Immagine tratta dal volume Cronaca del convento di sant'Arcangelo a Bajano - Archivi di Napoli 1860

Amori e delitti nel convento di Sant’Arcangelo a Bajano

Loves and crimes in the convent of Sant’Arcangelo in Bajano (Read English version)

Questa è la cronaca dei fatti che ebbero luogo nel convento di Sant’Arcangelo a Bajano di Napoli e che trovarono la loro triste conclusione nell’anno 1577. Suorine del convento che, come novelle sirene, attiravano belli e aitanti giovanotti per i loro giochi d’amore.

Correva l’anno 1577, a Napoli regnava il viceré Ignigo Lopez de Hurtado de Mendoza per conto di Filippo II, re di Spagna e di Napoli.

Con la conquista spagnola i nobili del regno avevano perduto gran parte dei loro poteri feudali, in seguito a ciò essi avevano lasciato i loro castelli per accentrarsi nella capitale. I feudi e le relative rendite venivano ereditate dai primogeniti. Per gli altri figli maschi erano aperte le porte della carriera militare, ecclesiastica e delle cariche pubbliche. Le figlie femmine erano destinate a convolare buoni matrimoni o a intraprendere la via dei conventi, diventando suore o monache, con i relativi voti di castità, obbedienza e povertà.

Sul mondo ecclesiastico regnavano vescovi e arcivescovi. Essi, oltre alle normali funzioni religiose, esercitavano il potere giudiziario nei confronti dei chierici e delle chieriche attraverso il Ministro del Santo Uffizio, che aveva ai suoi ordini gendarmi armati.

Il convento di Sant’Arcangelo a Bajano era attiguo all’omonima chiesa che si trova in via Sant’Arcangelo a Bajano, appartenente al popolare rione Forcella. Il rione comprende parte della via che è chiamata Spaccanapoli, poiché divide esattamente in due l’antica città greca-romana. Il convento si trovava quindi nel cuore della città, a pochi passi da via Duomo. Oggi si presenta come un edificio trasformato in abitazioni e si trova, disabitato, in stato di abbandono.

Chiesa di Sant'Arcangelo a bajano - Baku 2009 CC BY-SA 3.0
Chiesa di Sant’Arcangelo a bajano – Baku 2009 CC BY-SA 3.0

La chiesa fu costruita nel VI secolo dai monaci Basiliani il cui monastero era attiguo a essa. Nel XIII secolo la chiesa e il monastero furono rimodernati a cura del re Carlo d’Angiò. Il monastero fu trasformato in convento e dato in uso, insieme alla chiesa, alle monache benedettine.

Nel convento si ritirò Maria d’Aquino, figlia naturale di Roberto d’Angiò, diventata famosa con il nome di Fiammetta, la donna amata da Giovanni Boccaccio.

Nella seconda metà del XVI secolo il convento benedettino divenne famoso per le tristi vicende che investirono le suore dello stesso, le quali ebbero termine nel 1577 con la esemplare punizione delle colpevoli e con la soppressione del monastero.

Marie-Henri Beyle, famoso con il nome Stendhal (1783 – 1842), dedicò alla vicenda un libro che ebbe grande successo: Cronaca del convento di Sant’Arcangelo a Bajano. Carlo Tito Dalbono (1817 – 1880) padre del pittore Eduardo, incluse la storia, anche se in chiave leggendaria, in uno dei suoi volumi, vicenda che fu citata anche da Benedetto Croce in relazione a un quadro che ne raffigurava una tragica scena.

I conventi femminili dell’epoca riproducevano, al loro interno, esattamente la società dell’epoca nei suoi tre principali ceti sociali.

All’apice della scala conventuale c’erano le suore che provenivano dalle famiglie nobili, le quali per qualche motivo non si erano sposate e avevano abbracciato la vita religiosa, forzate o meno dalle loro famiglie. Queste religiose conservavano tutti i privilegi della loro condizione, vivevano nel convento una vita agiata, ospitate in appartamenti riservati, con al loro servizio suore che fungevano da cameriere personali. La direzione e gestione del convento era nelle loro mani.

Su un gradino intermedio si trovavano le pupille delle famiglie borghesi benestanti, che avevano apportato una cospicua dote al convento. In genere erano impegnate in compiti che abbisognavano di un certo livello culturale.

All’ultimo livello sociale del convento c’erano le serve, figlie del popolo, che non avevano apportato alcuna dote, e che erano utilizzate per i compiti più umili.

Per comprendere appieno la vicenda bisogna dire che era costume nei conventi femminili dell’epoca far seguire ai voti di obbedienza e castità comportamenti che spesso erano contrari agli stessi.

In tutti i conventi c’era una certa frequentazione maschile, tesa a soddisfare le esigenze delle suore più giovani. Anche in questo si faceva attenzione al ceto sociale. I giovani nobili frequentavano le pupille delle famiglie altolocate negli appartamenti a loro riservati nelle case conventuali. I villani e gli operai, che frequentavano i conventi per esigenze lavorative, si occupavano delle giovani suorine più povere, in genere nelle stalle e nei pollai del convento, luoghi frequentati esclusivamente da queste servette.

Nel convento di Sant’Arcangelo vi erano due suore, Giulia Caracciolo e Agnese Arcamone, ambedue di nobili origini, legate tra loro da una profonda e affettuosa amicizia. Giulia era bellissima e di portamento altero, dotata di una fine intelligenza. Agnese, meno bella e meno intelligente, era però dotata di un carattere dolce che la faceva amare e benvolere da tutti.

L’intima amicizia delle due giovani accese l’invidia delle altre suore. Una loro compagna di convento, Eufrasia d’Alessandro dei duchi di Pescopagano, trovandosi a colloquio con la madre superiora, Costanza Mastrogiudice di una nobile famiglia di Sorrento, le confidò i suoi sospetti sulla innocenza del legame tra Giulia e Agnese. La badessa riferì queste circostanze ai familiari di Giulia facendo anche il nome della sua confidente. La potente famiglia Caracciolo, non sopportando l’accusa infamante che la superiora del convento molto imprudentemente aveva lanciato contro Giulia, la mise a tacere con l’accusa di essere rimbambita a causa dell’età.

Giulia Caracciolo, venuta a conoscenza della cosa e anche di chi l’aveva accusata, giurò di vendicarsi. Carpì l’amicizia di Orsoletta, serva di Eufrasia, con regali e complimenti, per conoscere i segreti della rivale.

Eufrasia era particolarmente legata a Chiara Frezza. Le due non erano molto dedite alla preghiera, anzi di carattere aperto e leggero, cercavano in tutti i modi di alleviare la loro condizione di suore disobbedendo spesso e volentieri ai loro voti. Esse incontravano segretamente due giovani che tenevano come amanti.

Un giorno Orsoletta venne a scoprire che la notte successiva la sua padrona Eufrasia e l’amica Chiara avrebbero ricevuto in convento i loro due amanti, Francesco Spiriti e Giuseppe Piatti, che sarebbero entrati dalla porta del giardino che si affacciava sulla strada della fontana di Medusa.

Giulia riferì la cosa a suo cugino Antonio Mariconda, principe di Garagusa. Il secondogenito del principe, Pietro Antonio, essendo legato al convento per un suo traffico con una suora, si prese la briga di organizzare una trappola ai due amanti, volendo vendicare la famiglia dell’offesa arrecata da Eufrasia d’Alessandro. Egli si appostò insieme al fratello e cinque suoi servi ben armati in prossimità della fontana di Medusa.

Giulia, all’ora dell’appuntamento tra le due suore e i loro amanti, andò dalla badessa raccontandole ogni cosa e invitandola ad andare in giardino per accertarsene di persona, lei rimase a guardare da una finestra.

La superiora sorprese le due sventurate che, approfittando del buio, si nascondevano tra gli alberi. Non potendo aspettare oltre la superiora le apostrofò duramente. Le due, prese di sorpresa, cercarono di raggiungere i loro appartamenti. Nel frattempo i due amanti furono assaliti con le armi dal Mariconda e dai suoi sgherri. Mortalmente feriti, i giovani entrarono a precipizio nel giardino del convento per sottrarsi alle armi. Dopo pochi istanti spirarono entrambi per le gravi ferite sofferte nell’agguato.

La badessa si avvicinò ai giovani che giacevano morti e alle due suore che erano rimaste allibite e disperate per lo spettacolo a cui avevano assistito. Per salvare l’onore del convento decise di disfarsi al più presto dei due corpi trascinandoli fuori.

Domenico Lagne, principe di Caposele, in rapporti amorosi con una suora, Camilla Origlia, era roso dalla gelosia perché credeva che la sua amante lo tradisse. Un’altra suora sua amica, Laura Sanfelice, gli aveva riferito dell’appuntamento fuori al cancello del giardino, credendo fosse stato organizzato per favorire Camilla. Domenico, recatosi anche lui in quella strada, vedendo Pietro Antonio aggirarsi fuori dal convento, il cancello dello stesso aperto, credette che egli fosse la causa della sua gelosia e lo affrontò uccidendolo con un colpo di spada.

Il fratello di Pietro Antonio non poté fare altro che raccoglierne il corpo insieme a quelli dei due sventurati, che le suore avevano portato vicino alla fontana di Medusa, e seppellirli in gran segreto con l’aiuto dei suoi servi.

Le chiacchiere riguardanti il grave fatto di sangue cominciarono a diffondersi in città, ma la potenza delle famiglie impedì l’intervento delle autorità.

Dopo quanto successo Eufrasia e Chiara avevano un ottimo motivo per odiare le due rivali Giulia e Agnese. Unirono nel loro odio anche la madre superiora, ritenuta complice delle loro avversarie.

Parlando con le consorelle erano riuscite a portare dalla loro parte quelle suore che avevano anche loro degli amanti che frequentavano di nascosto il convento. Si convinsero che la soluzione fosse di liberarsi in qualche modo della badessa Costanza, poiché temevano provvedimenti disciplinari nei loro confronti. Essere cacciate dal convento e rese alle famiglie era un disonore che le avrebbe segnate per la vita.

Chiara propose a Eufrasia e a due altre suore con le quali aveva una più stretta amicizia, Beatrice Moccia e Caterina Barile, di avvelenare con una pozione la madre superiora e la sua serva Agata che era stata testimone del fattaccio. Dopo qualche discussione la proposta fu accettata, ma Caterina, che aveva rapporti segreti con Agata, chiese che fosse risparmiata la vita alla servetta.

Eufrasia teneva conservata una pozione avvelenata di balsamo che tempo prima le era stata preparata da un medico romano. La pozione avrebbe avuto un effetto venefico dopo qualche giorno di regolare somministrazione. Chiara si fece consegnare la boccetta del veleno e avvicinò Livia, altra serva della badessa. Sapendo che la stessa era perdutamente innamorata del cugino Paolo, le promise di aiutarla per rendere possibile un incontro in convento con l’amato.

Le raccomandò anche, per non correre il pericolo di essere scoperta dalla superiora che aveva sonno leggero, di somministrare ogni sera di nascosto in una bevanda, un poco di quel balsamo di Eufrasia, che aveva un potere calmante e avrebbe fatto dormire profondamente la badessa.

Una sera che Eufrasia era di turno in portineria, fece entrare di nascosto Paolo che si appartò con Livia nella sua stanza. Eufrasia lasciò il chiavistello del portone aperto per permettere l’uscita del giovane all’albeggiare.

Un’altra suora, Lavinia Pignatelli, dopo essersi trattenuta nella camera della consorella Camilla Origlia, passando davanti al portone e vedendo il chiavistello aperto, presa da un improvvisa ispirazione, uscì dal convento. Poiché le religiose sotto le vesti monacali indossavano un vestito verde, le bastò arrotolare la lunga gonna nera perché non sembrasse più una suora.

Lavinia spasimava, non ricambiata, per un giovanotto, tal Francesco dei Medici che frequentava il parlatorio del convento per via di una sua conoscente. Egli abitava a pochi passi. Lavinia bussò al portone di Francesco e un servo l’annunciò al gentiluomo.

In presenza di Francesco la donzella iniziò a farfugliare, non avendo preparato alcun discorso. Comunque riuscì a esprimere il suo amore per lui. Francesco, di indole onesta, non volle essere coinvolto. La riaccompagnò in convento ma, nel giardino dello stesso, a Lavinia vennero convulsioni d’amore. Francesco nel soccorrerla perse il controllo e i due caddero tra l’erba strettamente abbracciati. Successe tutto quello che di solito avviene tra amanti.

All’albeggiare Lavinia invitò il suo cavaliere a uscire prima del risveglio delle altre suore. Nel frattempo Eufrasia si affrettava a scendere nell’atrio per chiudere il portone che aveva lasciato aperto. Nell’attraversare il giardino, vide Lavinia e la scambiò per Livia. La inseguì e, raggiuntala, le avvicinò la lampada al viso chiamandola Livia. Lavinia ancora scossa per l’avventura si offese sommamente, ingiuriò Eufrasia ricordandole la differenza di ceto tra le loro famiglie. Le due vennero alle mani. Poi, temendo di essere scoperte, si ritirarono velocemente nelle loro stanze.

Lavinia, risvegliandosi al suono della campana del mattutino, si ricordò che Eufrasia l’aveva stranamente scambiata per Livia, serva della badessa, che la stessa considerava sua acerrima nemica. Passando davanti alla camera di Livia fu presa dalla curiosità di sbirciare dal buco della serratura. Vide la suorina che ancora si dimenava addosso al suo Paolo. In quel momento si trovò a passare la badessa. Lavinia, sorpresa a spiare, per trarsi d’impaccio la invitò a guardare dal buco.

La badessa, scandalizzata per quello che vedevano i suoi occhi, bussò imperiosamente alla porta. Paolo, nudo come si trovava, si nascose dietro un mobile mentre Livia apriva la porta. La badessa e Lavinia scorsero immediatamente il giovanotto che, ancora nudo, si inginocchiò chiedendo perdono, accollandosi tutte le colpe. Le due religiose rimasero alquanto turbate da quel giovane corpo muscoloso. La superiora lo invitò a rientrare nel letto e aspettare. Uscite che furono dalla stanza, Livia fu sommamente rimproverata ma, non volendo fare scandalo, la superiora fece in modo che il giovane uscisse inosservato dal convento. Dopo poco tempo fu ucciso da alcuni sgherri rimasti sconosciuti.

Costanza Mastrogiudice, per effetto della pozione che le era stata somministrata a sua insaputa, dopo qualche giorno si ammalò e morì. Si scatenò una vera e propria guerra per la nomina della nuova madre superiora. Ogni suora, appartenente a una famiglia titolata, brigava con l’aiuto dei suoi familiari per far nominare questa o quella di suo gradimento.

Chiara, per contrastare i maneggi di altre sue consorelle, si rivolse a Francesco Acquaviva, Duca di Nardò, che lei aveva notato molto interessato a una suora, tale Zenobia, nipote di un’altra suora anziana, Elena Marchese. Dopo aver preso accordi con il Duca, Chiara convinse Elena, dopo molte insistenze, a parlare del duca alla nipotina, in cambio egli avrebbe fatto nominare Elena madre superiora del convento.

La nipote, contattata con riluttanza e riservatezza dalla zia, si mise subito a completa disposizione di Francesco Acquaviva, senza farselo ripetere due volte. Il duca, soddisfatto nelle sue voglie, mantenne la parola convincendo l’arcivescovo a nominare Elena Marchese badessa del convento.

La nuova badessa non riusciva, a causa della sua debolezza, a controllare l’esuberanza delle sue consorelle, che continuarono senza sosta nelle loro sconsiderate abitudini. I pettegolezzi, che avevano per oggetto le vicissitudini delle suore, giunsero all’orecchio di padre Andrea d’Avellino, avvocato della curia, che si accinse a una ispezione nel convento.

Avendo scoperto almeno una parte delle nefandezze che vi si compivano, aveva intenzione di informare l’arcivescovo per le giuste punizioni. Ma non ne ebbe il tempo. Le famiglie delle religiose, allertate, fecero in modo che padre Andrea venisse allontanato dalla città, dopo un tentativo di ucciderlo che per fortuna fallì.

Solo dopo molti anni, padre Andrea, poi proclamato santo nel 1712 da papa Clemente XI, poté ritornare a Napoli dopo aver avuto importanti incarichi in diverse parti d’Italia, collaborando anche con il cardinale Carlo Borromeo di Milano. Nel 1567 diventò prevosto della basilica di S. Giovanni Maggiore a Napoli.

Un nuovo scandalo investì il convento. Candida Milano dei baroni di San Giorgio, si era innamorata di un giovane di bassa estrazione sociale. La famiglia per interrompere la tresca che già aveva superato i limiti della decenza (dell’epoca), dispose che Candida prendesse i voti di suora nella casa conventuale di Sant’Arcangelo.

Poiché Candida suonava benissimo il clavicembalo, ne fece trasportare uno nella sua camera al convento per esercitarsi e poter deliziare con la musica le sue consorelle. Nella cassa del clavicembalo, d’accordo con Candida, si era nascosto il suo amante. Il caso volle che quando arrivò il clavicembalo, ella era occupata in funzioni religiose. Quando riuscì a tornare in camera aprì immediatamente la cassa del clavicembalo, che era chiusa a chiave, trovando il suo amato morto soffocato per mancanza d’aria. Con l’aiuto di Zenobia e con l’intervento del Duca di Nardò, il cadavere dello sfortunato giovane fu portato via dal convento. Nonostante la segretezza, la voce di questo nuovo scandalo si divulgò in città.

I pettegolezzi giunsero anche all’orecchio dell’arcivescovo, il cardinale Paolo Burali d’Arezzo, una persona violenta e impulsiva. Il cardinale Burali d’Arezzo affidò al suo vicario il compito di svolgere indagini all’interno del convento per appurare quel che stava accadendo.

Il vicario svolse le indagini con la collaborazione della nuova superiora del convento, Angela Palma. Perquisì gli alloggi delle suore, dove trovò parecchie cose che lo insospettirono. Durante gli interrogatori alcune delle religiose, per vendetta o per timore, riferirono gli episodi di cui erano a conoscenza, incluso l’avvelenamento della madre superiora Costanza Mastrogiudice. In poco tempo venne alla luce tutto il malaffare.

Il vicario riferì all’arcivescovo, che istruì un processo segreto nel quale non fu ammessa la presenza delle suore accusate. Poco dopo fu emessa la sentenza.

Il vicario e i gendarmi dell’arcivescovado si recarono al convento per eseguire il disposto del tribunale curiale.

Le suore Chiara ed Eufrasia erano state condannate a morte a mezzo di avvelenamento. Le suore Camilla, Laura, Zenobia ed Elena erano state espulse e condannate al carcere a vita.
Altre sette consorelle erano state condannate a 10 anni di reclusione.

Alla lettura della sentenza Zenobia si lanciò sulla zia Elena, causa della sua disgrazia, e la colpì con un coltello che nascondeva sotto le vesti. Camilla si gettò da una finestra che dava sul giardino. Laura si trafisse il petto con un appuntito stiletto. In quello stesso istante il Duca di Nardò, innamorato perso di Zenobia, saputo della visita del vicario e delle ragioni che lo portavano al convento, si precipitò all’interno dello stesso armato di spada, in un lampo prese in braccio Zenobia e fuggì portando in salvo l’amata.

Il Vicario, nonostante le terribili cose successe, continuò nell’esecuzione delle sentenze. Chiara ed Eufrasia furono costrette a bere la cicuta. Chiara, per affrettare la morte, prese un pugnale che stava su un tavolo come prova dei misfatti e si trafisse il cuore.

Il convento di Sant’Arcangelo a Bajano, per disposizione dell’arcivescovo, fu definitivamente chiuso da quel giorno.

Così finì quel luogo di perdizione, che ancora oggi è tristemente abbandonato.

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Bibliografia:
Anonimo: Cronaca del convento di Sant’Arcangelo a Bajano, pubblicato a cura di Stendhal
it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Sant’Arcangelo_a_Baiano
Carlo Tito Dalbono: Le tradizioni popolari spiegate con la storia e gli edifizi del tempo, De Marchi 1841