John F. Kennedy - White House Press Office - 1961

Crisi dei missili e blocco navale di Cuba

Missile crisis and naval blockade of Cuba (Read English version)

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I tredici giorni che fecero tremare il mondo. I missili a Cuba furono la vendetta per la sventurata missione della Baia dei Porci e il tentativo dei sovietici di mettere il naso nel continente America. Finì con lo smantellamento delle basi in cambio dell’impegno USA a non invadere Cuba.
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Tutto iniziò il 17 aprile 1961 quando un gruppo di 1450 uomini, appartenenti a una forza anticastrista organizzata e supportata dalla CIA e dalle forze armate statunitensi, sbarcarono su una spiaggia di Cuba per invadere l’isola. La segretezza dell’operazione fu molto relativa e tutti conoscevano tutto, incluso Fidel Castro, il leader rivoluzionario di Cuba. Castro, per contrastare l’invasione, preparò una ragguardevole forza militare formata da circa 20.000 uomini, e predispose pattuglie di avvistamento su tutta la costa.

Lo sbarco fu notato da alcuni militari cubani che diedero immediatamente l’allarme, così che l’esercito rivoluzionario poté prontamente schierarsi per contrastare le forze anticastriste. Finì con la disfatta degli invasori che furono quasi tutti fatti prigionieri. Furono rilasciati circa due anni dopo in cambio di 53 milioni di dollari in viveri e medicinali che gli USA mandarono a Cuba sotto forma di aiuti umanitari.

Presidente degli Stati Uniti, eletto nel 1961, era John F. Kennedy. Il giovane JFK, 43 anni al momento dell’elezione, aveva già dovuto affrontare la crisi di Berlino, dove la Germania Est aveva costruito quello che poi divenne famoso come “muro di Berlino”.

Kennedy, di origini irlandesi, fu il primo presidente USA di religione cattolica. Egli apparteneva a una ricca e numerosa famiglia originaria di Boston, nel Massachusetts. Nella seconda guerra mondiale fu arruolato in marina nonostante un seria lesione alla colonna vertebrale. A causa di uno scontro con un cacciatorpediniere giapponese la sua unità fu affondata nel Pacifico. In questa occasione il futuro presidente si comportò in modo valoroso contribuendo al salvataggio di diversi suoi commilitoni. Per gli sforzi compiuti durante il naufragio e il successivo salvataggio fu compromessa seriamente la sua salute. Solo dopo molte cure riuscì a guarire ma si aggravò la preesistente lesione alla spina dorsale.

Nel 1953 sposò Jacqueline Bouvier, dalla quale ebbe quattro figli; la prima figlia, Arabella morì alla nascita, la seconda figlia fu chiamata Caroline, il terzo figlio John Jr., soprannominato John-John, morì in un incidente aereo nel 1999, l’ultimo figlio Patrick sopravvisse solo due giorni.

Nel 1946 JFK fu eletto deputato nella sua Boston. Sei anni più tardi fu nominato senatore in rappresentanza del Massachusetts. Nel 1960 si presentò con il partito democratico come candidato alla Casa Bianca contro il repubblicano Richard Nixon, vincendo le elezioni. Il 20 gennaio del 1961 fu nominato presidente degli Stati Uniti. Il fratello minore Robert, che aveva collaborato con lui durante tutta la sua carriera politica, fu nominato dal presidente ministro della giustizia.

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Nikita Chruscev in Vienna – ( derivative work Militaryace (talk) 2008 – JFK library

Dal 1956 il segretario del partito comunista e primo ministro dell’Unione Sovietica era Nikita Chruscev (Krusciov o Kruscev in Italia). Egli aveva sorpreso il Soviet supremo con il discorso segreto al XX Congresso che fu una requisitoria contro Stalin e contro la stagione dello stalinismo. Nel 1957 i membri più conservatori del Soviet cercarono di spodestarlo, non riuscendoci poiché Chruscev era riuscito a raccogliere attorno a sé la maggioranza moderata dei vertici del partito.

Chruscev propugnò una coesistenza pacifica con la superpotenza avversaria, gli Stati Uniti. Nel 1959 il vicepresidente USA Richard Nixon si recò a Mosca in occasione dell’Esposizione Nazionale Americana. Intavolò un colloquio con Chruscev all’inaugurazione della mostra avvenuta il 24 luglio. Il colloquio fu chiamato “dibattito in cucina” poiché si svolse nella cucina di una casetta prefabbricata in esposizione.

A settembre Chruscev ricambiò la visita recandosi per tredici giorni a New York. In tale occasione apparve evidente come il capo del Cremlino considerava gli USA come avversari e non come “nemico diabolico”. Egli era comunque convinto che alla lunga la superiorità del sistema comunista avrebbe avuto la meglio sul capitalismo. Questo avvicinamento agli USA determinò la rottura dei rapporti tra l’URSS e la Repubblica Popolare Cinese.

Il terzo protagonista della crisi cubana fu Fidel Castro. Egli aveva studiato legge all’Università dell’Avana, durante gli studi aveva avuto modo di apprezzare diversi suoi professori che aderivano a un movimento antimperialista. Dopo il colpo di stato che aveva portato Fulgencio Batista a capo del governo cubano, Fidel Castro presentò una mozione al tribunale accusando lo stesso Batista di comportamento anticostituzionale. La mozione non venne accettata. Il 26 luglio del 1953 Fidel Castro reagì organizzando un assalto armato alla caserma Moncado. Furono uccisi 80 rivoluzionari e Castro, sconfitto, fu arrestato. Al processo pronunciò personalmente l’arringa in sua difesa pronunciando la famosa frase “la storia mi assolverà”. Fu condannato a 15 anni di carcere ma venne rilasciato nel 1955 in seguito a una amnistia.

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Fidel Castro to New York 1959 – Library of congress Washington

Castro, coadiuvato da Che Guevara e da altri rivoluzionari, iniziò una guerriglia contro le forze del dittatore Batista. Nel capodanno del 1959 il dittatore Batista lasciò Cuba dopo una controffensiva a cui partecipò l’intero esercito cubano e dove i guerriglieri di Castro risultarono vincitori. Il giorno seguente le forze rivoluzionarie entrarono a L’Avana. Il 13 febbraio del 1959 Fidel Castro divenne il capo del governo rivoluzionario di Cuba.

Il governo rivoluzionario allacciò stretti rapporti politici e commerciali con l’Unione Sovietica, che forniva a Cuba derrate alimentari e petrolio. Le raffinerie cubane, in mani americane, si rifiutarono di lavorare il petrolio proveniente dall’URSS. Fu giocoforza per il governo procedere alla nazionalizzazione delle industrie petrolifere, a cui seguì anche la nazionalizzazione delle enormi proprietà terriere in mano americana. In questa situazione si innestò il tentativo del 1961 delle forze reazionarie filo-americane di rovesciare il governo rivoluzionario, con l’invasione che sfociò nella disfatta della baia dei Porci.

I sovietici, dopo la disfatta delle forze reazionarie, ritennero che la leadership americana fosse indebolita. Pensarono quindi di poterne approfittare sistemando delle basi missilistiche armate con testate atomiche a Cuba, per creare una spina nel fianco dell’impero avversario, e poterne condizionare la politica estera.

Nel 1962 iniziò a Cuba la costruzione di nove basi missilistiche destinate a ospitare missili SS4 e SS5 Skean a testata atomica con un raggio di azione di 4.500 km. Sebbene già da agosto aerei U2 statunitensi avevano notato i lavori di costruzione e il graduale schieramento dei missili, solo il 22 ottobre del 1962, a seguito di una ennesima ricognizione, gli Stati Uniti denunciarono all’opinione pubblica la creazione delle basi missilistiche da parte dei sovietici nell’isola caraibica, distante solo 200 km. dalla Florida.

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Basi missilistiche a Cuba – US Department of Defense graphic 1962 – JFK Library

Kennedy dichiarò che ogni lancio di missili da Cuba verso gli Stati Uniti sarebbe stato considerato un attacco diretto da parte dell’Unione Sovietica, poiché le basi e i missili schierati a Cuba erano sotto l’esclusivo controllo di ufficiali sovietici, con risposta immediata dell’America nei confronti della stessa Unione Sovietica. Il presidente Usa annunciò anche il blocco navale di Cuba, che fu chiamato, per motivi diplomatici “quarantena”, per fermare le spedizioni di armamenti diretti all’isola. Ogni nave sulla rotta di Cuba sarebbe stata fermata e ispezionata dalle forze navali statunitensi per verificare la natura del carico.

La decisione di effettuare il blocco navale fu a lungo discussa tra il presidente, il suo staff e lo stato maggiore. Furono esaminate quattro opzioni: bombardamento delle basi cubane, invasione di Cuba, blocco navale, appello alle Nazioni Unite. Fu subito escluso l’appello all’O.N.U.,per l’esito incerto e i necessari tempi lunghi; lo stato maggiore propendeva per l’invasione o il bombardamento, ma John Kennedy decise per il blocco navale.

A Mosca i capi militari delle forze armate sovietiche premevano per un immediato attacco nucleare contro gli Usa, frenati però da Nikita Chruscev che, consapevole che un attacco nucleare avrebbe causato una eguale reazione USA con la distruzione di gran parte dell’Unione Sovietica, in particolare la parte europea della stessa, considerava possibile una trattativa con il presidente USA.

Il 25 ottobre ci fu una riunione straordinaria all’ONU per discutere il blocco navale americano. Dopo il discorso di vari ambasciatori, per lo più favorevoli all’URSS, e il discorso dell’ambasciatore sovietico Zorin, che negò la presenza dei missili a Cuba, il delegato statunitense all’ONU, Adlai Stevenson, considerato una colomba negli ambienti presidenziali americani e perciò poco adatto ad attaccare duramente Mosca, sfoderò un sorprendente discorso. Stevenson chiese a Zorin la conferma che a Cuba non erano presenti missili. L’ambasciatore, nonostante fosse recalcitrante a offrire una risposta netta, fu costretto a confermare l’assenza di missili. A questo punto presentò all’assemblea sbalordita le gigantografie che riproducevano i nove siti missilistici cubani con missili schierati sulle rampe pronti ad essere lanciati.

Nell’Atlantico si trovavano diciotto navi sovietiche dirette verso Cuba che in pochi giorni avrebbero raggiunto la linea limite del blocco navale. Attraversandola sarebbero state fermate da unità statunitensi, con la conseguenza di una reazione militare. Il mondo intero rimase in attesa con il fiato sospeso.

Anche papa Giovanni XXIII, consapevole della gravità del momento, interruppe il Concilio Ecumenico in corso di svolgimento a Roma per seguire la crisi, il papa lanciò un messaggio, trasmesso dalla radio vaticana e consegnato personalmente all’ambasciatore americano e a quello sovietico presso il Vaticano, in cui esortava a considerare la spaventevole responsabilità di una guerra atomica e invitava i due paesi a trattare una via di uscita per amore della pace.

A causa delle interferenze dei militari sovietici che cercavano di portare avanti lo scontro militare, Chruscev aprì una via diplomatica segreta tramite il suo amico personale, ex ambasciatore Usa a Mosca, Tommy Thompson. L’ex diplomatico fece pervenire a Nikita Chruscev la proposta di Kennedy: smantellamento delle basi cubane contro l’impegno americano di rinunciare per sempre all’invasione dell’isola.

Il Cremlino inviò alla Casa Bianca un primo messaggio che ricalcava la proposta fatta tramite Thompson, proponendo lo scambio tra la rinuncia alle basi e la rinuncia all’invasione. La mattina dopo pervenne però un altro messaggio da Mosca, che richiedeva oltre all’impegno di non invasione di Cuba anche lo smantellamento delle basi missilistiche americane in Italia e Turchia. Questo secondo messaggio sembrava non scritto da Chruscev. A questo punto gli esperti americani si chiedevano che cosa realmente stava succedendo a Mosca.

Con una felice intuizione lo staff di Kennedy decise di rispondere al primo messaggio, ignorando completamente il secondo messaggio, con l’accettazione delle condizioni concordate. Sorprendentemente il 28 ottobre ci fu la risposta positiva da parte di Mosca.

Nel frattempo diciassette delle diciotto navi sovietiche avevano invertito la rotta tornando sui loro passi, era rimasta una sola nave che continuava il suo viaggio verso Cuba, scortata da un sommergibile nucleare sovietico, decisa a forzare il blocco navale. Ci fu anche una salva di avvertimento sparata dalle navi USA nei confronti della nave sovietica. Ma era il 28 ottobre, il giorno che le due superpotenze avevano accettato l’accordo, e pertanto la nave sovietica fermò i suoi motori e invertì la rotta.

Nei giorni successivi l’Unione Sovietica rimosse le basi missilistiche da Cuba e, a dimostrazione del ritorno in patria dei missili, le navi che li trasportavano mostravano il loro carico agli elicotteri da ricognizione statunitensi, togliendo i teloni protettivi dai missili.

A Cuba Fidel Castro, che aveva premuto durante tutta la durata della crisi perché venissero lanciati i 140 missili atomici presenti sul suolo cubano contro gli Stati Uniti, definiva con sarcasmo “strip tease” quello che facevano le navi sovietiche scoprendo i missili per la verifica.

Dopo circa sei mesi gli americani smantellarono anche le loro basi missilistiche in Italia e in Turchia con la motivazione ufficiale che le stesse erano tecnologicamente superate.

La crisi di Cuba segnò uno sviluppo positivo nei rapporti tra le due superpotenze che avevano sfiorato la tragedia atomica. Per scongiurare nuove gravi crisi fu istituito il “telefono rosso”, una linea diretta tra il Cremlino e la Casa Bianca. Non si giunse più a un punto così vicino alla guerra aperta. da allora fu stabilita la tacita regola che ognuno era sovrano nel proprio orticello, orticello naturalmente inteso come zona di influenza.

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(Top photo: Johm F. Kennedy – 1961 – White House Press Office)

Bibliografia:
Leopoldo Nuti (ed.), I «Missili di ottobre»: La Storiografia Americana e la Crisi Cubana dell’Ottobre 1962., Milano: LED, 1994
Leonardo Campus, I sei giorni che sconvolsero il mondo: La crisi dei missili di Cuba e le sue percezioni internazionali, Le Monnier, Firenze, 2014
Robert Kennedy, Thirteen Days: A Memoir of the Cuban Missile Crisis.
it.wikipedia.org/wiki/Crisi_dei_missili_di_Cuba
it.wikipedia.org/wiki/John_Fitzgerald_Kennedy
it.wikipedia.org/wiki/Nikita_Sergeevic_Chruscev
it.wikipedia.org/wiki/Fidel_Castro