Repubblica di San Marco

The Republic of San Marco – Venice (Read English version)
.
Dopo il tradimento di Napoleone a Campoformio e il ritorno degli austriaci in Veneto, nel 1848 i veneziani si ribellarono e fondarono la Repubblica di San Marco che durò poco più di un anno. Nel 1849 nella città lagunare tornarono di nuovo gli asburgici.

.

La vicenda della Repubblica di San Marco ebbe il suo antefatto in quello che successe a partire dalla fine del 1796, quando il generale Napoleone Bonaparte giunse in Italia con un esercito di 45.000 soldati, per trasformare i vecchi regni presenti sulla penisola in repubbliche ispirate ai valori della rivoluzione francese.

Fu l’anno nel quale il territorio della Serenissima divenne un terreno di scontro tra austriaci e francesi con le autorità veneziane che, consapevoli della loro debolezza militare, cercavano di destreggiarsi senza schierarsi con nessuno dei due. Già a metà anno Venezia considerò perduta la terraferma che, dopo diversi scontri tra gli austriaci e l’esercito francese, passò sotto il controllo delle truppe di Napoleone. I veneziani, deboli nelle forze di terra ma forti della loro possente flotta, concentrarono la difesa su Venezia e la sua laguna.

L’atteggiamento di Venezia fu ambiguo. Da un lato proclamava la sua neutralità, per impedire ai francesi, che comunque già controllavano gran parte del territorio, di dare la sberla finale occupandola, dall’altro sollecitava le varie città della Repubblica Serenissima di resistere e ribellarsi alle truppe napoleoniche. Un carico di armi, sequestrato dai francesi su un battello veneziano sul Garda, offrì il pretesto a Napoleone per dichiarare la città lagunare non neutrale nel conflitto con gli austriaci.

Il 12 maggio del 1797 Venezia accettò di fatto l’ultimatum francese e il giorno seguente la truppe napoleoniche entrarono in città.

Il 17 ottobre, nonostante che il popolo veneziano avesse dato l’assenso a unirsi alla Repubblica Cisalpina, venne firmato il trattato di Campoformio tra Napoleone e gli austriaci nel quale fu stabilito il passaggio dell’ex Repubblica di Venezia sotto il controllo dell’impero austriaco. L’Austria a Venezia non durò a lungo, poiché nel 1805, con il ritorno di Napoleone in Italia, Venezia e il Veneto furono unite a Lombardia, Romagna e Marche formando il Regno d’Italia. Napoleone, imperatore dei francesi, si proclamò re di Italia.

Nel 1814, con la sconfitta di Napoleone a Lipsia, il Veneto tornò per la seconda volta agli asburgici, accorpato nel regno Lombardo-veneto. Venezia diventò la seconda capitale del regno dopo Milano.

Nonostante il buon governo degli austriaci a Venezia, nell’antica Repubblica Serenissima il germe dell’italianità aveva attecchito, per cui tra il 1814 e il 1848 maturò, nell’animo dei tanti patrioti un sentimento avverso all’Austria occupante e a favore di una Italia unita.

Il 13 marzo del 1848 giunse a Venezia la notizia che erano scoppiate rivolte in tutta Europa, in particolare a Vienna dove il popolo era insorto nelle strade contro la monarchia asburgica. Il 17 marzo i cittadini di Venezia, approfittando della debolezza di Vienna che in quel momento era alle prese con i suoi rivoluzionari, si ribellarono agli austriaci.

Le milizie croate presenti in città aprirono il fuoco contro i manifestanti, uccidendo 5 persone. Una folla di veneziani si assiepò attorno al palazzo di governo dove risiedeva il governatore, il conte ungherese Aloisio Pallfy, chiedendo la liberazione di due patrioti: Daniele Manin e Niccolò Tommaseo. Temendo per la sua vita il governatore fece immediatamente liberare i due prigionieri, che furono portati in trionfo dalla folla fino a piazza San Marco. I due patrioti non avevano avuto il tempo di capire la ragione della loro liberazione tanto le cose erano andate in fretta. Il Pallfy concesse ai rivoltosi di formare immediatamente una guardia cittadina composta da veneziani.

Daniele Manin, che fu il naturale capo dell’insurrezione, fu sollecitato dal governatore Pallfy a fare accordi con lui, facendo ampie concessioni. Il Manin, convinto che questo era solo un modo per guadagnare tempo e permettere l’arrivo di altre truppe, rifiutò le offerte del conte Pallfy.

Il 22 marzo si sollevarono i lavoratori dell’Arsenale che occuparono i cantieri navali con l’aiuto di ufficiali della marina austriaca di nazionalità italiana passati con gli insorti. Nei disordini fu ucciso anche l’odiato comandante dell’arsenale Giovanni Marinovich. Nel frattempo Manin, con l’aiuto della neonata guardia cittadina, invase il palazzo di governo a piazza San Marco, costringendo alla capitolazione le truppe asburgiche che lo stesso giorno iniziarono a lasciare la città. Circa tremila uomini dell’esercito austriaco di nazionalità italiana si unirono ai rivoltosi.

Daniele Manin fu eletto capo del governo provvisorio insieme ai ministri Niccolò Tommaseo, Jacopo Castelli, Francesco Camerata, Francesco Solera, Antonio Paolucci e Pietro Paleocapa. Come presidente della neonata Repubblica di San Marco fu eletto lo stesso Manin.

Intanto Carlo Alberto era andato in “aiuto” ai milanesi che, con i moti delle “cinque giornate” tra il 18 e 22 marzo, avevano liberato da soli Milano dalle truppe austriache. Carlo Alberto, “re tentenna”, arrivato a Milano senza colpo ferire, piuttosto che inseguire gli austriaci per sconfiggerli definitivamente, si fermò in città per organizzare un referendum e farsi proclamare re di Lombardia.

La sconfitta austriaca e l’intervento piemontese, che di fatto apriva la prima guerra di indipendenza, risvegliò gli animi patriottici di tanti italiani lungo tutta la penisola, il Granducato di Toscana, lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli inviarono truppe in aiuto di Milano e Venezia. Il re di Napoli fu quello che inviò l’esercito più numeroso, formato da 16.000 uomini, comandato dall’anziano generale Guglielmo Pepe, appoggiato da una flotta che si diresse verso Venezia per difenderla dal mare.

Il re di Napoli Ferdinando II, memore degli antichi legami tra i Borbone e gli Asburgo d’Austria, trovò una buona scusa per richiamare indietro le sue truppe nella dichiarazione contro ogni guerra che Pio IX fece il 29 aprile davanti al concistoro. Non tutti nell’esercito napoletano ubbidirono all’ordine di rientro. Il generale Guglielmo Pepe, comandante della spedizione, decise di proseguire in aiuto della Repubblica di San Marco, lasciando liberi i suoi ufficiali e soldati di seguirlo o di rientrare a Napoli. Gli ufficiali Enrico Cosenz, Alessandro Poerio, Girolamo Calà Ulloa, Luigi e Carlo Mezzacapo e Cesare Rossaroll con le truppe dei reparti dotti, artiglieria e genio, seguirono il generale Pepe.

Nel quadrilatero, dove avevano trovato riparo le truppe asburgiche, non disturbate dall’esercito piemontese fermo a Milano mentre Carlo Alberto cincischiava con il suo referendum, le stesse ebbero il tempo di riorganizzarsi e attendere rinforzi. Le città di terraferma venete, consce del pericolo incombente che rappresentava l’esercito austriaco, che da un momento all’altro si sarebbe mosso per riconquistarle, erano favorevoli all’adesione immediata al Piemonte, sperando in tal modo di ottenere una protezione dalle forze del Regno di Sardegna.

220px-sanesi_-_la_proclamazione_della_repubblica_di_san_marco_marzo_1848_-_litografia_-_ca-_1850
Proclamazione della Repubblica di san Marco – Sanesi 1850

Venezia, più al sicuro per la sua posizione lagunare che rendeva possibile la difesa della città, era meno favorevole alla adesione al Piemonte, vista anche la proclamazione già avvenuta della Repubblica di San Marco. Comunque il 4 luglio del 1848 l’assemblea cittadina approvò l’annessione al Regno di Sardegna, nonostante il parere contrario di Niccolò Tommaseo, anche per evitare che i piemontesi barattassero il Veneto in cambio del riconoscimento dell’annessione della Lombardia.

Per colpa dei tentennamenti di Carlo Alberto, che avevano determinato la sconfitta nella battaglia di Custoza, il Piemonte firmò l’armistizio di Salasco abbandonando al suo destino Venezia. Nella città lagunare, per far fronte alla partenza dei commissari regi e della flotta piemontese dalla laguna, venne formato un triunvirato con Manin, Cavedalis e Leone Graziani.

In quei giorni giunsero a Venezia le truppe napoletane che avevano scelto di proseguire la marcia per raggiungere Venezia. I veneziani, approfittando dell’esperienza degli ufficiali napoletani, organizzarono la difesa della città lagunare: forte Marghera era presidiato dal colonnello Girolamo Ulloa con 2.500 uomini, Mestre era presidiata da 2.600 uomini al comando del generale Mitis, fu anche armata una piccola flotta comandata dal capitano Basilisco.

Il 22 ottobre Venezia era sotto assedio degli austriaci già da diversi mesi. La prima scaramuccia fu dei veneziani. 250 uomini guidati da Girolamo Ulloa, scortati da due navigli armati, diedero l’assalto alla località Cavallino dove erano acquartierati 250 soldati austriaci che, sconfitti, si ritirarono lasciando sul terreno diversi morti e feriti. Dopo pochi giorni seguì una importante offensiva sulla terraferma, per liberare Mestre occupata da più di 2500 soldati austriaci comandati dal generale Mitis. L’offensiva dei veneziani riuscì in pieno, Mestre e Marghera ritornarono sotto il controllo della repubblica. In questa battaglia fu ferito e perì dopo pochi giorni Alessandro Poerio, uno degli ufficiali napoletani accorsi generosamente in aiuto di Venezia.

Passarono altri mesi di assedio, gli austriaci nel frattempo rafforzarono le loro linee raccogliendo 30.000 uomini alle porte di Marghera. Il 4 maggio del 1849 il generale Radetzky in persona assunse il comando delle operazioni. Il giorno seguente iniziò l’offensiva austriaca. Fu attaccato il forte di Marghera comandato da Girolamo Ulloa, al comando delle artiglierie vi era un giovane ufficiale napoletano, il maggiore Carlo Mezzacapo. Il Mezzacapo, con il fuoco dei suoi cannoni, arrecò gravi perdite alle forze avversarie.

Radetzky, valutando la difficoltà di conquistare Venezia e le inevitabili numerose vittime negli scontri necessari all’operazione militare, presentò ai veneziani una proposta con la quale proponeva loro una resa incondizionata con la consegna dei forti, della flotta, dell’arsenale e delle armi offrendo, come contropartita, la possibilità di lasciare la città a chiunque lo desiderasse e il perdono generale ai soldati e ai sottufficiali delle forze veneziane. Manin rispose con “resistenza a ogni costo” come era stato deliberato dall’assemblea cittadina il 2 aprile.

Seguirono diversi scontri tra i due eserciti, dove i veneziani si distinsero per iniziativa e coraggio. Il 26 maggio 30.000 austriaci assaltarono forte Marghera nel quale vi erano a difesa 2.500 uomini comandati dal napoletano Girolamo Ulloa. Furono sparate una infinità di cannonate che uccisero più di 500 difensori del forte, fu coinvolta nei bombardamenti anche la popolazione di Marghera, dove si contarono circa 1000 vittime. Ci fu il primo bombardamento aereo che la storia ricordi. Gli austriaci indirizzarono verso il forte alcuni aerostati armati di bombe, che fortuitamente non colpirono i difensori a causa di un repentino cambiamento del vento che portò fuori rotta gli aerostati.

La difesa di Mestre e Marghera divenne impossibile. Girolamo Ulloa abbandonò il forte di Marghera per attestarsi con i suoi uomini a Venezia. Durante la ritirata furono distrutte alcune arcate del ponte che congiungeva (e congiunge tuttora) la città con la terraferma, per impedire agli austriaci di utilizzarlo. Intanto Garibaldi con i suoi garibaldini cercava di portare aiuto a Venezia, ma fu bloccato dalle truppe asburgiche nelle valli di Comacchio.

Venezia subì un bombardamento che durò più di venti giorni, effettuato sia con le batterie di cannoni che con gli aerostati. Questo bombardamento causò la distruzione di moltissimi edifici nel centro storico della città, anche a causa dei numerosi incendi che si svilupparono a seguito dei bombardamenti.

Il 6 agosto 1849 Daniele Manin convocò l’assemblea cittadina per proporre la resa della città alle condizioni che Radetzky aveva dettato il 4 maggio. L’assemblea rifiutò di arrendersi, ma la situazione in città era tragica: colera, tifo, tantissimi morti, il cibo ormai quasi del tutto finito anche per la popolazione civile. Manin invitò nei giorni seguenti i rappresentanti dei cittadini a prendere atto della situazione drammatica e non costringere i veneziani a ulteriori e inutili sacrifici.

Bassorilievo a Venezia raffigurante Guglielmo Pepe, Enrico Cosenz, Girolamo Calà Ulloa, Cesare Rossaroll e Carlo Mezzacapo
Bassorilievo a Venezia raffigurante eroi napoletani del ’48 – tratta da Google Street View

Dopo drammatiche trattative tra i rappresentanti di Venezia e il generale De Bruck, il 22 agosto del 1849 la città si arrese. Gli austriaci rispettarono le condizioni di resa dettate a suo tempo da Radetzky, permettendo, a tutti quelli che volevano lasciare la città, di partire via mare. Quel giorno finì l’epopea della Repubblica di San Marco. Ci vollero ancora 17 anni di occupazione austriaca prima che Venezia e il Veneto diventassero italiane a tutti gli effetti in seguito alla terza guerra di indipendenza.

Vicino piazza San Marco, a calle larga Ascension, ci sono sei bassorilievi sulla facciata del palazzo delle Poste e due sulla facciata del palazzo della Direzione delle Belle Arti che ricordano la valorosa epopea della Repubblica di San Marco: il primo è dedicato agli ufficiali napoletani che parteciparono alla difesa di Venezia: Guglielmo Pepe, Carlo Mezzacapo, Enrico Cosenz, Girolamo Calà Ulloa e Cesare Rossaroll, con l’epigrafe “… ufficiali napoletani, offersero vita e sangue a Venezia …”.

 

NAPOLI AL TEMPO DI …
Episodi e personaggi della storia partenopea
di Silvano Napolitano
I post più significativi del blog inquadrati in quattro periodi della storia di Napoli
AMAZON.IT

Bibliografia:
Lucio Villari, Il risorgimento. Volume quarto. La prima guerra d’indipendenza 1847-1848, L’Espresso, 2007.
Lucio Villari, Il risorgimento. Volume quinto. La repubblica romana, Brescia e Venezia 1848-1850, L’Espresso, 2007.
Piero Pietri, Storia militare del Risorgimento, Torino, Einaudi, 1962. (ed. sp. per Il Giornale)
it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_di_San_Marco
Giuseppe Paladino: I napoletani a Venezia nel 1848

I commenti sono chiusi.

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: