Eleonora de Fonseca Pimentel, la Portoghesina

Eleonora de Fonseca Pimentel, the Portoghesina (Read English version)

Accolta alla corte reale dei Borbone rinunciò a tutti i relativi benefici per seguire la sua vocazione giacobina. Fu una figura di spicco della Repubblica Napoletana; fu la prima direttrice donna in Italia di un giornale, “Il Monitore Napoletano”.

-Forsan et haec olim meminisse iuvabit- “Forse un giorno gioverà ricordare tutto questo”
questa fu la frase che pronunciò Eleonora, citando Virgilio, avviandosi al patibolo in piazza Mercato, insieme ai suoi sfortunati compagni, per essere giustiziata mediante impiccagione.

Essendo nobile aveva chiesto durante il processo al giudice Vincenzo Speciale di essere decapitata, ma non le fu riconosciuto il “privilegio” della decapitazione perchè, disse il giudice, la sua era nobiltà portoghese e non napoletana. Questo fu l’ultimo affronto che le volle fare la sua ex intima amica Maria Carolina per vendicarsi del suo giacobinismo.

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Roma – via di Ripetta- casa natale di Eleonora de Fonseca Pimentel – 2008 – Lalupa CC BY SA 3.0

Eleonora de Fonseca Pimentel era nata a Roma, in via di Ripetta 22, il 13 gennaio 1752; il padre era Clemente de Fonseca Pimentel, di una nobile famiglia che aveva lontani radici in Spagna ma che a metà del secolo XVII si era stabilita in Portogallo; la madre era Caterina Lopez de Leon, anche lei appartenente alla nobiltà portoghese.

I suoi genitori si erano trasferiti a Roma nel 1750 insieme a tutta la famiglia: la sorella della madre, Michela Lopez vedova del fratello di Clemente, con i figli e l’abate Antonio Lopez zio della madre. Nel 1760 ci fu una rottura dei rapporti diplomatici tra il papa e il regno portoghese in conseguenza della requisizione di tutti i beni della chiesa in Portogallo a favore dello stato. L’ambasciatore portoghese a Roma, temendo pesanti rappresaglie, consigliò a tutti i connazionali residenti di lasciare lo stato pontificio. Eleonora, di 8 anni, e tutta la sua famiglia si sistemarono a Napoli.

Eleonora studiò con lo zio abate, approfondendo la letteratura, il latino, il greco e le scienze naturali; era particolarmente portata per la poesia e per lo studio delle lingue straniere. Nella casa paterna ebbe modo di frequentare Gaetano Filangieri e Domenico Cirillo assorbendo da queste frequentazioni le idee liberali che poi l’accompagnarono per la vita. Giovanissima ebbe rapporti epistolari con i maggiori letterati dell’epoca, tra cui Pietro Metastasio a cui inviava le sue prime creazioni letterarie, ricevendone complimenti e incoraggiamenti a continuare.

Pubblicò un volume di poesie “Il Tempio della Gloria” ed una traduzione dal latino di uno studio di Nicola Caravita, con suoi commenti, che contestava i presunti diritti feudali del papa sul regno di Napoli; inoltre pubblicò un libretto con poesie dedicate al matrimonio tra Ferdinando IV e Maria Carolina; in queste sue prime opere utilizzava lo pseudonimo di
Epolnifenora Olcesamante che era un anagramma del suo nome. Ebbe anche rapporti epistolari con Voltaire dal quale acquistò una copia della sua Encyclopedie.

Per i suoi meriti letterari fu ricevuta a corte dove ebbe l’incarico di bibliotecaria della regina con un sussidio economico; in questa occasione iniziò il suo rapporto d’amicizia con la regina Maria Carolina. Nel 1775, alla nascita del primogenito dei reali, Eleonora scrisse il poemetto “La Nascita di Orfeo” dedicandolo al piccolo Carlo Francesco.

Risale in questo periodo la scrittura del dramma “Trionfo della virtù” nel quale la Fonseca celebrò il primo ministro portoghese Pombal che, con le sue vedute liberali, stava rivoluzionando la struttura dello stato, indirizzando il re Giuseppe I verso un governo illuminato, nel quale al re veniva riservata la funzione di distributore di giustizia e di rappresentanza dello stato mentre il governo aveva il compito prima di riformare la struttura statale e poi di governare.

Dopo essere rimasta orfana della madre all’età di 19 anni, nel 1778 si sposò con un ufficiale dell’esercito borbonico, Pasquale Tria de Solis, appartenente alla piccola nobiltà napoletana. Da questo matrimonio nacque un figlio, Francesco, che morì dopo sette mesi. Eleonora ebbe altre due gravidanze che non riuscì a portare a termine anche a causa della violenza del marito nei suoi confronti. In effetti Pasquale Tria era una persona grossolana, poco colta, gelosa dei successi letterari e dei rapporti che Eleonora intratteneva con i più famosi intellettuali del tempo. Questo infelice matrimonio finì nel 1784 con la separazione dei due.

Dopo la separazione Eleonora approfondì i suoi studi scientifici ed economici, tralasciando momentaneamente la poesia, ebbe rapporti con Alberto Fortis, famoso naturalista padovano. In occasione della creazione della colonia di S. Leucio e della emanazione dello statuto che ne regolava la vita, scrisse il sonetto “Componimenti poetici, per le leggi date alla nuova popolazione di Santo Leucio da Ferdinando IV re delle Sicilie” per celebrare l’entusiasmo che aveva generato nei liberali napoletani quello statuto che somigliava così tanto ai principi di monarchia illuminata che essi propugnavano.

Dal 1793 i rapporti tra la Fonseca e Maria Carolina iniziarono a guastarsi. La regina a seguito degli avvenimenti rivoluzionari che stavano avvenendo in Francia dove la sorella, la regina Maria Antonietta, era stata ghigliottinata, cambiò repentinamente il suo atteggiamento nei confronti dei giacobini napoletani, che in un primo momento aveva protetto e, almeno parzialmente, condiviso le idee liberali. Tra questi la regina annoverava anche Eleonora poiché la stessa aveva partecipato a un ricevimento che l’ammiraglio Latouche aveva dato sulla sua nave invitando gli esponenti giacobini locali; egli era venuto a Napoli con la flotta francese minacciando il re per l’atteggiamento poco amichevole avuto da Ferdinando IV nei confronti della Francia rivoluzionaria.

La Fonseca diventò una sospettata per le autorità di polizia borboniche, nel 1797 le fu sospeso il vitalizio di cui ancora godeva per il servizio reso come bibliotecaria della regina. Nel 1798 subì una perquisizione in casa dove furono trovate le copie della Encyclopedie che era proibita nel regno. Il 5 ottobre del 1798 fu imprigionata nelle dure prigioni della Vicaria come sospetta giacobina, nonostante l’intervento dell’ambasciatore portoghese a Napoli.

A gennaio del 1799, dopo la fuga dei reali a Palermo e la firma dell’armistizio da parte di Francesco Pignatelli, vicario del re a Napoli, con il generale francese Championnet, una torma di “lazzari” invase la Vicaria per liberare i prigionieri comuni che erano reclusi in quel carcere; la Fonseca, approfittando della confusione, potè abbandonare la prigione e unirsi ai gruppi di rivoluzionari che cercavano di conquistare Castel Sant’Elmo per facilitare l’ingresso in città delle truppe francesi, contrastate dai “lazzari” napoletani filo-realisti.

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Castel Sant’Elmo – Lalupa 2007 CC BY 3.0

Mediante uno stratagemma un gruppo di donne, tra cui Eleonora, riuscì ad entrare nel forte e ad aprire le porte ai rivoluzionari che si impadronirono del castello. Dall’alto degli spalti che affacciano sulla città i filo-repubblicani bombardarono le sacche di resistenza dei lazzari permettendo all’esercito francese di entrare in città.

Con la costituzione del governo rivoluzionario della “Repubblica Napoletana”, la Fonseca ne divenne una colonna portante in quanto le fu affidata la redazione di un giornale che diffondesse tra il popolo i principi libertari della repubblica. Eleonora, che per adeguarsi ai principi egualitari della rivoluzione rinunciò al “de” nobiliare del suo nome, fondò il “Monitore Napoletano” e ne divenne la direttrice e l’unica redattrice.

Il Monitore fu pubblicato dal 2 febbraio all’8 giugno e furono dati alle stampe 32 numeri bisettimanali. Il giornale, pur non essendo un organo ufficiale della repubblica, ne era la voce con la quale venivano informati i cittadini dei provvedimenti che il nuovo governo adottava. La Fonseca non rinunciava alle critiche, in special modo nei confronti delle truppe francesi che erano le garanti della repubblica ma che spesso, con i loro comportamenti non corretti nei confronti della popolazione, erano oggetto delle reprimende severe della stessa attraverso le colonne del suo giornale.

Ormai la parentesi di libertà di Napoli volgeva al tramonto, l’esercito francese del generale Championnet fu chiamato nel nord Italia per la difesa della Repubblica Cisalpina che soffriva sotto gli attacchi militari della restaurazione asburgica. Napoli fu lasciata sola a difendersi contro le truppe dell’esercito della “Santa Fede” del cardinale Ruffo, incaricato dal re di ripristinare il suo potere con tutti i mezzi. Il 13 giugno fu invasa dai sanfedisti che commisero i più abbietti delitti, pur di piegare la resistenza dei rivoluzionari.

I patrioti rivoluzionari si rinchiusero, per difendersi, nelle fortezze napoletane: Castel Nuovo, Castel dell’Ovo, Castel Sant’Elmo. In questa fortezza, che fu l’ultima ad arrendersi, si trovava Eleonora. Il cardinale Ruffo propose una “onorevole capitolazione” nella quale veniva assicurato agli assediati la possibilità di espatriare al seguito delle truppe francesi, i repubblicani accettarono di arrendersi a queste condizioni.

Il re non volle riconoscere l’accordo sottoscritto dal cardinale Ruffo e dai comandanti militari stranieri presenti in città. I repubblicani furono rinchiusi, prigionieri, su una nave alla fonda nella baia di Napoli, in attesa delle decisioni sull’eventuale espatrio dei prigionieri. In un primo momento sembrò che la Pimentel fosse destinata all’esilio, poi, improvvisamente, la “portoghesina”, con alcuni suoi compagni, fu fatta scendere dalla nave in partenza per la Francia, e fu rinchiusa nel forte del Carmine. Forse una vendetta di Maria Carolina, implacabile persecutrice di giacobini dopo l’esecuzione della sorella Maria Antonietta.

Il 20 agosto del 1799 Eleonora Fonseca Pimentel, Giuliano Colonna, Vincenzo Lupo, Gennaro Serra di Cassano insieme ad altri rivoluzionari furono giustiziati in piazza Mercato. Era prescritto che i corpi dovessero essere esposti sulla forca per 24 ore, ma un temporale estivo obbligò che gli stessi venissero rimossi immediatamente. Furono tutti sepolti nella Chiesa di S. Maria di Costantinopoli che si trovava nel complesso monastico di S. Eligio, a pochi passi da piazza Mercato.

Anche un fratello della Fonseca, Giuseppe, fu condannato a morte per gli accadimenti repubblicani, avrebbe dovuto essere giustiziato il 20 ottobre del 1799, ma all’ultimo momento gli fu concessa la grazia reale ed ebbe salva la vita.

Nella prima metà dell’ottocento il complesso di S. Eligio fu ristrutturato e la chiesa di S. Maria di Costantinopoli venne abbattuta. In questi casi i corpi sepolti venivano trasferiti nel cimitero di Poggioreale, nelle sedi delle rispettive confraternite, ma non è stata trovata alcuna traccia di un trasferimento di salme dal convento di S. Eligio; pertanto è ignota l’ubicazione della sepoltura dei resti mortali di Eleonora Fonseca Pimentel.

Un nipote di Eleonora intorno al 1850 rilevò una cappella gentilizia nel cosiddetto quadrato nel cimitero di Poggioreale contrassegnata dal nome della famiglia Fonseca, cappella ancora oggi esistente. In questa cappella furono radunati i resti mortali di tutti i familiari defunti che a suo tempo si erano trasferiti dal Portogallo a Napoli. E’ ragionevole supporre che anche i resti di Eleonora vi siano stati trasferiti, ma Benedetto Croce, che aveva una personale conoscenza con un anziano membro della famiglia Fonseca, non riuscì comunque a individuare il luogo di sepoltura.

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Bibliografia:
Benedetto Croce, Eleonora de Fonseca Pimentel, Roma, Tipografia Nazionale, 1887
Maria Antonietta Macchiocchi, Cara Eleonora, Milano, Rizzoli, 1993
Enzo Striano, Il resto di niente. Storia di Eleonora de Fonseca Pimentel e della rivoluzione Napoletana, Milano Rizzoli, 2004
it.wikipedia.org/wiki/Eleonora_Pimentel_Fonseca
treccani.it/enciclopedia/fonseca-pimentel-eleonora-de_(Dizionario_Biografico)
Antonella Orefice, La Penna e La Spada, Napoli, Arte Tipografica Editrice, 2009