Garibaldi and the Thousand, from Quarto to Gaeta (part 1) (Read English version).

Un intrigo internazionale, mille patrioti, un generale, i tradimenti di militari, politici e nobili borbonici determinarono la sconfitta dell’esercito più moderno d’Italia contro un manipolo di uomini e l’unificazione della penisola sotto il vessillo dei Savoia.

L’accoglienza a Garibaldi, con la Spedizione dei Mille, come liberatore da parte di quasi tutta la popolazione del sud aveva ragioni antiche. L’odio nei confronti dei Borbone era iniziato dopo la rivoluzione francese, quando Maria Carolina, soprannominata dai suoi sudditi con un filo di disprezzo e timore “La tedesca”, da promotrice degli afflati libertari dei migliori esponenti della borghesia napoletana, si trasformò nella persecutrice degli stessi, che lei chiamava tutti “giacobini”, quelli che avevano decapitato l’amata sorella minore Maria Antonietta, regina di Francia.

Le persecuzioni ebbero il suo culmine dopo la caduta della Repubblica Napoletana del 1799 per mano di quella banda di delinquenti e assassini, chiamata esercito della Santa Fede, al soldo del cardinale Ruffo. I “Sanfedisti” si comportarono in modo inenarrabile nei confronti di quella borghesia e nobiltà del sud di Italia e di Napoli che aveva espresso la intellighenzia sostenitrice della Repubblica. I Borbone non si comportarono meglio; Ferdinando IV e Maria Carolina, disconoscendo la parola data dal Ruffo ai patrioti a favore del loro esilio, li fecero passare quasi tutti per la forca.

I Borboni non mancarono di alimentare l’odio nei loro confronti, con la fucilazione di Gioacchino Murat nel 1815, nel quale la popolazione vedeva coraggio e buon governo, esattamente l’opposto che offrivano Ferdinando IV e suo figlio Francesco, l’imbelle e sanguinario principe che sostituì il padre per volere degli inglesi. Nel 1821 ci fu l’ennesimo tradimento della parola data dai regnanti Borbonici con la revoca della Costituzione e con la condanna a morte di 30 patrioti che cercavano di difendere le libertà conquistate. Seguirono nel 1848 i famosi moti popolari della Sicilia e di Napoli che sfociarono in un bagno di sangue: le truppe mercenarie svizzere si comportarono più o meno come i “sanfedisti” nei confronti dei rivoltosi e anche della popolazione civile che per caso si trovò sulla loro strada.

Nel 1848 un grave atto di ribellione si verificò negli alti gradi dell’esercito borbonico. Le truppe del Borbone che si trovavano in Emilia, nell’ambito della Lega Italiana costituita per liberare il nordest dall’occupazione austriaca a cui partecipavano piemontesi, toscani, lo stato pontificio e l’esercito napoletano, furono richiamate in patria per un contrordine di re Ferdinando II che, memore dei forti legami tra i Borbone di Napoli e l’impero austro-ungarico che per ben due volte era intervenuto per ripristinare il loro trono, colse l’occasione della dichiarazione contro ogni guerra di papa Pio IX nel concistoro del 29 aprile per ritirarsi dalla Lega Italica.

Il generale comandante Guglielmo Pepe, con i reparti dell’arma di artiglieria e del genio, rifiutò di rientrare a Napoli abbandonando i patrioti lombardi e veneti che combattevano contro gli austriaci. Con Guglielmo Pepe si schierarono altri ufficiali napoletani: Luigi e Carlo Mezzacapo, Enrico Cosenz, Cesare Rossaroll, Alessandro Poerio e Girolamo Calà Ulloa. Essi, con le truppe a loro fedeli, aiutarono i Veneziani a contrastare l’assedio degli austriaci. Alcuni di questi ufficiali ebbero una parte importante nella organizzazione della spedizione di Garibaldi al sud.

Il re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, era andato contro gli accordi di Plombiers con i francesi, favorendo l’estensione dei moti di ribellione oltre che nell’Italia settentrionale anche nell’Italia centrale, dove erano nate delle repubbliche regionali in Emilia e in Toscana. La fine ingloriosa della seconda guerra di indipendenza nel 1859, che lasciò all’Austria il Triveneto, provocò in Emilia e in Toscana moti che misero in fuga i vari duchi che governavano i ducati emiliani e il granducato di Toscana, seguiti da sommosse popolari che liberarono il resto dell’Emilia e la Romagna; l’Umbria e le Marche rimasero sotto il potere papalino, dopo il massacro di Perugia da parte dei mercenari svizzeri al soldo del papa nel 1859.

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La Contessa di Castiglione ritratta da Michele Gordigiani 1862

Cavour intanto curava l’alleanza con la Francia senza la quale non poteva unificare le regioni dell’Italia centrale sotto l’emblema dei Savoia. A Parigi, la contessa di Castiglione, cugina di Camillo Benso conte di Cavour, lavorava alacremente nel suo talamo per facilitare gli affari diplomatici piemontesi. Ambasciatore del Regno di Sardegna in Francia era Costantino Nigra.

Virginia Oldoini Verasis Asinara, Contessa di Castiglione, nata nel 1837 era sposata con il conte Francesco Verasis Asinara; aveva avuto come amanti, tra gli altri, Vittorio Emanuele II e Costantino Nigra. Nel 1855 fu inviata a Parigi dal cugino Cavour, capo del governo, con il compito di avvicinare l’imperatore e, con le sue arti, convincerlo a non opporsi alle ambizioni del cugino di unificare l’Italia. Per raggiungere lo scopo la contessa divenne l’amante ufficiale di Napoleone III; lo riceveva regolarmente nei suoi appartamenti a Compiegne con grande disappunto dell’imperatrice Eugenia De Guzman, grande di Spagna e perciò religiosissima. L’imperatore subì anche un attentato in casa di Virginia, le malelingue ne attribuirono l’organizzazione alla gelosissima Eugenia.

Il 24 marzo del 1860, grazie a Nigra e “all’ambasciatrice” Virginia Oldoini fu firmato un trattato in cui veniva prevista la cessione di Nizza e Savoia alla Francia, in cambio il Piemonte poté annettersi l’Emilia e la Toscana. Pertanto ad inizio del 1860 l’Italia contava tre stati: il Regno di Sardegna, che comprendeva, oltre al nucleo storico, l’Emilia e Romagna, la Toscana e buona parte della Lombardia, lo Stato della Chiesa con l’Umbria e le Marche oltre al Lazio, il Regno delle due Sicilie con l’Italia meridionale, il sud del Lazio l’Abruzzo e la Sicilia. Restavano all’Austria il Veneto, il Trentino Alto Adige, il Friuli e Mantova.

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Penisola Italiana nel marzo del 1860 – Flanker – The White Lion

A Napoli regnava da poco il giovane Francesco II, coniugato con Maria Sofia di Baviera sorella di “Sissi”, Elisabetta, moglie dell’imperatore austriaco. Francesco nato a Napoli il 16 gennaio 1836 era figlio di Ferdinando II e di Maria Cristina di Savoia, quindi parente stretto dei Savoia piemontesi. La madre Maria Cristina morì nel 1836 e il padre si risposò con Maria Teresa d’Asburgo. A 23 anni Francesco sposò per procura Maria Sofia di Baviera di 18 anni, erano due caratteri opposti: lui di buon cuore, educato, timido, religiosissimo, quasi maniaco, lei aperta, spigliata, sportiva, indomita, senza pregiudizi morali, come conveniva a una duchessa di Baviera.

Subito dopo sposati il padre di Francesco, Ferdinando II, morì e fu sostituito sul trono dal figlio di appena 23 anni. Maria Sofia, come la sua predecessora “tedesca” Maria Carolina, rendendosi conto del carattere debole del marito, volle prendere in mano il governo del regno con le sue idee innovatrici, scontrandosi però con la matrigna di Francesco, Maria Teresa, che forte del suo ascendente sul re, spingeva verso una politica conservatrice. Nel poco tempo in cui regnò, Francesco, sollecitato dalla moglie, attuò molte riforme, eliminò la tassa sul macinato, fece acquistare derrate alimentari vendute a prezzo politico alla popolazione più povera, migliorò le condizioni delle carceri ed emanò una amnistia che permise a molti esuli di ritornare in patria.

I siciliani espatriati a seguito dei moti del 1848, tra i quali Rosolino Pilo e Francesco Crispi, premevano per una insurrezione armata nell’isola, con l’appoggio dei mazziniani e di Garibaldi, che però era titubante a causa dei fallimenti delle precedenti insurrezioni. Il generale Garibaldi, conscio che il regno delle due Sicilie avesse un esercito numeroso e ben addestrato di circa 97.000 uomini, nonché la più forte marina militare italiana, non voleva muoversi senza l’appoggio dei piemontesi e il consenso dei francesi.

A inizio del 1860 Rosolino Pilo, rompendo gli indugi, partì per la Sicilia per preparare il terreno a una insurrezione popolare. Egli sperava nell’adesione di Garibaldi alla stessa, appoggiandola con una spedizione militare. Pilo attraversò l’isola da Messina a Piana dei Greci con la famosa marcia durata 10 giorni, tra il 10 e il 20 aprile 1860, durante la quale incontrò latifondisti, notabili, contadini ai quali annunciava: ”tenetevi pronti, arriva Garibaldi”.

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Massacro di Perugia – Napoleone Verga 1870

Giuseppe Garibaldi era nato a Nizza il 4 luglio 1807. Il padre Domenico Garibaldi era originario di Chiavari, la madre Maria Rosa Raimondi era di Loano. Domenico era proprietario di una tartana chiamata Santa Reparata dove Giuseppe, che non amava troppo gli studi, fece le sue prime esperienze marinare. Durante una delle numerose traversate a bordo di piccole navi dove era imbarcato come marinaio, conobbe un mazziniano esule a Odessa che gli diede le prime informazioni su Mazzini e le sue idee. Nel 1932 diventò capitano di marina. Arruolato nella reale marina piemontese, per un disguido venne dichiarato disertore, per sfuggire alla cattura e alla prigione si imbarcò per il Brasile dove arrivò a inizio del 1936. A Rio de Janeiro prese contatti con le organizzazioni patriottiche locali e partecipò attivamente alle guerre di liberazione del Rio Grande del Sud e dell’Uruguay. In Brasile nel 1839 conobbe Ana Maria De Jesus Ribeiro, detta Anita. Giuseppe e Anita si sposarono nel 1842, da questa unione nacquero quattro figli di cui però solo tre sopravvissero all’età neonatale: Menotti, Teresita e Ricciotti. Nel 1848 la famiglia rientrò a Nizza.

Giuseppe Garibaldi partecipò attivamente alla prima guerra di indipendenza e alla difesa della Repubblica Romana insieme ad Anita, che combatté al suo fianco. Dopo la sconfitta di Roma contro l’esercito francese, Giuseppe e Anita fuggirono attraverso l’Italia per raggiungere le terre piemontesi. Anita, che era incinta, morì il 4 agosto 1849 presso Ravenna per un attacco febbrile aggravato dalle fatiche del viaggio. Nel 1859 Garibaldi partecipò alla seconda guerra di indipendenza al comando, come maggiore generale, dei Cacciatori delle Alpi, reparto creato nell’ambito dell’esercito piemontese per dotare il generale di truppe regolari. Con Garibaldi ebbero il comando dei Cacciatori delle Alpi Enrico Cosenz e Giacomo Medici.

Intanto la spedizione al sud non trovava appoggi in Piemonte dove Cavour temeva l’iniziativa di Garibaldi con la possibile invasione dello Stato della Chiesa, dopo la conquista del regno delle due Sicilie. Cavour comunque voleva cogliere l’opportunità che quel momento storico gli offriva, considerava una sollevazione popolare nel sud come una buona scusa di intervento per ristabilire “l’ordine pubblico” e proseguire nell’unificazione dell’Italia. Persino il repubblicano Mazzini premeva per questa soluzione pro-Piemonte: “non si tratta di repubblica o monarchia, si tratta di unità nazionale”.

Cavour mandò due navi della sua marina in Sicilia per avere un punto di osservazione degli avvenimenti che si avviavano verso la sommossa armata contro i borbonici, e diede incarico a Giuseppe La Farina di partecipare alle riunioni di organizzazione della spedizione, che si tenevano a Genova, quartier generale di Garibaldi e degli ufficiali napoletani superstiti che avevano abbracciato la causa italiana: Enrico Cosenz e i fratelli Carlo e Luigi Mezzacapo. Alle riunioni partecipava Enrichetta Di Lorenzo, grande amica di Enrico Cosenz e compagna del defunto Carlo Pisacane, che spingeva per la liberazione del sud e del suo caro amico Giovanni Nicotera, compagno di Pisacane nella sfortunata spedizione di Sapri, detenuto nelle prigioni borboniche.

Prese parte alle ultime decisive riunioni genovesi anche Cavour. Si distribuirono i compiti della spedizione: Garibaldi, Medici e Cosenz avrebbero curato la spedizione militare, Carlo Mezzacapo si sarebbe recato a Napoli in incognito, come una sorta di secondo ambasciatore, per contattare in segreto gerarchie militari , politici ed esponenti della nobiltà per favorire la spedizione, Luigi Mezzacapo avrebbe guidato le truppe regolari piemontesi, attraverso le Marche, per portare aiuto nel momento decisivo, e per far prendere possesso del sud al Piemonte.

Garibaldi e i Mille (2ª parte)

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Bibliografia:
Giuseppe Cesare Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille, Zanichelli, 1880
George Macauley Trevelyan, Garibaldi e i mille, Bologna, Zanichelli, 1909
Ippolito Nievo, Diario della spedizione dei Mille, Milano, Mursia, 2010
it.wikipedia.org/wiki/Spedizione_dei_Mille
it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Garibaldi
Mino Milani, Giuseppe Garibaldi (Storia, biografie, diari), Mursia, 2006
Indro Montanelli, Marco Nozza, Giuseppe Garibaldi, BUR, 2007
it.wikipedia.org/wiki/Virginia_Oldoini