Benedetto Croce

The biography of Benedetto Croce (Read English version)
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Fu filosofo, storico, letterato, senatore, ministro. Una vita di studi attraversata da tante vicissitudini personali e politiche: fu vittima del terremoto di Casamicciola dove rimase ferito nel crollo della casa, da antifascista subì un’incursione di fascisti in casa sua.

Benedetto Croce nacque il 25 febbraio 1866 a Pescasseroli (Abruzzo). Il padre, Pasquale Croce, era napoletano di famiglia benestante originaria dell’Abruzzo. La madre Luisa Sipari apparteneva alla famiglia più in vista di Pescasseroli (L’Aquila).

I Croce era una antica stirpe che trovava origine nel ‘400 a Montenerodomo (Chieti), dove già vi era traccia del cognome sotto la forma di “Sancta Crux”; intorno al 1660 un ramo dei Croce si affrancò dalla pastorizia servile attraverso un suo esponente, Angelo Croce, che, avuto l’incarico di agrimensore con il compito di censire le vaste proprietà di un nobile locale, riuscì a dare alla sua famiglia un certo benessere economico. I suoi tre figli, uno dei quali divenne prete, riuscirono a mettere insieme la proprietà di un gregge formato da circa undicimila capi di bestiame. Attraverso successive generazioni i Croce costruirono un patrimonio fatto di proprietà terriere localizzate principalmente nella Capitanata (Foggia).

Il padre di Benedetto, Pasquale, risiedeva per motivi di lavoro a Pescasseroli. In quella cittadina conobbe e sposò Luisa Sipari. Abitarono nel palazzo gentilizio che apparteneva alla famiglia della sposa, nel centro di Pescasseroli. Ebbero tre figli: Benedetto, Alfonso e Maria. In seguito i coniugi Croce decisero di trasferirsi a Napoli, città natale di Pasquale, dove vivevano i suoi parenti.

Il 28 luglio 1883 la famiglia Croce si trovava in villeggiatura a Casamicciola nell’isola d’Ischia, ospite a Villa Verde, in un luogo ameno della cittadina. Quella sera erano presenti in casa Benedetto, il padre Pasquale, la madre Luisa e la amata sorellina Maria; Alfonso era tornato poche ore prima a Napoli per alcuni impegni. Alle 21.30, subito dopo cena, mentre la famiglia si tratteneva ancora a tavola, si ebbe una tremenda scossa di terremoto che, pur durando solo 13 secondi, distrusse completamente Casamicciola facendo crollare quasi tutte le abitazioni.

In un attimo la casa rovinò su se stessa; Benedetto rimase incastrato dalle rovine, fortunatamente con la testa libera da calcinacci; il padre, rimasto sotto le macerie, morì dopo molte ore incitando il figlio a resistere; la madre e la sorellina Maria da subito non diedero segni di vita.

Il diciassettenne Benedetto solo alle 11 del giorno seguente fu estratto dalle macerie. Aveva un braccio e una gamba fratturati. Fu calcolato che la scossa aveva raggiunto il X grado della scala Mercalli. In quel frangente ci furono circa 2.300 morti sull’isola.

Il cugino Paolo Petroni, che si era precipitato a Ischia appena si era diffusa la notizia di quel che era successo, lo soccorse e lo portò nella sua casa a S. Cipriano Picentino (Salerno) insieme al cugino Alfonso, fratello di Benedetto. Ripresosi dalle numerose ferite, Benedetto e il fratello, rimasti senza genitori, furono accolti dallo zio Silvio Spaventa nella sua casa di Roma.

La madre di Silvio Spaventa era la zia del padre di Benedetto. Lo Spaventa in gioventù era stato precettore in casa della zia, poi, per motivi familiari, non aveva conservato buoni rapporti con la famiglia Croce. Comunque, nell’occasione della disgrazia, accolse con affetto i due fratelli curando la loro istruzione.

Silvio Spaventa, fratello del filosofo Bertrando, era stato coinvolto nei moti del 1848 a Napoli, egli fu accusato dalle autorità borboniche di essere un seguace di Gugliemo Pepe e fu condannato a morte, la condanna fu commutata nel carcere a vita che iniziò a scontare nel penitenziario di Santo Stefano. Nel ’59 la pena gli fu commutata in esilio, ma il piroscafo, che doveva condurlo in America assieme ad altri 68 prigionieri, fu dirottato verso l’Irlanda a seguito di un ammutinamento degli condannati. Silvio Spaventa si recò a Torino dove prese contatti con Cavour, con il quale collaborò alla spedizione dei Mille e alla successiva unificazione dell’Italia.

Benedetto_Croce
Benedetto Croce

Nella casa romana di Spaventa, crocevia degli intellettuali più in vista del tempo, Croce ebbe modo di conoscere il Labriola dal quale fu iniziato alla conoscenza del marxismo. Egli, iscritto alla facoltà di giurisprudenza di Napoli, fu ammesso a frequentare le lezioni del Labriola all’università di Roma. Nel 1886, ventenne, decise di lasciare la casa dello zio e di ritornare a Napoli, dove non completò gli studi universitari e non si laureò ma si dedicò allo studio della filosofia e della storia, avendo sostegno finanziario dalle rendite che ricavava dai beni familiari.

Nel 1893 Benedetto conobbe nel bar della stazione di Salerno una ragazza, Angelina Zamparelli, di cui si innamorò e con la quale, pur senza sposarsi, visse insieme per 20 anni.

Angelina Zamparelli era originaria di Savignano in Romagna, figlia illegittima di un proprietario terriero e di una donna di umili origini; solo dopo qualche tempo i due si sposarono regolarizzando la posizione della piccola Angelina. Pochi anni dopo morirono sia il padre che la madre; la bambina fu accolta in casa di zii materni, ambedue maestri elementari, che oltre ad averne amorevolmente cura, gli diedero una discreta istruzione. Quando lo zio si trasferì a Salerno, dove aveva acquisito la gestione del bar della stazione ferroviaria, Angelina lo seguì.

Angelina era bella, di carattere allegro e socievole, apprezzava la conversazione degli amici intellettuali di Benedetto e per queste sue doti fu sempre benvoluta da tutti, molti ritenevano che i due fossero regolarmente sposati, comunque veniva trattata come moglie di Benedetto; anche i parenti della famiglia Croce mostravano affetto verso Angelina.

Nel 1903 Benedetto Croce fondò la rivista “La Critica” con la collaborazione di Giovanni Gentile, con il quale ebbe una lunga amicizia, poi scalfita dall’adesione al fascismo di Gentile; gli studi del Croce cominciarono ad avere eco nazionale e internazionale, egli era un fautore del “Liberalismo sociale” e quindi fu un esponente del Partito Liberale Italiano che perseguiva, attraverso l’azione politica, gli obiettivi filosofici del liberalismo; nel 1910 fu nominato senatore del regno.

Il Croce a Napoli abitò in Viale Elena (oggi Viale Gramsci), poi, tra il 1900 ed il 1911, nel Palazzo Filangieri in via Atri, di fronte al largo d’Arianiello; quel palazzo aveva avuto ospite Goethe ed era stato frequentato dagli eroi della Repubblica Napoletana del 1899, nel salotto rivoluzionario di Gaetano Filangieri.

Palazzo Filomarino cortile interno
Palazzo Filomarino Cortile – 2014 E. Della Morte CC BY-SA 3.0

Nel 1911, dopo un tentativo non riuscito di acquistare casa nel nuovo quartiere di via Crispi, rilevò un appartamento nel palazzo Filomarino, all’incrocio tra S. Biagio dei Librai (oggi via Benedetto Croce) e via S. Sebastiano. In questa dimora storica, dove aveva abitato il filosofo Gianbattista Vico, Croce passò il resto della sua vita. Intanto il fratello Alfonso si era trasferito con la sua famiglia in Puglia dove curava la gestione dei vasti possedimenti che lui e Benedetto possedevano in provincia di Foggia.

Croce e la sua compagna Angelina, soprannominata Nella, passavano le estati a Raiano in Abruzzo, ospiti di una cugina di Benedetto, Teresa Petroni Rossi. Nell’estate del 1913 si trovavano in quella località presso la cugina; Angelina, che soffriva da alcuni anni di angina pectoris, ebbe un improvviso peggioramento e il 25 settembre si spense. Nel certificato di morte il parroco la registrò come moglie di Benedetto Croce; fu certamente un errore, forse fatto di proposito per nascondere lo stato di convivenza che all’epoca era considerato disdicevole.

Benedetto Croce, durante uno dei suoi frequenti soggiorni in Piemonte, conobbe Adele Rossi, una piemontese di 34 anni; dopo qualche mese dalla morte di Angelina, il 7 marzo del 1914, la sposò. Benedetto, scrivendo a Gentile, ecco come presentava la sposa: “ una buona e brava ragazza piemontese, che conosco da qualche anno, della quale ho invigilato gli studi per la laurea (è laureata in lettere),…..”, in effetti la Rossi già frequentava la famiglia Croce, avendo buoni rapporti con la defunta compagna di Benedetto, Angelina.

Dal matrimonio con Adele nacquero cinque figli: Giulio, unico figlio maschio morto ancora neonato nel 1917, Elena, Alda, Lidia e Silvia.

Durante la prima guerra mondiale il filosofo si schierò con i neutralisti, ma era consapevole che a volte la guerra rappresenta una dolorosa necessità per raggiungere scopi patriottici, come la liberazione di quella parte del Triveneto e dell’Istria occupata dagli austriaci e, quindi, non fu contrario a prescindere al conflitto, se necessario anche con la Germania oltre che con l’Austria, comunque a causa dell’età non fu chiamato a svolgere servizio sotto le armi.

Nel 1920 fu nominato ministro della Pubblica Istruzione nell’ultimo governo Giolitti. Nel 1922 Croce si schierò con il fascismo ritenendo che lo stesso fosse il mezzo per affermare l’identità liberale in Italia, infatti partecipò all’adunata fascista al teatro San Carlo che precedette la marcia su Roma. Presto si rese conto che gli ideali liberali, propugnati a parole da Mussolini, furono sostituiti dal massimalismo fascista, che culminò con l’assassinio Matteotti. In quella occasione Croce scrisse il “Manifesto degli intellettuali antifascisti”, in contrapposizione al “ Manifesto degli intellettuali fascisti” scritto dal suo amico Gentile.

L’adesione al fascismo di Gentile inficiò l’amicizia tra i due ma, nonostante ciò, i due continuarono a mostrare un grande rispetto reciproco. Croce, forse per la sua grande notorietà internazionale, forse per quella amicizia quietata ma non spenta con Gentile, che era diventato il massimo filosofo del fascismo, potè continuare a esprimere liberamente le sue teorie e i suoi insegnamenti. Comunque, nella notte del 1° novembre del 1926, un manipolo di fascisti fece irruzione nella sua casa, intimorendo la famiglia e distruggendo la mobilia; questo fu l’unico atto di ostilità fisica che il filosofo soffrì a causa del suo antifascismo.

Palazzo Filomarino studio Benedetto Croce
Palazzo Filomarino Appartamento Croce 2014 E. Della Morte CC BY-SA 3.0

Durante la seconda guerra mondiale e dopo la liberazione dell’Italia meridionale Croce e la sua famiglia abitarono a villa Tritone a Sorrento dove il filosofo, anche nella sua qualità di presidente del Partito Liberale Italiano, riceveva le maggiori personalità politiche con le quali ragionava sulla ricostruzione del paese e su quale tipo di governo avesse dovuto avere l’Italia dopo la definitiva liberazione. La sua idea era di conservare una monarchia costituzionale, ma sarebbe stato necessario per il re abdicare direttamente a favore di Vittorio Emanuele saltando, nella linea di successione, il figlio Umberto, anche per creare una cesura netta tra la monarchia del nuovo stato e gli esponenti dei Savoia compromessi con il fascismo.

Egli entrò come ministro senza portafoglio nell’esecutivo guidato da Badoglio e, sempre come ministro senza portafoglio, nel governo Bonomi. Fu eletto all’Assemblea Costituente e, alla proclamazione della repubblica, fu proposto come capo provvisorio dello stato, ma rifiutò la carica, per dedicarsi ai suoi studi. Nel 1946 fondò l’Istituto Italiano per gli Studi Storici che ebbe sede nell’appartamento accanto al suo.

Colpito da ictus si ritirò a vita privata e il 20 novembre del 1952 si spense mentre era nel suo studio.

La moglie Adele Rossi e le figlie continuarono l’opera del Croce, che nella sua vita aveva pubblicato più di cinquanta volumi che spaziavano su vari argomenti di filosofia, storia e critica letteraria; negli anni seguenti curarono la direzione dell’Istituto Italiano Studi Storici e della Fondazione Biblioteca Benedetto Croce, ambedue con sede nel palazzo Filomarino.

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