Artemisia Gentileschi, a brave woman (Read English version)

Seguace della scuola di Caravaggio la sua fu una vita avventurosa. Non ebbe timore di trascinare in tribunale l’uomo che l’aveva violentata, facendolo condannare. Ruppe le convenzioni sociali diventando artista indipendente. Il mistero del Caravaggio ritrovato.

Artemisia Lomi Gentileschi nacque a Roma l’8 luglio 1593; era figlia di Prudenza Montone e di Orazio Gentileschi, un affermato pittore caravaggesco, di origine toscana ma con bottega d’arte a Roma. Orazio cambiò il suo cognome da Lomi a Gentileschi per distinguersi dal fratello Aurelio, anche lui pittore.

Fin da piccola Artemisia mostrò di aver passione per la pittura. Frequentava regolarmente lo studio paterno dove imparò tutti i segreti della pittura. A 18 anni fu affidata dal padre al pittore Agostino Tassi di 31 anni, perché insegnasse a Artemisia l’arte della prospettiva.

Dopo varie proposte amorose che il Tassi fece alla giovane pittrice, tutte rifiutate, un giorno, approfittando di essere solo con lei, le usò violenza nella casa della famiglia Gentileschi in via S. Spirito in Sassia (Borgo S. Spirito). In un primo momento sembrava che la cosa potesse essere appianata, poiché Artemisia iniziò una relazione con Agostino, ma ben presto scoprì che il pittore era regolarmente sposato e non avrebbe potuto regolarizzare la loro unione. Artemisia confessò al padre quel che era successo. Agostino Tassi fu trascinato in tribunale, accusato da Artemisia e dal padre di violenza carnale.

Nel successivo processo ci furono molte difficoltà per appurare la verità, poiché il Tassi negava ogni responsabilità e accusava Artemisia di aver avuto molti amanti, tanto da poter essere considerata una prostituta. Furono ascoltati molti testimoni, per lo più in favore del Tassi, che però era sospettato di corrompere i testi, il pittore era stato già condannato più volte per reati sessuali. Anche Artemisia fu interrogata e, per dare maggior peso alla sua deposizione, si disse disposta a rendere testimonianza sotto tortura, nell’interrogatorio confermò le accuse e la promessa del Tassi di sposarla, cosa a cui aveva creduto. Solo in seguito seppe che egli era già sposato ed era stato abbandonato dalla moglie.

Il processo durò a lungo per verificare la sincerità delle tante testimonianze a favore di Agostino Tassi. Molte testimonianze non ressero alle successive verifiche, inoltre pesarono a sfavore del pittore le esagerate, con tutta evidenza false, accuse che muoveva nei confronti della onestà di Artemisia. Alla fine del processo fu condannato a cinque anni di lavori forzati o, a sua scelta, all’esilio perpetuo da Roma; Agostino Tassi scelse l’esilio.

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Artemisia Gentileschi – Susanna e i vecchioni 1612

Artemisia, nonostante l’ostracismo che il chiuso ambiente romano mostrava nei suoi confronti durante e dopo il processo, continuò nella sua passione per la pittura. Risale a questo periodo il quadro “Susanna e i vecchioni” (collezione Schönborn) dove i critici d’arte vedono il disagio della pittrice nei confronti del padre e di Agostino Tassi, rappresentati dai due vecchioni che insidiano Susanna (Artemisia) che si nega. In questo quadro si può già verificare l’influenza del Caravaggio nella potenza della luce e nei forti contrasti nell’uso del colore. Il padre Orazio era in grande amicizia con Michelangelo Merisi (Caravaggio), del quale frequentava lo studio spesso accompagnato dalla figlia Artemisia, dove aveva libero accesso a tutti i segreti della pittura caravaggesca.

Un altro quadro, impressionante per la crudezza della rappresentazione e per il potente richiamo della pittrice alle sue vicissitudini, fu dipinto dalla Gentileschi nel 1612, “Giuditta che decapita Oloferne”, che riprende la stessa scena dipinta dal Merisi. Giuditta non è altro che l’autoritratto di Artemisia. Nel volto della bellissima Giuditta si nota la soddisfazione della vendetta nei confronti di Oloferne che, nella simbologia della scena, rappresenta il Tassi. In questo quadro si ritrova tutta la scuola del Caravaggio, stessa scenografia, stessa drammaticità, con una Giuditta attenta e concentrata nell’utilizzare il pugnale per decapitare Oloferne.

Artemisia sposò il 29 novembre del 1612 Pierantonio Stiattesi, un modesto artista fiorentino, che però rappresentò per Artemisia un buon marito. I due, dopo il matrimonio, si trasferirono a Firenze per sfuggire alle chiacchiere romane. A Firenze Artemisia utilizzò l’originale cognome paterno, Lomi, liberandosi dal pesante fardello del passato. La pittrice, nel nuovo ambiente, poté pienamente esprimere la sua bravura; nel 1616 fu accolta all’Accademia delle Arti e del Disegno frequentando i più noti artisti dell’epoca. Conobbe Cosimo II de’ Medici e la madre di Cosimo, Cristina. Ebbe rapporti con Galileo Galilei e fu apprezzata da Michelangelo Buonarroti il giovane, nipote del famoso Michelangelo Buonarroti, che le affidò l’incarico di dipingere una tela destinata alla “Magione”.

La vita fiorentina della bellissima Artemisia e di suo marito era particolarmente dispendiosa tanto da consumare i suoi pur notevoli guadagni realizzati con le numerose committenze di quadri che gli pervenivano in quel periodo: “La conversione della Maddalena”, “Giuditta con la sua ancella”, una seconda “Giuditta che decapita Oloferne”, che avevano tutti la caratteristica di rappresentare la figura femminile con le fattezze di Artemisia, tanto da ritenere che erano gli stessi acquirenti a richiedere questa particolarità, in omaggio alla sua bellezza e alla notorietà della sua avventura romana.

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Artemisia Gentileschi – Lucrezia – 1620

Nel 1621 Artemisia si divise dal marito e si trasferì di nuovo a Roma, salvo un breve periodo nel quale si recò a Genova con il padre dove conobbe il pittore fiammingo Antoon Van Dick e dove dipinse “Lucrezia” e “Cleopatra”. A Roma si sistemò in un appartamento in via del Corso, nei pressi di piazza del Popolo, con la sua figlia Prudenzia, avuta col marito Pierantonio Stiattesi. Durante il suo soggiorno romano ebbe modo di attenuare la dipendenza della sua pittura dal Caravaggio per accentuare classicismo e barocco che in quel momento erano la moda nascente nel mondo dell’arte della capitale. Uno dei dipinti più sorprendenti per l’epoca fu “L’autoritratto dell’allegoria della pittura”, dove la pittrice si ritrasse mentre dipingeva una tela, con tutta la sua attrezzatura in bella vista. E’ anche interessante notare come le figure femminili, che rappresentano sempre la pittrice, mostrano come la sua bellezza maturi con l’età. La pittrice, ormai pienamente affermata anche a Roma dove era sempre vivo il ricordo del processo, entrò a far parte dell’Accademia dei Desiosi. Nel 1627 ebbe una seconda figlia naturale da un suo amante cavaliere di Malta.

Nonostante la sua fama, le grandi committenze in cui lei sperava tardavano ad arrivare, così tra il 1627 e il 1630 Artemisia si trasferì a Venezia dove produsse alcune delle tele più significative: “Giuditta e la sua ancella”, “Ritratto di gonfaloniere”, “Venere e la sua ancella”.

Nel 1630 la pittrice venne a Napoli. In questa città conobbe il pittore spagnolo Diego Velasquez, all’epoca 32enne, durante il suo primo viaggio in Italia. Si confrontò anche con i maggiori pittori che in quel periodo lavorarono a Napoli: Massimo Stanzione e José de Ribera. Artemisia e Diego Velasquez lavorarono insieme per Maria Anna d’Austria, regina d’Ungheria, per la quale Artemisia dipinse alcune tele. Nella città partenopea la pittrice produsse una delle sue tele più belle: “Annunciazione”, che è esposta nel museo di Capodimonte, inoltre ebbe l’incarico di dipingere alcuni quadri destinati alla cattedrale di Pozzuoli (rione Terra): “L’adorazione dei magi”, “San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli” e “Santi Procolo e Nicea”.

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Artemisia Gentileschi – Giuditta e la sua ancella – 1620

Nel 1638 la Gentileschi lasciò per alcuni anni Napoli e si trasferì a Londra dove già si trovava il padre che stava lavorando per la corte inglese all’affresco del soffitto della Queen’s House situata in Greenwich Village. Re Carlo I e la regina Enrichetta Maria di Borbone-Francia, appassionati d’arte, acquistarono dalla Gentileschi il suo “Autoritratto dell’allegoria della pittura” e commissionarono altre tele alla pittrice.

Dopo la morte del padre avvenuta a Londra nel settembre del 1639, Artemisia tornò definitivamente a Napoli, dove ricevette delle committenze da Don Antonio Ruffo, appartenente al ramo siciliano della nobile famiglia calabrese. La sua opera più famosa in tale periodo è “Lucrezia”. La sue due figlie sposarono, in questo secondo e definitivo soggiorno in città, due giovani napoletani. Del secondo periodo napoletano non rimangono molte tracce; una lettera dell’anno 1649, inviata dalla pittrice al suo amico e committente Don Antonio Ruffo, certifica che a quella data Artemisia era ancora attiva come pittrice. Artemisia Gentileschi morì a Napoli nel 1653, all’età di 60 anni.

Il coraggio di Artemisia nell’affrontare in modo indipendente la sua vita avventurosa e irta di difficoltà fa si che possa essere considerata una protofemminista. Ella fu la prima pittrice donna ad esercitare la sua arte al di fuori di un ambito familiare come era d’uso all’epoca nei pochi casi di donne artiste.

Il mistero del Caravaggio ritrovato

Alcuni anni fa è stato ritrovato in una soffitta di una antica casa di Tolosa in Francia, di proprietà dei discendenti di un graduato dell’esercito napoleonico, un dipinto che rappresenta Giuditta che decapita Oloferne, identificato da alcuni esperti per un quadro di Michelangelo Merisi di cui si erano perse le tracce. Di questo dipinto esiste una copia fatta da Luis Finson, pittore fiammingo dei primi anni del 600, che era stato il proprietario del quadro originale, copia che oggi appartiene alla collezione Banco di Napoli, esposta a Palazzo Zevallos in via Toledo a Napoli.

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Giuditta e Oloferne 1609 – attribuito a Caravaggio

Il quadro, secondo gli studiosi che ne hanno effettuato l’attribuzione, sarebbe una seconda versione dello stesso soggetto dipinto dal Caravaggio a Napoli nel 1607. Secondo altri esperti il quadro sarebbe stato dipinto in gran parte da discepoli della bottega del Caravaggio, o essere un’altra copia del Finson, oppure opera di qualche caravaggesco napoletano.

Michelangelo Merisi, dopo l’assassinio di Ranuccio Tomassoni, fu condannato alla decapitazione dal tribunale di Roma. Protetto dalla famiglia Colonna fuggì a Napoli accolto dal ramo napoletano dei Colonna. La marchesa Costanza Sforza Colonna, da sempre protettrice e amante del pittore, lo ospitò in una sua dimora. Durante il soggiorno napoletano Michelangelo Merisi era a caccia di soldi poiché, essendo ricercato come assassino, aveva in programma di recarsi a Malta per farsi nominare Cavaliere dell’ordine di Malta, acquisendo quella nobiltà da lui sempre cercata, che lo avrebbe messo al riparo dalle lunghe braccia della giustizia papale.

Probabilmente, per fare cassa, diede ordine ai discepoli del suo studio romano di completare e vendere i quadri che aveva già impostato e parzialmente dipinto. Tra questi doveva esserci la tela ritrovata a Tolosa, impostata dal pittore per rappresentare Giuditta che decapita Oloferne e che forse ne aveva anche iniziato a dipingere la figura di primo piano, la faccia di Oloferne. Il completamento dell’opera fu probabilmente tentato da qualche suo discepolo, ma Oloferne risultò come una vivida maschera su un corpo di scialba fattura. La seconda figura, quella dell’anziana serva, venne rappresentata con un gozzo enorme che richiamava il realismo drammatico di Caravaggio; l’esagerazione delle deformità non era però usuale nel maestro. Sulla tela ogni figura è dipinta con una diversa illuminazione, al contrario delle tele del Caravaggio che proprio con la prospettiva della luce dava unitarietà ai personaggi dei suoi quadri.

Dato il modesto risultato raggiunto, è probabile che venne incaricata di completare la tela Artemisia Gentileschi, una habitué dello studio del pittore lombardo, per recuperare, con la sua bravura, credibilità all’attribuzione del quadro al Caravaggio. A dare forza a questa ipotesi è il fatto che Giuditta presenta le sembianze della stessa Artemisia, come era abitudine della pittrice che ritraeva se stessa nelle figure delle eroine che dipingeva. Questa ricostruzione naturalmente attiene alla prima ipotesi fatta dagli esperti non convinti della originalità della tela.

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Bibliografia:
Vincenzo Accame e Francesco Saba Sardi, Artemisia Gentileschi, Milano. Spirali/Vel, 2007
Eva Menzio (a cura di), Artemisia Gentileschi, Lettere precedute da Atti di un processo di stupro, Abscondita, Milano 2004
Roberto Contini e Gianni Papi (a cura di) Artemisia, Leonardo De Luca Editori, Roma, 1991
it.wikipedia.org/wiki/Artemisia_Gentileschi
Tiziana Agnati, Artemisia, Dossier Art nº 172, Giunti, 2001
it.wikipedia.org/wiki/Processo_ad_Agostino_Tassi_per_lo_stupro_di_ Artemisia_Gentileschi
it.wikipedia.org/wiki/Giuditta_che_decapita_Oloferne_(Finson)