedeva anche il Gran Maestro dell’ordine Giacomo de Bejau. Il Gran Maestro ebbe modo di apprezzare la santità di Pietro e lo aiutò a ottenere il desiderato riconoscimento papale.

Tornando nel suo Molise Pietro fece sosta a L’Aquila. In quel luogo una notte gli venne in sogno la Madonna che gli chiese di costruire un santuario in suo onore a ringraziamento del buon esito del viaggio a Lione.

Santa Maria di Collemaggio - L'Aquila - RaBoe 2007 - CC BY-SA 2.5
Santa Maria di Collemaggio – L’Aquila – RaBoe 2007 – CC BY-SA 2.5

Pietro, che non possedeva soldi ne aveva l’esperienza necessaria per la costruzione di un santuario, chiese aiuto all’ordine dei templari. I templari fornirono mezzi e architetti. Fu eretta la Basilica di Santa Maria di Collemaggio. La particolarità della basilica fu quella di essere costruita secondo i canoni mistici e misteriosi dell’ordine cavalleresco.

I Templari erano i custodi del Sepolcro di Gesù. Essi avevano raccolto molte reliquie del Cristo e del suo martirio, celando le reliquie in vari posti, onde evitare il trafugamento delle stesse. Insieme alle reliquie era stato nascosto, suddiviso in varie parti, anche l’ingente tesoro dell’ordine.

Nel 1307, al momento della distruzione dell’ordine dei Templari in Francia, fatta per ordine del re Filippo IV il Bello attraverso false accuse di eresia, si narra che diversi trasporti segreti portarono fuori dalla Francia il tesoro che era custodito nei loro monasteri. Una parte di esso fu trasportato a Edimburgo, per poi essere trasferito via mare in America, continente non ancora scoperto da Colombo, ma la cui esistenza era nota ai monaci attraverso Vichinghi e Normanni, connazionali di Erik il Rosso.

Un’altra parte del tesoro, insieme a delle sante reliquie, era stato anni addietro celato nei sotterranei del santuario di Collemaggio. Esso fu affidato alla custodia di Pietro da Morrone direttamente dal gran maestro Giacomo de Bejou. Due di queste reliquie, il dito di San Giovanni Battista e una spina appartenuta alla corona del martirio di Gesù, furono anche oggetto di culto tra i fedeli della Basilica. Oggi queste reliquie sembrano disperse.

Alcune recenti ricerche, con apparecchi in grado di scannerizzare mura anche di grosso spessore, hanno rilevato l’esistenza di una stanza segreta, completamente murata, con pareti spesse due metri, nelle fondamenta della basilica. Essa potrebbe essere la stanza del tesoro creata dai Templari al momento della costruzione del tempio. Le ricerche, da effettuare mediante scavi, sono ferme per mancanza di finanziamenti.

Questo scoperta spiegherebbe la ritrosia ad accettare la nomina a papa di Celestino V e le sue dimissioni date per tornare nella sua terra, dove l’aspettava il sacro compito di custode delle preziosissime reliquie di Gesù Cristo.

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Bibliografia:
Ignazio Silone, L’avventura di un povero cristiano, Mondadori, Milano 1998
Peter Herde, Celestino V e la spiritualità francescana, “Schede Medievali”, 12-13, 1987: 11-24.
Paolo Golinelli, Celestino V. Il papa contadino, Mursia, Milano, 2006.
Valerio Gigliotti, Fit monachus, qui papa fuit: la rinuncia di Celestino V tra diritto e letteratura, in “Rivista di storia e letteratura religiosa”
it.wikipedia.org/wiki/Papa_Celestino_V
it.wikipedia.org/wiki/Cavalieri_templari