Ugo Moncada - «Retratos de Españoles ilustres» publicado por la Real Imprenta de Madrid - 1791

Napoli al tempo degli spagnoli

Naples at the time of the Spanish (Read English version)

L’epoca dei viceré iniziò con la breve parentesi francese per proseguire con il lungo periodo degli spagnoli, che durò due secoli ed ebbe una forte influenza sui costumi e sul linguaggio napoletano. Ultimo fu il vicereame austriaco che precedette la dinastia Borbone.

La avventura dei francesi nell’Italia meridionale ebbe inizio nel 1501. Re Ferdinando II di Spagna, con l’accordo segreto con il re di Francia Luigi XII, tradì il cugino Federico I, l’ultimo aragonese di Napoli, sottraendogli il regno.

Si determinò una coabitazione tra gli spagnoli e i francesi. La parte più a sud del regno di Napoli rimase sotto il controllo degli spagnoli in contiguità con il regno di Sicilia già degli iberici. Napoli con Campania e Abruzzo fu dei francesi. Luigi d’Armagnac fu nominato viceré di Napoli da Luigi XII.

L’anno successivo iniziarono i contrasti e gli scontri tra le due entità che presto sfociarono in aperto conflitto. L’episodio più significativo di questa guerra, fatta per conquistare la supremazia nel regno, fu la famosa disfida di Barletta.

La cittadina di Barletta era sotto assedio francese, difesa da spagnoli e italiani. Un nobile francese, Charles de Chocques de la Mothe, prigioniero degli spagnoli ma trattato con i riguardi dovuti al suo ceto, durante un pranzo offese duramente gli italiani presenti, accusandoli di tradimento.

Gli offesi lo sfidarono in uno scontro tra 13 cavalieri italiani e 13 cavalieri francesi per vendicare l’onta. La sfida si svolse il 13 febbraio del 1503 a Sant’Elia, vicino Trani, in campo neutro poiché la località apparteneva alla Repubblica di Venezia.

I 13 italiani erano guidati da Ettore Fieramosca di Capua mentre i francesi erano condotti da Charles de la Mothe. Gli italiani li affrontarono coraggiosamente, anche se la loro preparazione era inferiore a quella degli avversari. Fece aggio il coraggio e la determinatezza. Gli italiani sconfissero sonoramente i francesi.

Il 21 aprile 1503 ci fu lo scontro decisivo a Seminara, vicino Reggio Calabria, tra gli spagnoli e i francesi. L’esercito di questi ultimi fu completamente debellato. Il 28 aprile rimase ucciso nella battaglia di Cerignola Luigi d’Armagnac. Il 16 maggio il Gran Capitano degli spagnoli, Consalvo di Cordova, entrò in Napoli con il suo esercito.

Luigi XII, morto Luigi d’Armagnac, nominò viceré Ludovico II del Vasto, che non prese mai possesso della carica poiché nel 1504, con il trattato di Lione, la Francia rinunciò definitivamente a Napoli in favore della Spagna.

Ferdinando II il cattolico, re di Spagna e di Sicilia, divenne anche re di Napoli con il nome di Ferdinando III. Nominò suo vice a Napoli Consalvo di Cordova, che fu il primo viceré spagnolo nella città partenopea.

Consalvo si trovava già a Napoli con il suo esercito dal 13 maggio 1503. L’impatto con la popolazione non era stato felice poiché la truppa spagnola si comportava come un esercito di occupazione. Ogni mattina veniva trovato in strada qualche soldato sgozzato a opera di mariti e fratelli di donne importunate, oppure a opera di cittadini che avevano subito ruberie e ingiustizie dalla soldataglia.

NOVECENTO
Napoli e napoletani del XX secolo
Silvano Napolitano 
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Il governo spagnolo cancellò i poteri feudali dei nobili, ancora vivi nella periferia dello stato. Di conseguenza la nobiltà preferì lasciare i feudi ormai fuori dal loro controllo per accentrarsi a Napoli. Nella capitale miravano a occupare cariche pubbliche redditizie con le quali continuare a esercitare il potere. In effetti l’ordinamento dello stato centralizzato necessitava di funzionari che avessero istruzione e capacità di comando, cose che allora erano prerogative dei nobili e dei pochi borghesi istruiti.

Nelle famiglie nobiliari dove fino ad allora i membri cadetti erano destinati alla carriera militare o clericale, si apriva l’ulteriore possibilità, per i giovani nobili che non ereditavano titoli e feudi per via del maggiorascato, di vedersi assegnate cariche pubbliche all’interno dell’amministrazione del regno.

I sei sedili cittadini, cinque dei nobili e uno del popolo, riuniti in unica assemblea, vennero trasformati nel Parlamento Generale del regno, primo caso in Europa di un’assemblea cittadina trasformata in parlamento nazionale.

Il viceré Raimondo di Cordova cercò di introdurre la Santa Inquisizione. Ci fu una generale opposizione. Per una volta popolani, borghesi e nobili furono uniti nel rifiutare il tristemente famoso tribunale dell’inquisizione. Ci furono sommosse e rivolte in tutto il regno, tutti consapevoli delle conseguenze che si sarebbero avute. I pieni poteri di quel tribunale permettevano ai giudici, oltre che irrorare pene corporali ai giudicati, di requisire a favore della chiesa, beni e averi di ognuno trovato colpevole di qualcosa. Raimondo di Cordova dovette soprassedere, rinunciando al tribunale dell’inquisizione.

LA CARITA’ CARNALE E ALTRE STORIE
Silvano Napolitano
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Nel 1526 venne nominato viceré Ugo Moncada, uomo coraggioso e valente militare. Egli venne coinvolto nelle cosiddette “guerre d’Italia”, nelle quali le case coronate delle grandi potenze europee, Spagna, Francia e Sacro Romano Impero, si contendevano il predominio.

Ugo Moncada - «Retratos de Españoles ilustres» publicado por la Real Imprenta de Madrid - 1791
Ugo Moncada – «Retratos de Españoles ilustres» publicado por la Real Imprenta de Madrid – 1791

Il 6 maggio del 1527 si ebbe il sacco di Roma. Le truppe Lanzichenecche dell’esercito del Sacro Romano Impero, presenti in Italia per contrastare francesi e spagnoli, invasero Roma mettendo la città a ferro e fuoco. La data del 6 maggio è purtroppo segnata nella storia e nella memoria dei romani per la ferocia con la quale le truppe tedesche, formate dai più umili ceti sociali, misero a sacco la città santa, con uccisioni, stupri, ruberie e distruzioni di opere d’arte, non risparmiando nulla e nessuno. Furono coinvolti, oltre che i semplici cittadini, le chiese i conventi, e tutte le istituzioni pubbliche private della città.

L’esercitò francese, comandato dal Visconte di Lautrec, che era stato aggirato dai Lanzichenecchi nella loro avanzata verso Roma, per recuperare posizioni nei confronti dei tedeschi, puntò verso Napoli con intenzioni ostili. In città arrivarono ben presto rinforzi da tutte le parti del regno a dare man forte alle truppe cittadine, comandata da Ugo Moncada in persona.

L’esercito francese pose l’assedio alla città. La flotta d’oltralpe impediva l’accesso dal mare. Le mura e i bastioni riuscirono a fermare le truppe di Lautrec, le quali si posizionarono sulle colline che circondano Napoli. Ugo Moncada nell’aprile del 1528 organizzò una piccola flotta e affrontò il naviglio francese nel golfo di Napoli. Non riuscì a sconfiggerli e perse la vita in battaglia.

Filiberto de Chalons d’Orange, nuovo viceré, iniziò una sorta di guerriglia contro gli assedianti. Questa tattica ebbe successo e, poco alla volta, le forze cittadine riuscirono ad avere la meglio. Per dare il colpo di grazia, Filiberto de Chalons diede ordine di appestare le paludi sotto la collina di Poggioreale con canapa macerata. I miasmi della canapa provocarono una epidemia tra i francesi. Lautrec rinunciò all’assedio ritirandosi nella cittadina di Aversa.

Nel 1532 il re di Spagna Carlo V nominò viceré Don Pedro de Toledo. Don Pedro, saggio amministratore, dedicò il suo governo al rinnovamento del regno.

Affrontò il problema dell’organizzazione giudiziaria che risentiva ancora dell’ordinamento feudale risalente al medioevo. Riorganizzò il tribunale della Vicaria ed emanò nuove leggi per combattere la corruzione molto diffusa tra giudici, avvocati e testi di professione che lucravano su false testimonianze.

Per far fronte all’affollamento della città che contava 180.000 abitanti decise un allargamento degli spazi abitativi con la costruzione di una nuova cinta muraria. Porta San Gennaro fu spostata in avanti e fu costruita una nuova cinta in linea retta fino a Port’Alba, che sostituì la vecchia porta di S. Antonello che si trovava più arretrata.

L’ampliamento delle mura continuò con la costruzione della Porta Reale che era situata sull’attuale via Toledo, all’incrocio con via Tarsia. Fu costruita via Toledo (che prende il nome dal suo costruttore Don Pedro de Toledo) ricoprendo il fossato esterno delle antiche mura. Furono creati gli alloggiamenti dei soldati spagnoli a occidente di via Toledo, oggi denominati Quartieri Spagnoli.

Le mura occidentali furono prolungate fino a Castel Sant’Elmo, per poi raggiungere il Maschio Angioino. A sud le mura tra il Forte del Carmine e il Maschio Angioino furono spostate in avanti, verso il mare, inglobando le costruzioni che erano state costruite ai bordi della spiaggia.

Don Pedro si dedicò alla lotta contro il brigantaggio e il malaffare. Fece murare le grotte del Chiatamone che erano diventate il rifugio di prostitute e lenoni. Questo provvedimento evidentemente non ebbe successo visto che fino agli anni 60 del ‘900 la tradizionale attività delle prostitute era ancora fiorente in via Chiatamone e ai Quartieri Spagnoli, dove si era sviluppata per la presenza degli acquartieramenti militari fatti costruire da Don Pedro.

Nel 1571 Napoli diede il suo contributo alla formazione della flotta cristiana, messa insieme dalla “lega santa”, promossa da papa Pio V, per affrontare la flotta turca che spadroneggiava nel Mediterraneo orientale. La flotta era formata da 243 unità con 75.000 uomini. 30 di queste navi, con al comando l’ammiraglio Giannandrea Doria, furono armate dal regno di Napoli.

MAYERLING 1889 E ALTRE STORIE
Silvano Napolitano
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Il 7 ottobre ci fu lo scontro con la battaglia di Lepanto tra la flotta della lega santa e quella turca, forte di 282 navi. Lo scontro fu durissimo ma breve. La battaglia iniziò alle prime luci dell’alba, a mezzogiorno la flotta turca era già stata sconfitta con ingenti perdite umane, tra cui il comandante Alì Pascià, e con la cattura di 150 navi e relativi equipaggi.

La notizia della sconfitta turca suscitò grande entusiasmo in tutto il mondo cristiano. Come ringraziamento fu istituita la supplica mariana nella prima domenica di ottobre alle ore 12, corrispondente all’ora in cui si registrò la vittoria di Lepanto, supplica che tuttora viene recitata nel Santuario di Pompei. A Napoli fu costruita la chiesa di S. Maria della Vittoria nella piazza del borgo di Chiaia che è denominata Piazza della Vittoria (o Piazza Vittoria), per riconoscenza alla Madonna.

Un grave fatto di sangue turbò la città nel 1590. Il Principe Carlo Gesualdo di Venosa sorprese la giovane e bellissima moglie Maria d’Avalos nel letto nuziale con un giovane e aitante amante, il Duca Fabrizio Carafa. Il principe, aiutato da un suo servo, ammazzò i due amanti. I due cadaveri furono esposti nudi sulla scalinata del palazzo del principe, a piazza S. Domenico Maggiore, alla vista di tutti i passanti. La circostanza impressionò tutti i napoletani. Si dice che da allora il fantasma di Maria d’Avalos si aggiri nelle stanze del palazzo che oggi è conosciuto come Palazzo di Sangro, poiché in seguito fu abitato dal famiglia di Sangro, principi di San Severo.

Nel 1630 vennero a Napoli il pittore spagnolo Diego Velasquez e la pittrice romana Artemisia Gentileschi. I due, legati da amicizia, ebbero commissionati quadri da Maria Anna d’Austria, regina di Ungheria. A Napoli frequentarono i pittori Massimo Stanzione e Josè de Ribera. Artemisia fu interprete della corrente pittorica del caravaggismo barocco che si sviluppò tra i pittori napoletani. Giovanissima aveva frequentato con il padre Orazio, anch’egli affermato pittore, la bottega di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.

Nel periodo del vicereame spagnolo anche il Vesuvio fece sentire la sua presenza. Il 16 dicembre del 1631, dopo alcuni giorni in cui erano state avvertite piccole scosse di terremoto, il vulcano iniziò a eruttare da una bocca laterale da dove fuoriusciva cenere e acqua bollente, formando un fiume di fanghiglia ardente. Subito dopo ci fu lo scoppio della bocca principale con emissione di gas, cenere e lapilli. Il flusso piroclastico raggiunse ben presto i paesi che circondano il vulcano: Portici, Resina, Torre del Greco e Torre Annunziata, provocando molte vittime. In totale ci furono tremila morti. I cittadini della capitale terrorizzati cercarono rifugio nella preghiera, portando in processione verso il Vesuvio varie statue di santi. Fortunatamente l’eruzione si fermò prima di raggiungere la città, all’altezza della località Pietra Bianca, che da allora prese il nome di Pietrarsa.

“Viva il re di Spagna, mora il malgoverno” fu il grido che contraddistinse la rivolta che il 7 luglio del 1646 scoppiò a Napoli a causa degli onerosi balzelli che gravavano sulle merci vendute a piazza Mercato. Capo della rivolta fu un giovane pescatore, Tommaso Aniello soprannominato Masaniello, che abitava vicino alla piazza.

La rivolta, portata avanti dal popolo più umile e dai mercanti, riuscì a imporsi. La torma di rivoltosi invase il Palazzo Reale, costringendo il viceré spagnolo Rodrigo Ponce de Leon a rifugiarsi in tutta fretta all’interno di Castel Nuovo (Maschio Angioino).

I rivoltosi riuscirono a ottenere dal viceré, con l’intermediazione del cardinale Filomarino, l’abolizione dei balzelli sulle derrate alimentari e il ripristino di un antico privilegio per la suddivisione delle tasse tra popolo e nobiltà. Dopo dieci giorni, durante i quali Masaniello fu nominato Capitano Generale del popolo, lo stesso iniziò a mostrare preoccupanti segni di pazzia. Fu ucciso nel convento adiacente alla chiesa del Carmine dai suoi stessi compagni di rivolta. Subito dopo la rivolta fu debellata, furono ripristinati i poteri costituiti e reintrodotte le tasse sospese.

Nel 1656 scoppiò una terribile epidemia di peste in città, sembra portata dalla Sardegna da alcuni marinai. Le autorità presero immediati provvedimenti per limitare il contagio ma, dato l’affollamento dovuto alla numerosa popolazione, circa 350.000 abitanti, la peste colpì con estrema violenza. Dopo sei mesi dall’inizio dell’epidemia erano in vita solo 100.000 napoletani. Furono creati nuovi cimiteri per accogliere le migliaia di deceduti per il morbo. A epidemia superata, piuttosto che approfittare dello sfollamento della città per abbattere i quartieri più fatiscenti e migliorare la situazione urbanistica, le autorità, spinte dal clero, pensarono solo alla edificazione di chiese e statue di santi a ringraziamento della fine della peste.

Il regno di Napoli, dopo varie vicende seguite alla morte nel 1700 del re di Spagna Carlo II, fu coinvolto nelle guerre dinastiche tra le principali case regnanti in Europa. Poiché non aveva eredi, Carlo aveva disposto, nel suo testamento, che il trono di Spagna andasse a Filippo d’Angiò. La nonna di Filippo era la sorella dello stesso Carlo. Gli Asburgo contestarono la successione di Filippo poiché Giuseppe I che regnava sull’Austria, in quel ginepraio di parentele che si erano create tra le case regnanti europee, trovò il cavillo per presentarsi come legittimo pretendente al trono di Spagna.

Il viceré di Spagna a Napoli, Luis Francisco de la Cerda y Aragon duca di Medinaceli, assecondando il volere di Carlo II, nominò Filippo V d’Angiò re di Napoli. Il 7 luglio del 1702 un esercito austriaco, comandato dal generale Daun, entrò in città senza colpo ferire, anzi ben accolto dalla popolazione che sperò invano che Napoli diventasse sede del sovrano, mettendo fine alla sfilza di viceré. Formalmente il vicereame austriaco iniziò nel 1707 per terminare nel 1734. I 27 anni degli austriaci passarono senza che nulla cambiasse, salvo che il disinteresse della corona asburgica provocò un aggravamento della situazione economica della popolazione, gravata anche da tasse istituite per rimborsare le spese di guerra.

Non mancò al popolo di soffrire anche per una carestia che colpì il regno tra il 1728 e il 1730. Tanta era diffusa la miseria che un giorno, davanti al monte di pietà, dove le donne impegnavano le lenzuola del corredo per far fronte alle piccole necessità quotidiane, a causa della gran ressa furono travolte molte di queste donne, tre di esse morirono calpestate.

Nel 1734, Elisabetta Farnese, moglie di Filippo V re di Spagna, in qualità di ultima erede dei Farnese e dei Medici, era riuscita a ottenere il ducato di Parma e Piacenza e il titolo di Principe ereditario del Granducato di Toscana per il figlio Carlo. Carlo, profittando di alcune circostanze favorevoli ottenne il regno di Napoli e Sicilia in cambio della rinuncia al ducato di Parma e Piacenza e della rinuncia alla successione nel Granducato di Toscana in favore degli Asburgo d’Austria.

Con l’arrivo a Napoli di Carlo III, finalmente finì il periodo dei viceré. Carlo diede inizio alla dinastia dei Borbone di Napoli che, tra luci e ombre, regnò fino all’unità d’Italia.

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Bibliografia:
Alfredo D’Ambrosio: Storia di Napoli, Ed. Nuova E.V. Napoli 1993
Storia di Napoli, Com.to Sc.co pres. Ernesto Pontieri – Ed. Storia di Napoli 1975
Vittorio Gleijeses, La storia di Napoli dalle origini ai nostri giorni, Napoli, 1977
it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Napoli
Pierluigi Rovito, Il Viceregno Spagnolo di Napoli, Arte Tipografica, Napoli, 2003