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The Neapolitan Republic and the martyrs of 1799 (Read English version)

La rivoluzione francese scosse l’Europa, a Napoli un manipolo di rivoluzionari cacciarono i Borbone e fondarono la “Repubblica Napolitana”, pagarono tutti con la vita per mano di una restaurazione feroce.

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I principi della rivoluzione francese, che ebbe inizio nel 1789 con la presa della Bastiglia, si diffusero come un germe attraverso tutta l’Europa, in ogni dove nascevano le così dette repubbliche gemelle. Le nascite di queste repubbliche furono facilitate dalle campagne militari fatte dalla Francia rivoluzionaria per liberare i paesi europei dai poteri delle varie case reali che opprimevano le libertà fondamentali dei popoli.

In Italia l’esercito rivoluzionario francese, comandato da Napoleone, invase il Piemonte, poi la Lombardia e avrebbe invaso Vienna se non fosse sopraggiunto il trattato di Campoformio (1797), con il quale l’Austria salvò il salvabile, anzi acquisendo l’antica repubblica di Venezia. In seguito alla campagna d’Italia condotta da Napoleone nacquero la Repubblica Ligure, la Repubblica Cisalpina e infine la Repubblica Romana nel 1798.

A Napoli una prima anticipazione di quel che sarebbe successo entro pochi anni si ebbe nel 1792 quando la flotta francese comandata dall’ammiraglio Latouche si fermò alla fonda, di fronte al porto di Napoli. Latouche chiese soddisfazione al re Ferdinando IV circa una azione diplomatica concordata con il governo turco ostile alla Francia. Ferdinando, per evitare guai grossi, si prodigò in scuse con il Latouche, che soddisfatto rinunciò ad una azione bellica ripartendo con le sue navi.

Sfortunatamente i francesi, appena fuori dal golfo, andarono incontro ad un tempesta che costrinse l’ammiraglio a far di nuovo scalo a Napoli. In questa occasione il francese promosse nella città partenopea una associazione giacobina chiamata “Società degli Amici della Libertà e dell’Uguaglianza”, fu il primo germe che introdusse anche a Napoli i valori fondanti della rivoluzione francese tra le intelligenze più illuminate del regno.

La “Società degli Amici della Libertà e dell’Uguaglianza“ diede vita per germinazione a due associazioni segrete, una chiamato ROMO “Repubblica o Morte” ed un’altra chiamata LOMO “Libertà o Morte”; gli adepti di questi sodalizi congiuravano per l’uccisione del re e la proclamazione della repubblica. Furono scoperti dalla autorità borboniche e 56 di loro furono imprigionati, quasi tutti condannati a varie pene; tre di loro, Vincenzo Gabiani, Vincenzo Vitaliani ed Emanuele De Deo furono condannati all’impiccagione che fu eseguita il 17 ottobre 1794.

La regina Maria Carolina, dopo la decapitazione della sorella Maria Antonietta a Parigi da parte dei rivoluzionari francesi, nella sua qualità di membro del Consiglio della Corona e sollecitando il marito Ferdinando, promosse a una durissima repressione nei confronti di tutte le manifestazioni di giacobinismo presenti nello stato, mettendo termine alla tolleranza che aveva caratterizzato fino ad allora la politica dei Borbone.

Nel 1798, alla fine di ottobre, Ferdinando IV dichiarò guerra alla Repubblica Romana, si avviò con un esercito di 80.000 soldati verso Roma per ristabilire il potere temporale del papa, entrò in Roma dichiarandosi occupante della città eterna tra l’ironia dei romani. I francesi, tutori della Repubblica Romana, con le loro truppe comandate dal generale Championnet affrontarono l’esercito borbonico nella battaglia di Civita Castellana, vincendo e costringendo a una precipitosa ritirata i napoletani con in testa re Ferdinando.

Championnet a Napoli il 23 gennaio 1799
Championnet a Napoli il 23 gennaio 1799

I francesi non si fermarono, continuarono la marcia verso il sud per stabilire l’ordine rivoluzionario anche nel regno di Napoli. La famiglia reale, di notte e portandosi dietro il tesoro della corona e quello del Banco di Napoli, si trasferì a Palermo a bordo della nave inglese Vanguard comandata da Horatio Nelson, scortata dal vascello Sannite comandato da Francesco Caracciolo che trasportava il resto della corte reale.

Francesco Pignatelli, nominato dal re vicario generale a Napoli, diede ordine di incendiare la flotta per non farla cadere in mani francesi. L’11 gennaio del 1799 Pignatelli firmò l’armistizio con il generale Championnet. A questo punto scoppiò la rivolta dei “lazzari” contro i francesi impedendo l’entrata in città del loro esercito.

I repubblicani napoletani riuscirono a conquistare Castel Sant’Elmo, situato sul bordo della collina del Vomero che si affaccia sulla città di Napoli. Da quella posizione i rivoluzionari filo-francesi bombardarono le torme dei “lazzari” disperdendole; in tal modo i francesi riuscirono a vincere le resistenze facendo ingresso in città. Il Pignatelli, visto che le cose si mettevano male, abbandonò Napoli e fuggì anche lui a Palermo.

Mentre ancora era in corso la battaglia tra le formazioni realiste napoletane e i francesi di Championnet, fu piantato l’albero della Libertà, un olmo, all’interno delle mura di Castel Sant’Elmo; fu il primo di una lunga serie di alberi della libertà piantati in città e in tutte le province che aderivano man mano alla repubblica. Oggi l’unico albero della libertà che dopo 217 anni sopravvive ancora è l’olmo di Montepavone (Catanzaro).

Il 23 gennaio venne proclamata la “Repubblica Napolitana”, il governo fu formato dal presidente Carlo Lauberg e da sei dicasteri sotto forma di comitati: Centrale, Legislativo, Militare, Interno, Polizia e Finanza, alla cui direzione furono: Mario Pagano, Domenico Cirillo, Pasquale Baffi, Cesare Paribelli, Melchiorre Delfico; al primo presidente provvisorio Lauberg successe Ignazio Ciaja.

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Eleonora Pimentel Fonseca

Eleonora Pimentel de Fonseca fondò il giornale ufficiale della Repubblica “il Monitore Napolitano”. Eleonora, poetessa e letterata, era di nobile discendenza portoghese; il padre si era trasferito a Roma nel 1750, poi a causa dei contrasti tra il papa e il Portogallo venne a Napoli con la sua famiglia; iscritta per volere reale nel libro d’oro della nobiltà napoletana, era stata accolta alla corte per lungo tempo, in intima amicizia con la regina. Poi fu soppiantata negli ambigui favori di Maria Carolina dalla avventuriera Emma Lyon, moglie dell’ambasciatore inglese Lord Hamilton e amante dell’ammiraglio Horatio Nelson.

Nell’avventura della Repubblica fu coinvolta la migliore borghesia del regno, alcuni esponenti del clero e una parte della nobiltà; in molte famiglie titolate si produssero profonde fratture tra gli esponenti giovani, che abbracciarono il credo della libertà, e gli anziani che rimasero fedeli ai principi monarchici. Mancò la parte più umile della popolazione che, anafalbeta, non poteva comprendere il verbo libertario se non attraverso una mediazione culturale che in quel ceto sociale veniva svolta dal clero dal pulpito delle chiese.

Il governo rivoluzionario emanò una nuova costituzione redatta dal giurista Mario Pagano sulla falsariga di quella francese, con la novità tutta partenopea della creazione di un “Eforato”, una sorta di corte costituzionale, che avrebbe dovuto verificare se le nuove norme erano in linea con lo spirito e la lettera della costituzione repubblicana. Fu emanata anche la legge che aboliva i “fedecommessi” e le “primogeniture” promossa da Giuseppe Albanese. Inoltre venne promulgata la legge sulla “eversione della feudalità”, volta a superare il sistema feudale ancora in gran parte in essere. Tutte queste leggi, inclusa la costituzione, non ebbero il tempo di esplicare la loro efficacia a causa della breve durata della repubblica.

Intanto dalla Sicilia il re aveva dato incarico al cardinale Fabrizio Ruffo di organizzare la repressione. Ruffo, originario della Calabria, si recò in quella regione, e con la predicazione sua e dei suoi preti riuscì a convincere gli strati più umili della popolazione contadina a unirsi nell’Esercito della Santa Fede per riconquistare le provincie ribelli e riportarle sotto il potere del re e della chiesa. In tale esercito trovarono un posto preminente briganti come Fra Diavolo e Mannone.

L’Esercito sanfedista marciò verso Napoli, riportando le varie province ribelli sotto il potere della corona a costo di barbari efferatezze che perfino il cardinale Ruffo, che ne era l’organizzatore e il comandante ma che non riusciva a tenere sotto controllo le truppe, ne rimase “amareggiato”.

La flotta inglese, comandata da Nelson, tentò lo sbarco a Napoli, ma si scontrò con il naviglio repubblicano, formata in modo raccogliticcio armando alcuni vascelli mercantili, comandato dall’ammiraglio della repubblica Francesco Caracciolo, ex ufficiale della flotta borbonica. Lo scontro per poco non si trasformò in una disfatta per Nelson, che si salvò solo per via delle avverse condizioni meteorologiche sopravvenute durante la battaglia.

L’esercito francese di stanza a Napoli venne richiamato in Lombardia dove la repubblica Cisalpina soffriva per l’attacco delle truppe austro-ungariche. Vienna cercava di ripristinare la supremazia dell’Austria sul Lombardo-Veneto approfittando dell’assenza di Napoleone, bloccato in Egitto a seguito della disfatta di Abukir subita dalle sue navi da parte della flotta Inglese.

Il 13 giugno i rivoluzionari napoletani, lasciati soli dai francesi, non poterono resistere all’esercito sanfedista giunto a Napoli, al quale si unirono i ceti più popolari della città. Gli esponenti della repubblica riuscirono a difendersi solo rinchiudendosi all’interno delle fortezze cittadine: Castel dell’Ovo, Castel Nuovo e Castel Sant’Elmo. La città fu sottoposta alla ferocia sanguinaria e alle efferatezze atroci dei sanfedisti del cardinale Ruffo.

Castel Sant’Elmo era l’ultimo rifugio dei rivoluzionari assediati dalle forze delle Santa Fede. Il cardinale offrì agli assediati una “onorevole capitolazione” con la quale era permesso agli stessi di poter lasciare il regno al seguito delle truppe francesi o, restando a Napoli, l’assicurazione di non essere perseguiti dalla giustizia. Queste condizioni furono accettate e furono sottoscritte oltre che dal cardinale Ruffo anche dai comandanti dei contingenti militari stranieri presenti a Napoli: russi, turchi e inglesi.

I reali, venuti a conoscenza dell’accordo di “onorevole capitolazione” intercorso tra Ruffo e i rivoluzionari, destituirono il cardinale rifiutando di riconoscere i termini dell’accordo. Ferdinando e Maria Antonietta, presi da frenesia vendicativa, fecero imprigionare tutti i rivoluzionari, circa 8000 persone, che furono sottoposte a giudizio nei tribunali del regno.

I tribunali condannarono 124 rivoluzionari alla pena capitale, 222 al carcere a vita, 322 ad altre pene, 28 furono i deportati e solo 67 gli esiliati.

Nei mesi seguenti furono eseguite le condanne a morte di tutti gli esponenti più in vista della repubblica, tra cui: Cirillo, Baffi, Pacifico, Pagano, Gennaro Serra di Cassano, Eleonora Pimentel Fonseca che fu impiccata nonostante che, essendo nobile, gli spettasse essere fucilata. Francesco Caracciolo fu giudicato da un tribunale nominato dal suo nemico Nelson e impiccato all’albero maestro della nave ammiraglia inglese.

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Gioacchino Toma – Luisa Sanfelice in carcere

La condanna a morte più incomprensibile, che commosse tutto il regno ma non il re che non volle concederle la grazia, fu quella della povera Luisa Sanfelice, punita non tanto per la sua attività rivoluzionaria, nella quale si trovò coinvolta a sua insaputa a causa dell’amante attivo repubblicano, ma perchè il marito Andrea Sanfelice, appartenente ad una nobile famiglia, voleva vendicarsi dei vari tradimenti che la moglie gli aveva inflitto.

Il padre di Gennaro Serra di Cassano per mostrare il suo disprezzo nei confronti del re che aveva fatto giustiziare il figlio nonostante le sue richieste di grazia, sprangò il portone del suo palazzo a Monte di Dio che si trovava di fronte al Palazzo Reale; il portone fu riaperto solo nel 1960 in occasione del cosiddetto “Ballo dei Re” dato in occasione delle olimpiadi della vela che si tennero a Napoli a cui parteciparono molti esponenti di case regnanti.

I reali con questo tradimento bruciarono l’eredità positiva lasciata da Carlo III, padre di Ferdinando, per le buone cose che aveva fatto a Napoli, rompendo i legami con la intellighenzia del regno, diventando aguzzini senza onore per non aver rispettato i patti sottoscritti. Fu questo il momento di cesura a partire dal quale i patrioti italiani nel progettare l’unità d’Italia trovarono accettabile una monarchia con i Savoia ma non con i Borbone.

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Bibliografia:

Vincenzo Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, Milano, Rizzoli (BUR), 1999.
Benedetto Croce, La rivoluzione napoletana del 1799. Biografie, racconti e ricerche, Bari, Laterza, 1912, 1961
Benedetto Croce, Aneddoti di varia letteratura, II ed., Bari, Laterza, 1953
Maria Antonietta Macciocchi, L’amante della rivoluzione. La vera storia di Luisa Sanfelice e della Repubblica napoletana del 1799,  Arnoldo Mondadori Editore 1997
it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_Napoletana_(1799)
it.wikipedia.org/wiki/Luisa_Sanfelice