The “Achille Lauro” case and the Sigonella crisis (Read English version)

Terroristi del Fronte Liberazione della Palestina sequestrarono la nave da crociera “Achille Lauro”; un cittadino USA fu ucciso. Fu l’inizio di una grave crisi diplomatica e di un duro confronto tra Italia e USA.

Il 7 ottobre del 1985 un gruppo di quattro terroristi appartenenti alla fazione filo-siriana FLP del gruppo palestinese OLP sequestrarono la nave da crociera italiana “Achille Lauro” di proprietà di una società di navigazione napoletana, erede della mitica Flotta Lauro, mentre era alla fonda nei pressi della costa egiziana. A bordo erano presenti circa 400 persone tra passeggeri ed equipaggio che furono trattenuti come ostaggi.

I quattro terroristi si erano imbarcati confondendosi tra i turisti che erano per la maggior parte di nazionalità USA. Essi avevano progettato un attentato nel porto israeliano di Ashdod, successivo scalo della nave, ma rinunciarono a tale proposito decidendo di procedere al sequestro della nave, essendo stati scoperti da un componente del personale di bordo che si avvide della presenza di armi nella cabina dei quattro. Al momento del sequestro, alle 13 del 7 ottobre, ci fu una sparatoria e un marinaio venne ferito leggermente.

I terroristi del FLP (Fronte Liberazione Palestina) chiesero come riscatto la liberazione di 52 palestinesi che si trovano nelle carceri israeliane. Il comandante della nave Gerardo De Rosa riuscì a lanciare un SOS, captato in Svezia e ritrasmesso alle autorità italiane.

Il governo italiano decise di avviare trattative con i terroristi, per evitare azioni di forza di esito incerto. Poichè la nave aveva preso il largo dirigendosi verso il porto di Tartous in Siria, il ministro degli esteri Giulio Andreotti si mise in comunicazione con il presidente della Siria Assad, in quel momento in Germania per un intervento chirurgico, perchè intervenisse per facilitare la trattativa.

Nella notte Andreotti contattò direttamente Yasser Arafat, capo dell’OLP, che si trovava a Tunisi. Arafat assicurò che l’OLP era del tutto estranea al dirottamento e si offrì di fare da intermediario con i terroristi per ottenere il dissequestro della nave; inviò quella stessa notte Hani El Hassam e Abu Abbas in Egitto per avviare le trattative.

Intanto in Italia veniva predisposta l’operazione “Margherita” che prevedeva il trasferimento con quattro elicotteri di un gruppo di paracadutisti supportati da incursori e da ricognitori. Questo gruppo sarebbe dovuto intervenire solo in presenza di un fallimento delle trattative per la soluzione del sequestro.

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Ronald Reagan 1981

La mattina dell’8 ottobre la nave giunse al porto di Tartous (Siria) e i terroristi chiesero di attraccare. Il permesso di attracco fu negato dalle autorità siriane, esso sarebbe stato concesso solo in caso di avvio di trattative tra l’Italia e i sequestratori, alle trattative si oppose fermamente il governo USA nella persona del presidente Ronald Reagan.

Il commando palestinese minacciò di uccidere un ostaggio ogni tre minuti in caso che non fossero iniziate trattative con il governo italiano, tedesco, USA e britannico. In quel frangente fu ucciso il cittadino americano Leon Klinghoffer, un ebreo che si trovava su una sedia a rotelle per una grave menomazione; il corpo fu gettato a mare. Fortunatamente la minaccia di uccidere un passeggero ogni tre minuti non ebbe altro seguito.

Il governo americano, all’oscuro dell’uccisione del suo cittadino, era deciso a un intervento armato a cui si mostravano favorevoli i ministri Andreotti e Spadolini; era invece contrario il capo del governo Bettino Craxi, che comunque avrebbe acconsentito a patto che il comando dell’azione fosse rimasto in mani italiane; Craxi puntava sui buoni rapporti che aveva con il mondo palestinese per risolvere la crisi in modo pacifico.

Il 9 ottobre, dietro invito di Abu Abbas, che figurava come negoziatore ma che indagini successive lo individuarono come organizzatore del fallito attentato ad Ashdod, la nave si allontanò dalle coste siriane per far ritorno a Port Said, dove giunse in mattinata. Ci furono intense trattative con il governo italiano e un colloquio telefonico tra i servizi italiani e il comandante della nave De Rosa; il comandante assicurò di non esserci vittime e feriti a bordo. La falsa comunicazione del De Rosa fu poi giustificata dall’obiettivo primario dello stesso di salvaguardare i passeggeri e l’equipaggio favorendo la liberazione pacifica della “Achille Lauro”.

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Bettino Craxi

Dopo questa verifica le autorità italiane accettarono di concedere l’immunità ai quattro sequestratori in cambio del rilascio della nave, pertanto, nonostante l’opposizione americana, fu permesso ai terroristi di lasciare la stessa sotto la protezione delle autorità egiziane; la “Achille Lauro” alle 15 attraccò alla banchina del porto di Port Said.

Quella sera stessa l’ambasciatore italiano Magliulo, salito a bordo per verificare le condizioni dei passeggeri e dell’equipaggio, venne a conoscenza dell’uccisione del passeggero americano. Il governo italiano, ritenendo che le condizioni per il salvacondotto non si erano verificate per via dell’omicidio di Klinghoffer, chiese immediatamente l’estradizione dei quattro responsabili. L’Egitto informò l’ambasciatore italiano che i quattro erano già partiti per la Tunisia, dove si trovava la sede dell’OLP.

Le autorità egiziane avevano mentito in merito alla partenza del commando del FLP, che in effetti avvenne solo nel pomeriggio del 10 ottobre a bordo di un Boeing 737 dell’Egypt Air requisito dal governo egiziano, sul quale erano saliti, oltre che i quattro terroristi ed i due negoziatori dell’OLP, anche un ambasciatore egiziano ed alcuni agenti dei servizi di sicurezza. Alle 22 l’aereo decollò dall’aeroporto del Cairo diretto a Tunisi.

Ronald Reagan decise di intervenire; quattro caccia intercettori F14 Tomcat decollarono dalla portaerei USS Saragota e intercettarono l’aereo egiziano sopra il cielo di Malta. Nel frattempo, su sollecitazione americana, Tunisi negò il permesso di atterraggio al Boeing 737; di seguito anche altri aeroporti, interpellati dal comandante del Boeing, negarono il permesso di atterraggio. I caccia costrinsero l’aereo egiziano a seguirli alla base di Sigonella in Sicilia, base italiana utilizzata in condominio anche dall’aviazione americana.

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Boeing 737-800 della Egyptair 2010 Kok Vermeulen CC BY 2.0

Il comandante della base, colonnello Annichiarico, che il giorno seguente avrebbe lasciato il comando, fu avvertito che quattro caccia americani avevano chiesto il permesso di atterrare insieme all’aereo egiziano che li seguiva, tacendo che anche due C141-Trasporto truppe dell’aviazione americana stavano volando verso la stessa base.

Il governo americano, attraverso l’esponente della CIA Michael Leeden avvertì Craxi solo all’ultimo momento che gli aerei stavano dirigendosi a Sigonella, tacendo dei due C141. Craxi consentì l’atterraggio solo a condizione che l’operazione rimanesse nel controllo dall’autorità italiana. Alle 23 e 57 fu dato il permesso di atterraggio.

L’11 ottobre, alle 00:15, gli aerei atterrarono; il controllore di volo, pur senza ricevere istruzioni, guidò il Boeing 737 egiziano su una piazzola di sosta nel lato italiano della base. L’aereo fu immediatamente circondato dagli avieri del reparto VAM in servizio a Sigonella, con l’ausilio del reparto di Carabinieri presenti, impedendo ai passeggeri di scendere dall’aereo.

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Sabreliner PH2 Berry USN

Subito dopo atterrarono a luci spente, senza chiedere permesso alla torre di controllo, i due C 141 da dove scesero 50 militari americani appartenenti ai Navy SEAL, con  l’intenzione di prelevare dall’aereo egiziano i quattro terroristi e i due negoziatori Abu Abbas e Hani El Hassan.

I SEAL circondarono armi in pugno i 30 VAM e 20 Carabinieri che si erano posizionati a protezione del Boeing, come da ordini del governo italiano. Immediatamente dopo entrarono nella base reparti di Carabinieri giunti da Catania e Siracusa che a loro volta formarono un terzo cerchio attorno ai SEAL americani. I mezzi pesanti presenti nella base, autocisterne dei Vigili del Fuoco e una enorme autogru, furono posizionati e bloccati di traverso delle piste per impedire atterraggi e decolli non autorizzati, furono spente le luci delle piste.

Si ebbero momenti di grandissima tensione con le armi spianate tra i militari italiani e i Navy Seal americani. Nelle primissime ore del mattino sopraggiunsero in supporto blindati e ulteriori reparti di Carabinieri. Solo a questo punto i Seal americani si ritirarono dal piazzale.

Intanto i colloqui tra Washington e Roma continuarono intensi; Reagan intendeva a tutti i costi prelevare i quattro terroristi e i due negoziatori, per trasferirli in una loro base o negli Stati Uniti. Craxi fece valere le ragioni del diritto nazionale e internazionale, richiedendo agli USA il rispetto delle procedure giudiziarie con la presentazione di formale richiesta di estradizione che doveva riguardare solo i quattro terroristi, poiché la posizione dei due negoziatori, non coinvolti nell’omicidio del cittadino americano, veniva considerata di pertinenza dell’autorità giudiziaria italiana.

In tarda sera il Boeing 737 decollò da Sigonella con tutti i passeggeri a bordo per raggiungere Ciampino. Uno dei quattro caccia americani lo seguì a luci spente, senza chiedere permesso di decollo, cercando di dirottare il Boeing, ma fu dissuaso dai quattro caccia italiani che scortarono l’aereo egiziano fino a Ciampino dove atterrò verso le ore 24.

Il 12 ottobre, subito dopo l’atterraggio del Boeing 737, un aereo non identificato che volava a luci spente, un Sabreliner T39 con sette Navy SEAL a bordo comandati personalmente dal generale Stiner, chiese il permesso di atterraggio alla torre di Ciampino (Roma); poiché il permesso venne rifiutato, il pilota del Sabreliner dichiarò una emergenza e atterrò senza permesso.

L’aereo americano, una volta a terra, si mise di traverso davanti al Boeing per impedirne un eventuale decollo. L’ammiraglio Martini, capo dei servizi presente in aeroporto, fece avvicinare al Sabreliner una gigantesca ruspa, minacciando l’aereo americano di trascinarlo fuori pista entro tre minuti, dopo pochi minuti l’aereo decollò lasciando Ciampino.

L’ambasciatore egiziano a bordo del Boeing informò le autorità presenti all’aeroporto che gli agenti dei servizi a bordo avevano l’ordine di resistere con le armi a qualsiasi tentativo di entrare con la forza nell’aereo che, essendo volo di stato, era considerato dal diritto internazionale come suolo egiziano. Tutti i passeggeri vennero prelevati da auto con targa diplomatica e trasferiti al Collegio Egiziano, dependance dell’ambasciata dell’Egitto.

I due negoziatori Ubu Abbas e Hani El Hassan, non formalmente incriminati di alcun reato, lasciarono nel pomeriggio il Collegio Egiziano a bordo dell’auto dell’ambasciata per recarsi a Ciampino dove era in partenza il Boeing diretto al Cairo.

Poiché si temeva un intervento dei caccia americani per intercettare l’aereo, venne attuata una diversione. Il Boeing decollato da Ciampino atterrò subito dopo a Fiumicino, fermandosi accanto a un aereo di linea iugoslavo diretto a Belgrado che, d’accordo con le autorità di quel paese, prese a bordo i due decollando subito dopo. I due palestinesi sbarcarono a Belgrado sotto la protezione della Iugoslavia.

I quattro terroristi rimasti nel Collegio Egiziano furono presi in consegna delle autorità italiane e furono processati a Genova. Anche Abu Abbas fu processato in contumacia per il suo ruolo di organizzatore del mancato attentato e del conseguente sequestro della nave: Abu Abbas e due terroristi furono condannati all’ergastolo; il terzo fu condannato a 30 anni di carcere; il quarto, di minore età, fu condannato a 17 anni di reclusione.

Tempo dopo Andreotti, nel suo libro “La politica estera negli anni ottanta”, si chiese come era potuto succedere che quattro terroristi avessero avuto la meglio sui duecento uomini dell’equipaggio della “Achille Lauro”, che notoriamente non erano “figli di Maria” (mammolette – nda) ma marittimi di Torre del Greco (esperti e rotti ad ogni esperienza – nda). E’ vero, con una azione decisa l’equipaggio avrebbe potuto riprendere il controllo della nave ma, poiché in tal caso una sparatoria doveva essere messa in conto, si sarebbero contate delle vittime tra l’equipaggio e forse anche tra i passeggeri, senza tener conto anche dei conseguenti pericoli che avrebbero corso le navi italiane in rotta nel Mediterraneo Orientale a causa di possibili vendette delle fazioni terroristiche.

(Top photo: Nave “Achille Lauro” 1986 D.R. Walker CC BY-SA 3.0)

 

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