I moti del ’48 a Napoli

The 1848 riots in Naples (Read English version)

Nel 1848 a Napoli scoppiarono moti rivoluzionari  contro l’oppressione della monarchia borbonica e per maggiori libertà; tutto finì in un bagno di sangue nelle strade e nelle case di Napoli dovuto ai mercenari svizzeri.

“E’ successo il ’48, succede il ’48” sono modi di dire a Napoli che ricordano i moti del 1848, quando fu inferta una insanabile ferita alla parte più evoluta del popolo napoletano dai Borbone al potere.

Tutto iniziò nei primi giorni di gennaio del 1848 a Palermo. Il 12 gennaio Rosolino Pilo e Giuseppe La Masa guidarono una rivolta contro le truppe borboniche presenti nell’isola. Il 12 gennaio non era un giorno qualunque ma il compleanno del re Ferdinando II che era nato nel 1810 a Palermo, durante il soggiorno in quella città di Ferdinando IV e della moglie Maria Carolina a causa della occupazione francese del regno di Napoli con Gioacchino Murat.

La mattina del 12 alcuni manifesti, affissi nelle vie di Palermo, chiamarono a raccolta per dare inizio alla rivoluzione. Si presentarono in pochi, che furono affrontati dalle truppe borboniche intervenute per disperderli. Con una azione coraggiosa e fortunata Giuseppe La Masa riuscì a sopraffare le truppe regolari con pochi uomini, costringendole alla ritirata. Questa inaspettata vittoria convinse il popolo sulla possibilità di sconfiggere il Borbone. Quindi improvvisamente e in pochissimo tempo si radunò una gran folla pronta alla lotta armata.

La rivolta si diffuse a macchia d’olio in tutta la Sicilia. Le truppe, incalzate dai rivoltosi guidati da un gruppo di siciliani che rappresentava l’intellighenzia dell’isola, tra i quali erano presenti Ruggero Settimo e Francesco Crispi, furono respinte nella città di Messina. La rivolta si estese dalla Sicilia su tutto il continente europeo: Firenze, Parigi, Roma, Vienna, Berlino e Venezia. Ne rimasero indenni l’Inghilterra, per l’attaccamento del popolo alla sua monarchia, la Russia, nella quale l’arretratezza sociale non permise alcuna rivoluzione, e la Svezia che già si era data una veste costituzionale nel 1809 con la chiamata al trono del generale napoleonico Bernadotte.

A Napoli il 27 gennaio del 1848 scoppiarono i primi disordini; il re, per soffocare la rivoluzione e riportare l’ordine, concesse ai napoletani la costituzione che fu promulgata l’11 febbraio. Fu concessa anche una amnistia a tutti i condannati politici, così che molti di loro poterono tornare dall’esilio. Nella costituzione era prevista l’istituzione del Parlamento con membri eletti dal popolo.

Il 18 marzo a Milano scoppiarono i moti delle cinque giornate. Di fatto era iniziata la I guerra di indipendenza alla quale parteciparono, oltre che i piemontesi, l’esercito toscano, truppe dello stato pontificio e l’esercito napoletano con al comando il generale Gugliemo Pepe, che era rientrato a Napoli a seguito dell’amnistia dopo 28 anni di esilio, tutti uniti nella Lega Italiana contro gli austriaci.

I piemontesi assecondando i moti milanesi avevano l’obiettivo di liberare il nordest dell’Italia dall’occupazione asburgica unendolo al Piemonte sotto la bandiera dei Savoia. Re Ferdinando II, memore dei forti legami tra i Borbone di Napoli e l’impero austro-ungarico che per ben due volte era intervenuto per ripristinare il loro trono, colse l’occasione della dichiarazione contro ogni guerra che il papa Pio IX fece nel concistoro del 29 aprile, per richiamare le sue truppe che si trovavano in Emilia nell’ambito della lega italica.

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G. Riccio – generale Carlo Mezzacapo

Non tutti obbedirono, una parte delle truppe comandata dal generale Pepe, con i reparti dell’arma di artiglieria e quella del genio, le cosiddette “armi dotte”, rifiutarono di rientrare a Napoli. Con Guglielmo Pepe si schierarono altri ufficiali napoletani: Luigi e Carlo Mezzacapo, Enrico Cosenz, Cesare Rossaroll, Alessandro Poerio e Girolamo Calà Ulloa. Essi, con le truppe a loro fedeli, proseguirono verso Venezia dove aiutarono i Veneziani a contrastare l’assedio degli austriaci. Carlo Mezzacapo si distinse nella difesa del forte di Marghera e di San Secondo, mentre il fratello Luigi fu al comando del forte di Brondolo.

Dopo la resa di Venezia ambedue si recarono a Roma dove nel frattempo era nata la Repubblica Romana e dove ebbero incarichi di governo fin quando l’esercito francese non intervenne restituendo il potere al papa.

Bassorilievo a Venezia raffigurante Guglielmo Pepe, Enrico Cosenz, Girolamo Calà Ulloa, Cesare Rossaroll e Carlo Mezzacapo
Bassorilievo a Venezia raffigurante eroi napoletani del ’48 – tratta da Google Street View

Alcuni bassorilievi posti a Calle Larga Ascension, alle spalle di piazza S. Marco a Venezia, ricordano gli eroi della Repubblica di San Marco del 1848: nel primo sono rappresentati Gugliemo Pepe, Carlo Mezzacapo, Enrico Cosenz, Girolamo Calà Ulloa e Cesare Rossaroll con la scritta “… Ufficiali napoletani, offersero vita e sangue a Venezia…”.

Il 14 maggio 1848 a Napoli, i deputati eletti al parlamento rifiutarono la formula di giuramento sulla costituzione, chiedevano che la stessa fosse cambiata poiché quella predisposta conteneva una sostanziale sottomissione al potere del re. I deputati erano riuniti nell’antico monastero di S. Lorenzo a Monteoliveto, sede del parlamento. Nella notte tra il 14 e il 15 maggio furono allestite delle barricate nelle vie della città, una allo sbocco di via Toledo di fronte a Palazzo Reale.

Il re in un primo momento era favorevole ad accordare cambiamenti nella formula di giuramento dei parlamentari. Egli, visto gli assembramenti di cittadini, le barricate che erano state costruite nella notte, il radicalismo di alcuni parlamentari, voleva evitare a tutti i costi sanguinosi scontri a fuoco tra le truppe dell’esercito che era schierato in città e i cittadini che erano inquadrati nella Guardia Nazionale, con tanto di uniformi e fucili. Ma, influenzato da alcuni membri conservatori del consiglio della corona e del governo, Ferdinando rettificò la formula di giuramento ricalcando sostanzialmente la precedente versione.

Il 15 maggio ci fu un ennesimo rifiuto da parte dei membri del parlamento ad accettare il nuovo giuramento; il re allora propose di iniziare senza procedere al giuramento, su questa base sembrò esserci accordo, l’assemblea si riunì per l’inizio dei lavori parlamentari. Appena iniziata la seduta ci fu una azione di disturbo da parte di due cittadini, i quali annunciarono falsamente che il palazzo era stato circondato dall’esercito; la cosa fu immediatamente smentita dal capo della polizia che era presente nell’aula; i lavori parlamentari ebbero inizio.

Nel frattempo in città l’atmosfera tra i barricadieri diventava sempre più tesa a causa delle voci incontrollate che circolavano, che riferivano falsamente di scontri in corso tra truppe e rivoltosi. Sebbene gli scontri non fossero voluti da alcuna delle due parti, i facinorosi di entrambe le fazioni erano al lavoro per intorbidire le acque che già si presentavano agitate.

La barricata costruita allo sbocco di via Toledo verso largo di Palazzo (piazza del Plebiscito) aveva al comando Stefano Mollica, il medico amico di Antonio Ranieri che aveva redatto il certificato di morte di Giacomo Leopardi. Ad un certo punto si avvicinarono alla barricata due ufficiali borbonici per parlamentare con i rivoltosi; dall’arma di Stefano Mollica partirono due colpi che colpirono mortalmente i due ufficiali. Anche a largo Mercatello (piazza Dante) un militare dell’esercito fu ucciso.

A questo punto la situazione precipitò; il re, su invito del generale Alessandro Nunziante, figlio del generale Vito Nunziante che aveva giustiziato Gioacchino Murat a Pizzo Calabro, diede ordine all’esercito di attaccare le barricate per disperdere i rivoltosi. Le truppe attaccarono i rivoltosi in tutta la città; si ebbero violenti scontri a fuoco, non mancarono colpi di cannone che incendiarono e distrussero parecchi palazzi; furono uccisi anche molti civili che non erano coinvolti negli scontri. Le truppe mercenarie svizzere entrarono nelle case da dove venivano gli spari ammazzando tutti gli occupanti che venivano a tiro.

Il numero dei morti di quella maledetta giornata del 15 maggio del 1848 fu imprecisato, ma compreso tra le 500 e le 2000 vittime, gli arresti superarono le 500 unità. Disse Luigi Settembrini che quella giornata sanguinosa fu provocata da “pazzi” e i “savi” non fecero nulla per evitarla.

Nei giorni seguenti venne sciolta la Guardia Nazionale e fu istituita la legge marziale; il parlamento momentaneamente chiuso, riprese a funzionare solo il 2 luglio. Molti dei coinvolti negli scontri fuggirono all’estero. Gli arrestati furono rinchiusi su una nave prigione ma, con l’intervento del generale Pepe, si ammutinarono riuscendo a raggiungere lo stato pontificio.

Così raccontò i fatti del 15 maggio del ’48 la scrittrice Enrichetta Carafa Capecelatro nel suo breve romanzo “Una Famiglia Napoletana nell’800”:
“Il 15 maggio mio zio Ettore e mio padre, in uniforme della guardia nazionale, uscirono armati di fucili, per prender parte alla difesa delle barricate. Ma già la confusione era enorme, e si trovarono travolti nello scompiglio di una folla fuggente che urtava e premeva, fra gli urli dei feriti, il rumore delle cannonate, il fumo, la polvere, il pànico. Capirono che tutto oramai era perduto, e, riusciti ad entrare in una casa sconosciuta, a Toledo, seguitarono a tirare dalle finestre sui soldati, con la rabbia della disperazione. Quando i patriotti vinti dovettero cedere al numero e alla forza e le barricate furono abbattute e le strade diventavano deserte, essi si trovarono lì in quella casa dove non conoscevano nessuno, e, passata la febbre della lotta, cominciarono a preoccuparsi del pensiero di compromettere i loro ospiti involontari. Si spogliarono delle loro uniformi e furon loro date due giacchette bianche da cuochi, e così travestiti potettero uscire inosservati da un portoncino che metteva in un vicolo. I loro fucili furono gettati nel pozzo. Quando, dopo pochi giorni, venne l’ordine del disarmo e tutte le guardie nazionali dovevano consegnare le armi, essi si trovarono molto imbarazzati di non poter consegnare le loro, e a stento, con l’aiuto di un’ordinanza di mio zio Michele che, non so come, aveva in serbo due fucili, poterono evitare noie serie.
In quel medesimo giorno del 15 maggio una giovinetta tredicenne, Costanza, della famiglia Vasaturo, che era imparentata coi Capecelatro, nel traversare un’anticamera fu barbaramente uccisa dai soldati Svizzeri che avevano invaso il palazzo Vasaturo a Santa Brigida, per far vendetta di un colpo di fucile che dicevano esser stato tirato da una finestra.”

Intanto in Sicilia, dove era in carica il governo degli insorti guidato da Ruggero Settimo, ex ammiraglio borbonico, proposero a Ferdinando II di nominare re dell’isola un familiare della casa reale, dividendo il regno di Napoli da quello di Sicilia. Di fronte ai tentennamenti di Ferdinando la proposta di diventare re di Sicilia fu avanzata nei confronti di Ferdinando Alberto Amedeo di Savoia, cugino di Carlo Alberto re di Sardegna. Alberto Amedeo, essendo impegnato al comando dell’esercito nella I guerra di indipendenza, rifiutò l’incarico.

Ferdinando II inviò in Sicilia, per riportarla sotto il suo potere, un esercito di 14000 uomini al comando di Carlo Filangieri, nonché la flotta napoletana che doveva trasportare le truppe da Reggio a Messina. La città fu bombardata violentemente finchè non si arrese. Il 6 settembre del 1848 Messina fu invasa dall’esercito comandato dal generale Nunziante. Il 28 febbraio del 1849 l’esercito borbonico riprese l’avanzata verso Palermo, mentre il re prometteva ai siciliani un nuovo statuto.

I 6.000 soldati dell’esercito rivoluzionario furono sconfitti dalle truppe borboniche. Il 14 aprile il parlamento siciliano aderì alle proposte di Ferdinando II che concesse l’amnistia generale. Le porte di Palermo furono aperte alle truppe napoletane. I capi della rivoluzione, esclusi dall’amnistia, furono condannati all’esilio, da dove poterono rientrare solo al seguito della spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi nel 1860.

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Bibliografia:
Giovanni Mulè, La rivoluzione del 1848 e la provincia di Caltanissetta, Caltanissetta, 1898
Denis Mack Smith, Storia della Sicilia medioevale e moderna, Laterza, Roma-Bari, 1976
it.wikipedia.org/wiki/Storia_del_Regno_delle_Due_Sicilie_nel_1848
Gleijeses, V., La Storia di Napoli, Società Editrice Napoletana, 1977
Trevelyan, R., Principi sotto il vulcano, BUR, 1997
Ugo Pesci, Il generale Carlo Mezzacapo: e il suo tempo. Da appunti autobiografici e da lettere e documenti inediti. Bologna: Nicola Zanichelli, 1908
it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Mezzacapo

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