Garibaldi e i Mille, da Quarto a Gaeta (2ª parte)

Garibaldi and the Thousand, from Quarto to Gaeta (part 2) (Read English version)

Un intrigo internazionale, mille patrioti, un generale, i tradimenti di militari, politici e nobili borbonici determinarono la sconfitta dell’esercito più moderno d’Italia contro un manipolo di uomini e l’unificazione della penisola sotto il vessillo dei Savoia.

Garibaldi e i Mille (1ª parte)

Dal 1859 in tutta Italia era iniziata la raccolta fondi per fornire un milione di fucili a Giuseppe Garibaldi; questa raccolta, organizzata nelle varie località dai comuni e dalle istituzioni pubbliche e private, riuscì a mettere insieme quasi 8 milioni di lire che poi entrarono a far parte delle finanze del Regno d’Italia. Garibaldi, venendo dall’esperienza dei Cacciatori delle Alpi, corpo dell’esercito piemontese formato da volontari che aveva sconfitto l’esercito austriaco, radunò per la spedizione al sud 1162 volontari, molti erano reduci dei Cacciatori delle Alpi, provenienti dall’Italia e dall’estero.

Per la traversata fino a Palermo fu contattata la società Rubattino, che già aveva messo a disposizione di Pisacane e dei suoi uomini il piroscafo Cagliari nel 1848 per raggiungere Sapri. Garibaldi chiese al direttore generale della compagnia, Giovanni Battista Fouchè, il piroscafo Piemonte e, in un secondo momento, anche il piroscafo Lombardo, le due navi più moderne della flotta, offrendo una ricompensa di 100.000 franchi. Il Fouchè mise a disposizione le due navi ma rifiutò il compenso che, disse, era meglio destinare all’impresa del generale. In seguito, a causa della cessione delle due navi, il Fouchè fu licenziato dalla compagnia con un seguito di polemiche su chi fosse più patriota tra l’ex direttore generale e il maggior azionista della stessa Raffaele Rubattino. Dopo l’unificazione dell’Italia la Rubattino ricevette un congruo compenso dallo stato, comprensivo anche del costo della nave utilizzata per la sfortunata spedizione di Sapri.

La notte del 5 maggio del 1860 i 1162 garibaldini, tra cui Nino Bixio e gli scrittori Ippolito Nievo e Giuseppe Cesare Abba, armati alla men peggio, si imbarcarono sulle due navi nel piccolo porto di Quarto, centro a 4 miglia romane da Genova, da cui la denominazione “Quartum Milium” poi Quarto a Mare, oggi diventato un quartiere della città di Genova con il nome “Quarto dei Mille”. Le navi si dovevano incontrare nella notte con alcune scialuppe cariche di armi ma, per motivi tutt’oggi oscuri, l’incontro non avvenne. Il 7 maggio i piroscafi fecero una sosta a Talamone dove Garibaldi riuscì a farsi consegnare polvere da sparo, tre cannoni e un centinaio di buoni fucili dalla guarnigione piemontese della località, in forza della sua autorità di generale dell’esercito piemontese.

A Talamone sbarcarono un gruppo di 64 garibaldini al comando di Zambianchi per effettuare una diversione e distrarre le truppe borboniche facendo credere che l’invasione sarebbe avvenuta attraverso l’Abruzzo. Entrato nei territori del papa, Zambianchi e i suoi uomini furono affrontati dalle truppe papaline. Il piccolo gruppo si ritirò velocemente verso la costa toscana dove Zambianchi fu arrestato dai piemontesi che non volevano che lo Stato della Chiesa venisse coinvolto negli scontri. Garibaldi fece anche sosta a Porto Santo Stefano dove si rifornì di carbone e derrate alimentari.

I due piroscafi dopo le soste puntarono verso la Tunisia per poi virare verso la Sicilia. Essendo venuto a conoscenza da una barca di pescatori che a Marsala non erano presenti navi borboniche, Garibaldi si diresse verso il porto della cittadina, dove trovò due navi militari inglesi, mandate dal comando della flotta per sorvegliare l’operazione. Queste ostacolarono l’intervento della marina borbonica intimidita dalla presenza degli inglesi che, comunque, restarono neutrali. L’11 maggio i Garibaldini sbarcarono indisturbati a Marsala e si spostarono velocemente verso l’interno dell’isola. La guarnigione borbonica locale il giorno prima era stata richiamata a Palermo per sedare eventuali sommosse cittadine.

A Napoli regnava la confusione più completa. Francesco II e Maria Sofia cercarono in ogni modo di contrastare lo sbarco in Sicilia, che tutti sapevano sarebbe avvenuto e che di segreto non aveva nulla. Carlo Mezzacapo che aveva raggiunto Napoli in incognito, era alloggiato presso palazzo Mezzacapo a Materdei e si recava ogni pomeriggio alla sede della legazione del Regno di Sardegna in via Toledo, dove riceveva i più alti ufficiali dell’esercito borbonico, tutti suoi compagni del collegio militare della Nunziatella, che aveva frequentato insieme al fratello Luigi. In questi incontri si contrattava il passaggio del Regno delle due Sicilie in una Italia unificata sotto la dinastia dei Savoia, cercando di evitare o minimizzare scontri tra il temibile esercito napoletano e i garibaldini che indossavano la mitica camicia rossa, così si spiegavano le strane timidezze dei borbonici negli scontri in Sicilia con le truppe di Garibaldi.

Questi colloqui avvenivano con il contributo finanziario dei fratelli De Gas banchieri franco-napoletani, zii del pittore impressionista Edgar Degas. I banchieri De Gas avevano ricevuto in segreto un bonifico di 1.000.000 di lire dal Piemonte da utilizzare per facilitare la spedizione al sud di Garibaldi. Questi soldi furono ampiamente distribuiti creando alleanze tra gli alti gradi dell’esercito. Non mancarono nel palazzo della legazione anche ministri del governo. Il ministro di polizia Liborio Romano, nominato da pochi giorni da Francesco II, era un simpatizzante delle idee liberali; partecipò agli incontri del Mezzacapo, avendo aspirazioni politiche anche per il dopo unificazione, che considerava inevitabile. Anche alcuni alti esponenti della nobiltà, vicini alla casa reale borbonica, in quei frangenti si mantennero neutrali non volendo apparire come difensori di una causa che consideravano già perduta.

A Torino si consumava lo scontro tra due visioni politiche, quella più raffinata e prudente di Cavour, che pur desiderando l’annessione del Regno delle due Sicilie, non voleva in alcun modo suscitare la contrarietà di Napoleone III che si ergeva a difesa dello Stato della Chiesa, ma che probabilmente aspirava a ottenere, dall’unificazione dell’Italia, vantaggi territoriali consistenti, quali la cessione della Sardegna e della Liguria alla Francia, e quella più imprudente di Vittorio Emanuele II che desiderava unificare l’Italia sotto il suo regno, poco badando alle riserve della Francia e facendo leva su un assenso sostanziale degli inglesi, che ormai vedevano i Borboni come nemici dei loro notevoli interessi economici in Sicilia e consideravano la potente flotta borbonica troppo competitiva con la loro Mediterranean Fleet nel sud Tirreno.

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Foto di Palermo dopo i Bombardamenti dal mare del 1860

Il 14 maggio le truppe garibaldine si erano spostate a Salemi, nell’entroterra, dove Garibaldi si autoproclamò dittatore della Sicilia, con un governo guidato da Francesco Crispi. Alle camicie rosse si unirono i primi volontari siciliani; il primo scontro tra Garibaldi con le sue truppe, circa 1500 uomini tra garibaldini e volontari siciliani, e l’esercito regolare borbonico, forte di 4000 soldati, avvenne nei pressi di Calatafimi. Il generale rischiò la vita, si riuscì a salvare grazie al sacrificio di un suo soldato che fu gravemente ferito. Le truppe regolari borboniche furono sconfitte e si ritirarono.

La voce della vittoria garibaldina si sparse per tutta l’isola in un baleno. Le truppe in ritirata furono bersagliate da spari e da lanci di oggetti dalle case nel ritorno verso Palermo. A Partinico ci fu una rivolta popolare contro i soldati che volevano requisire i viveri dei civili. L’avanzata di Garibaldi, al contrario fu accolta con grandi festeggiamenti da tutti i ceti della popolazione siciliana, compresi i latifondisti e i nobili i quali, citando “il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, erano fedeli al detto “tutto cambi perché nulla cambi”. Molti volontari siciliani affiancarono le camicie rosse nella marcia verso Palermo.

Francesco II, saputo della sconfitta di Calatafimi, invitò l’anziano generale Carlo Filangieri, figlio di Gaetano, a prendere il comando delle operazioni in Sicilia. Il Filangieri, dalla sua villa sulla costiera sorrentina, fece sapere al re di essere gravemente malato. In realtà non aveva alcuna intenzione di combattere una guerra contro Garibaldi che, per forza di cose, si sarebbe trasformata anche in una sanguinosa repressione contro i civili che ormai partecipavano attivamente agli scontri. Carlo Filangieri era stato primo ministro fino a pochi mesi prima e aveva consigliato inutilmente Francesco II di stringere una alleanza con i francesi e con il Piemonte per evitare la Spedizione di Garibaldi al sud.

I garibaldini giunsero alle porte di Palermo il 27 maggio. Le truppe borboniche erano schierate vicino al ponte dell’Ammiraglio; dopo brevi combattimenti si ritirarono all’interno della città. I garibaldini entrarono nell’abitato attraverso le porte di Termini e Sant’Antonio. Gli scontri nelle strade di Palermo tra l’esercito e le camicie rosse durarono diversi giorni. La città fu bombardata delle navi della marina borbonica presenti nel porto; tra i feriti nei combattimenti ci furono Benedetto Cairoli e Nino Bixio. Il 30 maggio le truppe regolari trovarono rifugio nei forti della città e chiesero una tregua. Il 6 giugno le stesse truppe lasciarono la città in seguito a un armistizio che prevedeva anche la concessione dell’onore delle armi agli sconfitti.

Durante tutto il mese di giugno sbarcarono a Palermo altre spedizioni di garibaldini, la seconda spedizione era comandata da Giacomo Medici che aveva dato le dimissioni dall’esercito piemontese per accorrere in Sicilia, la terza era guidata da Enrico Cosenz. Inoltre sopraggiunsero inviati di giornali di tutta Europa e anche Alessandro Dumas, con il suo yacht, giunse a Palermo per raccontare l’avventura garibaldina.

A fine giugno Garibaldi si avviò a conquistare il resto dell’isola organizzando in tre colonne le sue truppe. La prima, comandata da Medici, si diresse verso Messina lungo la strada costiera settentrionale; la seconda, comandata da Bixio, marciò verso Catania passando per Agrigento; la terza, comandata da Türr, marciò verso l’interno dell’isola. Durante la marcia scoppiarono rivolte contadine contro i latifondisti e i nobili locali nei centri non ancora raggiunti dai garibaldini. L’arrivo delle camicie rosse riportò l’ordine a costo di processi sommari nei confronti dei rivoltosi; molti di essi furono giustiziati.

Il 20 luglio la colonna di Medici, raggiunta da Garibaldi, si scontrò a Milazzo con le truppe dell’esercito regolare, che furono sconfitte agevolmente. Il 27 i garibaldini raggiunsero Messina quando già una parte del presidio borbonico aveva lasciato la città. Le restanti truppe chiesero un armistizio per imbarcarsi per Napoli. A Messina restò solo un drappello dell’esercito in difesa della cittadella fortificata che però non fece alcuna azione offensiva nei confronti dei garibaldini. Si arresero nel febbraio del 1861 alle truppe piemontesi senza colpo ferire. Garibaldi a fine luglio fu raggiunto a Messina dalle altre due colonne guidate da Bixio e Türr.

A Napoli, durante il consiglio di stato riunito per decidere sulle mosse da fare per contrastare le camicie rosse, il principe Luigi di Borbone propose un attacco con tutta la flotta borbonica contro le navi di Garibaldi nel porto di Messina per distruggerle e impedire la traversata dello stretto alla spedizione garibaldina che in quel momento contava 20.000 uomini, a seguito dei rinforzi giunti via mare e dei volontari siciliani che si erano uniti alle forze garibaldine. La proposta fu respinta veementemente da tutti i presenti e Luigi di Borbone, sospettato di voler sostituire Francesco II, fu allontanato dal regno.

Garibaldi dopo aver nominato Agostino Depetris suo sostituto come massima autorità in Sicilia, si accinse all’attraversamento dello stretto. Il 19 agosto effettuò il primo sbarco sul continente a Melito Porto Salvo e il 22 agosto fu effettuato un secondo sbarco a Palmi; Le forze garibaldine in Calabria incontrarono solo una debole resistenza da parte delle truppe borboniche che, con interi reparti, attraversarono le linee e si unirono alle camicie rosse.

Mentre Garibaldi avanzava senza incontrare resistenza attraverso la Calabria e la Basilicata, Francesco II, preso atto di essere stato abbandonato da tutti, compreso buona parte del suo esercito, il 6 settembre si imbarcò con la regina Maria Sofia sulla nave Messaggero trasferendosi nella fortezza di Gaeta dove organizzò l’ultima linea di resistenza tra il fiume Volturno e Gaeta con le truppe rimastegli fedeli.

Un gruppo di napoletani aderenti ai circoli murattiani della città si recò a Parigi per offrire la corona del regno delle due Sicilie a Luciano Murat, figlio di Gioacchino, cugino di Napoleone III. La risposta fu evasiva e fu interpretata come un rifiuto, anche se con una lettera successiva Luciano Murat volle specificare che sarebbe stato possibile una sua incoronazione solo in presenza di un plebiscito popolare in suo favore.

Il 7 settembre Garibaldi si trasferì da Torre Annunziata a Napoli su un treno delle ferrovie Bayard, che gestivano la linea Napoli-Portici prolungata fino a Nocera Inferiore. Garibaldi fu accolto da una immensa folla alla stazione ferroviaria Bayard di Porta Nolana. La stazione era situata a destra guardando l’odierna stazione della linea Circumvesuviana, in seguito fu sede del dopolavoro ferroviario e del cinema Italia, oggi si presenta come un rudere, mentre l’ala destra ospita gli uffici comunali di circoscrizione.

Garibaldi attraversò la città su una carrozza, circondato dalla folla festante. Dopo una sosta al palazzo della foresteria e alla cappella di San Gennaro al Duomo, giunse al largo dello Spirito Santo dove fu ospitato nel palazzo Doria D’Angri, dal cui balcone tenne un discorso alla popolo napoletano. Tra i primi atti di Garibaldi a Napoli fu la liberazione dei prigionieri politici tra cui Giovanni Nicotera e i pochi altri superstiti della spedizione del Pisacane.

La buona accoglienza di Garibaldi a Napoli era stata organizzata e patrocinata dal ministro di polizia del governo borbonico Liborio Romano, carica che gli fu confermata dal Generale. Per ottenere il massimo risultato della sua azione a favore di Garibaldi il ministro Romano contattò personalmente i capibastone della camorra che adoperarono la loro influenza sul popolo onde evitare gesti ostili al Generale, visto il sentimento borbonico di alcune zone della città: Santa Lucia e i cosiddetti “quartieri spagnoli” a ridosso della centralissima via Toledo.

Vittorio Emanuele II superando tutti i dubbi e i timori di causare una reazione dell’Impero Austriaco e della Francia con il suo diretto intervento, si mise alla testa del suo esercito, coadiuvato dai generali Manfredo Fanti, Enrico Cialdini e Luigi Mezzacapo per raggiungere e prendere possesso del sud Italia, sottraendo anche le Marche e l’Umbria allo Stato della Chiesa, per dare continuità territoriale alla nuova Italia unita; così facendo avrebbe fermato anche Garibaldi che aveva intenzione di continuare la sua marcia verso Roma. In effetti l’Austria fu sul punto di intervenire ma rimase isolata dalla riluttanza di Napoleone III che, nel momento cruciale, mentre ufficialmente mostrava disaccordo per l’azione del Piemonte, in privato raccomandava a Vittorio Emanuele di fare presto per riunire l’Italia sotto il suo vessillo, escludendo naturalmente il Lazio che doveva restare al Papa. L’Inghilterra vide sempre con simpatia questa soluzione, anche in virtù dei vincoli massonici che univano Vittorio Emanuele, Cavour, Napoleone III e Lord Palmerston, ministro degli esteri inglese.

La marcia di Vittorio Emanuele lungo la dorsale adriatica portò alla conquista delle Marche e dell’Umbria dopo le battaglie di Castelfidardo e Ancona, dove l’esercito papalino, formato da 10.000 soldati volontari, fu definitivamente sconfitto. In Abruzzo e Molise le forze piemontesi si scontrarono con le poche truppe borboniche delle varie guarnigioni territoriali ed ebbero facilmente la meglio. Solo la fortezza di Civitella del Tronto resistette agli attacchi fino ai primi mesi del 1861, quando gli ultimi difensori superstiti si arresero alle truppe piemontesi assedianti.

Garibaldi e le sue truppe, che contavano circa 25.000 volontari, affrontarono l’ultima battaglia contro i resti dell’esercito borbonico con circa 50.000 uomini schierati a difesa della linea del Volturno tra la fortezza di Capua e la fortezza di Gaeta. Lo scontro avvenne tra gli ultimi giorni di settembre e il primo di ottobre. I borbonici sconfitti si rifugiarono, per l’ultima disperata resistenza, all’interno della fortezza di Gaeta con re Francesco e la regina Maria Sofia.

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Francesco II e sua moglie Maria Sofia – Alphonse Bernoud 1860

Il 26 ottobre Vittorio Emanuele, proveniente dal Molise, e Giuseppe Garibaldi, che veniva da Napoli, si incontrarono in località Taverna Catena, oggi Vairano Scalo, sulla strada che porta a Venafro, 100 metri dopo la biforcazione di Vairano. I due cavalcarono insieme fino al centro abitato di Teano. Garibaldi consegnò al re l’ex regno delle due Sicilie ed ottenne che i suoi garibaldini fossero inquadrati nell’esercito regolare con i gradi acquisiti come volontari. Le truppe piemontesi sostituirono i garibaldini nell’assedio di Gaeta che si concluse il 14 febbraio del 1861 con la capitolazione della fortezza e l’onore delle armi agli sconfitti; lo stesso giorno i reali lasciarono Gaeta a bordo del vascello militare francese “Muette” per recarsi a Roma ospiti di Pio IX.

Nel mese di ottobre del 1860 avvennero i plebisciti nella varie città del sud per l’annessione al Regno di Sardegna, che avrebbe preso il nome di regno d’Italia. Il 6 novembre Garibaldi schierò tutto il suo esercito davanti alla reggia di Caserta in attesa di Vittorio Emanuele per un formale passaggio di consegne. Il re, per non riconoscere i meriti di Garibaldi nell’unificazione dell’Italia, non andò a Caserta recandosi il giorno seguente direttamente a Napoli. Amareggiato per lo sgarbo subito, che certo non meritava, e per come si stavano mettendo le cose a Napoli, dove era stato estromesso da tutte le decisioni, Garibaldi partì per ritirarsi nella sua Caprera.

Il 6 giugno del 1861 morì a Torino Camillo Benso di Cavour per un attacco di malaria. Recentemente alcuni storici, in base a dei documenti, hanno ritenuto che probabilmente Cavour fu avvelenato per ordine di Napoleone III, sentitosi tradito dall’occupazione di parte dello Stato della Chiesa. L’avvelenamento sarebbe avvenuto per mano di una giovane donna, agente del servizio segreto francese, che strinse un’intima amicizia con Bianca Ronzani, amante di Cavour. Cavour si recava ogni pomeriggio presso l’abitazione dell’amante dove era solito prendere un caffè; l’amica di Bianca, un giorno, “casualmente” presente a una visita di Cavour, versò di nascosto il veleno nella tazza destinata al conte, determinandone il decesso dopo sei giorni.

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Bibliografia:
Giuseppe Cesare Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille, Zanichelli, 1880
George Macauley Trevelyan, Garibaldi e i mille, Bologna, Zanichelli, 1909
Ippolito Nievo, Diario della spedizione dei Mille, Milano, Mursia, 2010
it.wikipedia.org/wiki/Spedizione_dei_Mille
it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Garibaldi
Mino Milani, Giuseppe Garibaldi (Storia, biografie, diari), Mursia, 2006
Indro Montanelli, Marco Nozza, Giuseppe Garibaldi, BUR, 2007
it.wikipedia.org/wiki/Virginia_Oldoini