Romans vs Samnites, the “Caudine Forks” (read English version)

Nel 321 a.c. I romani si scontrarono con i sanniti: finì male per i romani. Ancora oggi noi usiamo spesso un’espressione, per misurare la fortuna di una persona in base alle dimensioni del didietro; esso nacque, all’indomani della sconfitta, tra i romani che volevano prendersi gioco dei soldati umiliati dai sanniti.

I romani avevano stretto un’alleanza con i sanniti, con il trattato di pace del 341 a.c. a conclusione della prima guerra contro quel popolo, combattuta per la difesa di Capua, città sotto l’influenza di Roma. Questa pace fece in modo che i due popoli guerreggiarono insieme contro i Latini, nemico comune, nella guerra del 340 a.c. vinta agevolmente dai due eserciti alleati.

I romani comunque avevano l’obiettivo di espandersi verso l’Italia meridionale, cosa che confliggeva con i sanniti che avevano mire espansionistiche sullo stesso territorio. I romani, conoscendo la forza dei sanniti, intrapresero una politica di alleanze con le città campane, per costituire una testa di ponte ai confini del Sannio che all’epoca comprendeva quasi tutta la Campania interna, l’Abruzzo, il Molise, parte della Puglia settentrionale e della Basilicata.

Essi fecero anche accordi con Alessandro il Molosso di Taranto, per tener impegnato l’esercito sannita verso la Puglia, avendo così mano libera in Campania. Fondarono la città di Cales, vicino la sannita Teano, e la nuova Flegellae, vicina l’odierna Ceprano, invadendo il lato sud del fiume Liri, che in base agli accordi di pace era di pertinenza del Sannio.

Intanto anche Palepolis, poi Neapolis (Napoli), si schierò con i romani, o almeno gli abitanti di origine Greca della città, poiché gli Oschi presenti nella stessa erano per una alleanza con i sanniti. Gli Oschi approfittando di un festeggiamento in onore di un dio venerato dalla parte greca della città, fecero entrare nelle mura un esercito sannita forte di 6000 uomini. I greci di Palepolis chiesero l’intervento delle legioni romane per ripristinare il loro potere sulla città.

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Il teatro della seconda guerra sannitica – ColdEel & Ahenobarbus 2013 CC BY-SA 3.0

Roma raccolse l’invito e nel 326 a.c. mandò in Campania i consoli Lucio Cornelio Lentulo e Quinto Publilio Filone con le loro legioni. Il primo si schierò lungo il Volturno, mentre Publilio Filone riuscì a entrare in città dove acquartierò i suoi uomini, cacciando le forze sannite presenti. La nuova alleanza tra Palepolis (Napoli) e Roma determinò la rottura del trattato di pace. Questo portò a una serie di scaramucce tra i due eserciti che si conclusero con una umiliante sconfitta sannita nel 322 a.c.

Due legioni romane, ai cui comandi c’erano i consoli Tito Veturio Calvino e Spurio Posturio Albino Caudino, erano accampate a Calatia, nei pressi dell’odierna Caserta, in attesa che venissero svolte le trattative per la pace a seguito della sconfitta sannita del 322 a.c., pace che poi non fu accettata dai romani. Ogni legione contava su circa 10.000 uomini divisi in centurie e manipoli. I legionari erano armati per lo più di “asta” che era una lancia abbastanza lunga e pesante che non veniva lanciata ma usata nello scontro diretto con gli avversari e di uno scudo rotondo di derivazione greca.

I sanniti, comandati da Gaio Ponzio, figlio di Erennio Ponzio valoroso e saggio capo che si era ritirato a vita privata a causa della sua età avanzata, saputo delle legioni accampate a Calatia, fecero circolare la voce tra i romani, attraverso alcuni loro messaggeri che si erano travestiti da pastori, che Luceria (in Apulia, nord della Puglia), che era una città alleata dei romani, era stata attaccata e posta sotto assedio da truppe sannite.

All’inizio del 321 a.c. le due legioni mossero in aiuto di Luceria cadendo nella trappola tesa dai nemici. Infatti per guadagnare tempo le legioni romane attraversarono la valle che oggi è delimitata da Arienzo e da Arpaia ed è attraversata dalla via Appia, anziché percorrere la strada più sicura che avrebbe portato le truppe sulle rive dell’Adriatico da dove puntare verso sud per raggiungere la cittadina che loro ritenevano in pericolo.

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Mappa delle possibili localizzazioni dell’episodio – Decan 2014 CC BY-SA 3.0

La località della trappola sannita non è stata mai individuata con precisione, poiché ogni luogo preso in considerazione presenta delle dissonanze con la descrizione dei luoghi fatta da Tito Livio nel suo “Ab urbe condita libri”, dove descriveva una stretta vallata con due valichi all’ingresso e all’uscita della stessa, gli storici sono abbastanza concordi nel riconoscere nella descrizione la valle tra Arpaia e Arienzo.

Le due legioni entrate nella gola della valle trovarono il passo, all’uscita della stessa, sbarrato da alberi e massi, e l’esercito sannita schierato in loro attesa. Avvedutisi della trappola i due consoli ordinarono il dietro-front alle truppe, ma anche l’ingresso della valle era stato nel frattempo ostruito. Le legioni si trovarono completamente circondate dai sanniti che si erano posizionati sulle alture attorno alla gola dove esse si trovavano.

I legionari furono presi dallo sgomento, capendo che non c’era modo di sfuggire a quella trappola e che i sanniti, più numerosi e meglio posizionati, li avrebbero facilmente sconfitti. I comandanti ordinarono comunque l’acquartieramento notturno delle legioni. Pertanto i soldati costruirono l’accampamento, dove avrebbero trascorso la notte, con lo scavo del vallo e il relativo terrapieno, erigendo le tende dei consoli e quelle delle truppe, tra gli schiamazzi irridenti dei nemici. Nel buio si potevano osservare i grandi fuochi chiamati “ndocce”, accesi dai sanniti sulle alture, che li circondavano completamente.

Gaio Ponzio, capo dei sanniti, che per primo si era meravigliato della ingenuità dei romani nel cadere in trappola, mandò dei messaggeri all’anziano padre Erennio per chiedere consiglio sul da farsi. Erennio Ponzio gli consigliò di fare una onorevole pace con i romani, ma Gaio non accettò il consiglio, e sollecitato di nuovo il padre, questi gli rispose di ucciderli tutti, le due soluzioni prospettate da Erennio erano ambedue sagge; la prima metteva in conto la riconoscenza dei romani per la mancata umiliazione e quindi la possibilità di una pace duratura, la seconda, con la distruzione dell’esercito, avrebbe impedito ai romani qualsiasi reazione di vendetta per molti anni a venire.

Nel frattempo i consoli romani mandarono messaggeri per contrattare la resa, che permettesse al loro esercito di tornare a Roma indenne. Gaio Ponzio non accettò ambedue i consigli del padre e, scegliendo la soluzione peggiore, fece una pace con i romani che ripristinava il trattato del 341, prevedendo nello stesso l’umiliazione dei vinti con il disarmo dei legionari, 600 giovani ostaggi romani a garanzia della pace e il passaggio di tutti i legionari sotto un giogo di lance, le cosiddette “Forche Caudine”.

Gli storici latini, tra cui Tito Livio, furono abbastanza riluttanti nel riportare l’episodio delle Forche Caudine. Tutti, i comandanti in testa, furono costretti a passare sotto il giogo di lance tra due enormi ali di soldati sanniti. Ecco come descrive l’umiliazione Tito Livio nel suo “Ab urbe condita libri”:

« Furono fatti uscire dal terrapieno inermi, vestiti della sola tunica: consegnati in primo luogo e condotti via sotto custodia gli ostaggi. Si comandò poi ai littori di allontanarsi dai consoli; i consoli stessi furono spogliati del mantello del comando …
Furono fatti passare sotto il giogo innanzi a tutti i consoli, seminudi; poi subirono la stessa sorte ignominiosa tutti quelli che rivestivano un grado; infine le singole legioni. I nemici li circondavano, armati; li ricoprivano di insulti e di scherni e anche drizzavano contro molti le spade; alquanti vennero feriti ed uccisi, sol che il loro atteggiamento troppo inasprito da quegli oltraggi sembrasse offensivo al vincitore. »

Quello che Livio non racconta fu che tutti i soldati romani furono sodomizzati, e quelli che si ribellavano vennero uccisi senza pietà.

Lasciate libere, le due legioni si ritirarono verso Capua ma non ebbero il coraggio di entrare in città, tale la vergogna per quello che avevano subito. La popolazione andò loro incontro, li rivestì e li rifocillò, gli vennero fornite armi e perfino gli stendardi consolari. Anche a Roma le legioni si accamparono fuori le mura cittadine. Roma si vestì a lutto, le botteghe furono chiuse, il senato sospese i lavori, tutti si tolsero di dosso gioielli e amuleti in segno di lutto. Consoli e centurioni si chiusero in casa rifiutandosi di uscire. Furono nominati due nuovi consoli dal senato: Quinto Publilio Filone e Lucio Papirio Cursore, che dovettero ricostruire l’esercito ex novo.

Fu allora che si diffuse tra i romani il motto, tutt’oggi largamente utilizzato, che mette in relazione la fortuna con la misura del didietro: quei soldati che avevano un gran didietro erano stati più fortunati in confronto agli altri.

Gli scontri tra romani e sanniti continuarono con fortune alterne protraendosi fino al 305 a.c. quando, nella battaglia di Boviano, le legioni romane, condotte dal console Quinto Fabio Massimo Rulliano, sconfissero duramente i sanniti che l’anno seguente stipularono una onerosa pace mettendo fine alla seconda guerra sannitica.

 

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Bibliografia:
Gaetano De Sanctis, Storia dei Romani II, Torino, Fratelli Bocca Editori, 1907,
Amedeo Maiuri, Valle Caudina, in Passeggiate campane, Hoepli, 1940
Paolo Sommella, Forche Caudine, in Antichi campi di battaglia in Italia: Contributi all’identificazione topografica di alcune battaglie d’età repubblicana, De Luca, 1967
it.wikipedia.org/wiki/Localizzazione_delle_Forche_Caudine
it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_delle_Forche_Caudine
Tito Livio, Ab Urbe condita libri