Armando Diaz, da Caporetto alla vittoria

Armando Diaz, from Caporetto to the victory (Read English version)

Nel novembre del 1917, durante la prima guerra mondiale, quando tutto sembrava perduto, Vittorio Emanuele III nominò il generale Armando Diaz Capo di Stato Maggiore dell’esercito in sostituzione del generale Cadorna; in un anno Diaz guidò l’Italia dalla disfatta di Caporetto alla vittoria.

L’entrata in guerra dell’Italia, che aderiva alla triplice alleanza con Austria e Germania, fu determinata dalla rottura dei patti da parte degli austriaci che dichiararono unilateralmente guerra alla Serbia, tenendo all’oscuro di tutto il governo italiano, contrariamente agli accordi di alleanza.

Pertanto l’Italia si rivolse al fronte opposto delle nazioni di Francia, Inghilterra e Russia che, se in un primo momento erano titubanti per non dover far concessioni territoriali all’Italia alla fine del conflitto, furono poi costrette ad accettare l’alleanza per l’aiuto fondamentale che l’Italia poteva dare nel tener impegnata l’Austria e parte dell’esercito germanico sul fronte Trentino-Veneto-Friuli, alleggerendo il fronte franco-belga.

Il comando delle forze armate italiane era affidato al generale Luigi Cadorna, un piemontese nato a Verbania nel 1859, figlio del generale Raffaele Cadorna, famoso per la conquista dello stato pontificio e per la presa di Roma attraverso la breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870.

Luigi Cadorna aveva delle carenze strategico-tattiche e una rigidità caratteriale nei rapporti umani; il generale era consapevole di essere affiancato da un corpo ufficiali impreparato ai moderni sistemi bellici che si andavano affermando proprio in questo conflitto; la maggior parte di essi era stato formato a un tipo di guerra condotta con metodi napoleonici.

Dopo la dichiarazione di guerra del 24 maggio 1915 contro l’impero austriaco, Cadorna intendeva posizionarsi difensivamente nel trentino, dove riteneva che la barriera delle Alpi permetteva a pochi reparti di alpini di fermare l’avanzata austriaca, e offensivamente sulla linea dell’Isonzo, dove sperava in una veloce conquista di territori, anche in virtù degli spazi di manovra disponibili e della particolare conformazione delle Alpi Orientali, che permettevano più agevoli movimenti delle truppe di Fanteria, Artiglieria e Cavalleria. In effetti il varco di Caporetto da sempre era stato considerato il crocevia per attraversare agevolmente le Alpi per giungere fino alle pianure venete o, in senso contrario, per raggiungere il sud dell’Austria.

Linea offensiva Isonzo (blu), linea difensiva Piave (rossa), cuneo di Vittorio V. (nero)
Linea offensiva Isonzo (blu), linea difensiva Piave (rosso), cuneo di Vittorio V. (nero) Google Maps

Dopo un inizio dei combattimenti con delle parziali conquiste, al termine del completamento dello schieramento dell’esercito sulla linea di fuoco avvenuto tra giugno e dicembre 1915, Cadorna ordinò quattro violentissime offensive contro gli austriaci ma, nonostante le ingenti perdite di vite umane tra le truppe, le conquiste territoriali risultarono insignificanti; uguale risultato si ebbe sul fronte “bianco”, sulle Dolomiti, dove gli scontri si svolsero ad altitudini superiori ai 2000 metri. Ad inizio del 1916, l’esercito austriaco rispose a questi violenti attacchi con una controffensiva sugli altipiani (chiamata Strafexpedition spedizione punitiva) che mise in serie difficoltà le truppe italiane, che comunque riuscirono a contenere il nemico.

Nell’agosto del 1916, nel corso della sesta battaglia dell’Isonzo le truppe di Cadorna lanciarono un ennesimo attacco riuscendo ad avere la meglio sulle truppe austriache, conquistando Gorizia; le offensive italiane continuarono senza soste durante tutto il 1916 e inizio 1917 senza però ottenere risultati significanti, se non enormi perdite di vite umane nei reparti combattenti.

Questa situazione di stallo minò il morale delle truppe, conseguenza anche del comportamento di Cadorna che aveva destituito più della metà dei suoi ufficiali per inadeguatezza al comando, creando un grave clima di incertezza tra gli ufficiali subalterni, inoltre per limitare i numerosi episodi di insubordinazione e di fuga, utilizzò senza remore il codice militare di guerra, facendo fucilare i soldati per le più piccole mancanze, non escluse fucilazioni di interi reparti che non avevano, a giudizio dei tribunali di guerra, eseguito gli ordini ricevuti.

Il 24 ottobre scattò la controffensiva austriaca con la collaborazione di truppe fresche dell’esercito tedesco; questo attacco riuscì a sfondare le linee e le truppe austro-tedesche si infiltrarono nelle retrovie italiane. I reparti di prima linea, attaccati su due lati, furono sopraffatti nel settore di Caporetto. Iniziò una disordinata ritirata; con fatica si tentò di formare una linea di resistenza sul fiume Tagliamento, non riuscendoci. Le truppe italiane arretrarono fino al Piave dove si attestarono in posizione difensiva, alle spalle ormai c’era solo la vasta e indifendibile distesa della pianura Padana. Fu un completo disastro con 12.000 morti e più del doppio di feriti, una marea umana allo sbando nel basso Veneto.

Le sorti dell’Italia volsero al peggio, e sembrò che tutto crollasse con la disfatta di Caporetto. Il baluardo difensivo del Piave rappresentava l’ultima spiaggia, perso il Piave non sarebbe rimasta che la resa.

Vittorio Emanuele III preso atto della gravissima situazione e delle gravi responsabilità del generale Cadorna, lo destituì dal comando nominando al suo posto Armando Diaz il 9 novembre del 1917. Vittorio Emanuele, re soldato, conosceva bene il fronte e gli uomini che lo frequentavano, poiché spesso era presente sul luogo delle operazioni. Da acuto osservatore aveva apprezzato la solidità morale e le doti organizzative e umane del generale Diaz. Nel momento della quasi disfatta valutò che quelle doti, in un esercito non di professionisti, erano le più importanti per ricompattare i reparti e ricostruire il morale degli uomini.

Armando Diaz era nato a Napoli il 5 dicembre 1861, il padre Lodovico era un ufficiale di marina che apparteneva ad una famiglia di militari e uomini di legge con lontane origini spagnole, la madre Irene dei baroni Cecconi era casalinga; in gioventù abitò con la famiglia in Via Francesco Correra, fece studi tecnici commerciali, poi entrò nella Accademia Militare d’Artiglieria a Torino. Nel 1884 entrò nell’esercito come ufficiale di artiglieria, facendo una costante carriera che lo portò ai gradi più elevati; nel 1912, promosso colonnello, partecipò alla guerra italo-turca al comando di un reggimento di fanteria, durante una battaglia in Libia rimase ferito.

Nel 1915, con lo scoppio della prima guerra mondiale, fu promosso Maggior Generale ed ebbe un incarico nel Corpo di Stato Maggiore. Nel 1916 chiese di essere trasferito ai reparti di prima linea. In questo periodo, in qualità di tenente generale, gli fu assegnato il comando della 49ma Divisione della III Armata, subì una ferita alla spalla in combattimento e fu decorato con medaglia d’argento al valor militare.

Fiat2000
Carro armato Fiat 2000

Nominato capo di stato maggiore delle Forze Armate, Diaz che aveva tra i suoi punti di forza l’organizzazione, iniziò una minuziosa opera di ricostruzione dei quadri di comando e dei reparti combattenti, mettendo al primo posto i rapporti umani sia con gli ufficiali che con i semplici soldati, evitando le punizioni per le colpe lievi, che tanto avevano influito negativamente sul morale della truppa, riservando al giudizio dei tribunali militari di guerra i soli reati più gravi.

Furono migliorate le condizioni di vita degli uomini con un rancio di migliore qualità e con una regolare turnazione tra le truppe combattenti e quelle di seconda linea. Gli obiettivi che si ponevano gli alti comandi furono condivisi con gli ufficiali di rango inferiore e con i soldati, rendendo consapevoli gli stessi delle loro azioni belliche.

Il 15 giugno del 1918 gli austriaci con l’ausilio di reparti tedeschi diedero avvio alla battaglia del solstizio, ma non riuscirono a sfondare le linee italiane ed il 22 le truppe austro-tedesche furono costrette a ritirarsi dietro le loro linee di difesa.

Diaz sembrava non avere fretta, ben consapevole che il tempo giocava a favore dell’Italia poiché, nel frattempo, sul fronte franco-belga le cose volgevano al meglio per i francesi, coadiuvati da reparti inglesi e americani, tanto che la Germania si trovò costretta ad utilizzare tutte i suoi uomini su questo lato trascurando il fronte italiano.

Egli continuò la riorganizzazione delle truppe, mentre le industrie belliche del paese facevano arrivare al fronte armi più moderne. Si vide all’opera il primo carrarmato italiano “Fiat 2000” che per la sua pesantezza non fu mai utilizzato in combattimento; arrivarono le bombe a mano e le pistole mitragliatrici “Villar Perosa”, oltre agli automezzi da trasporto truppe e trasporto artiglieria.

Il 28 ottobre 1915 Diaz lanciò un’offensiva concentrata su un unico punto, Vittorio Veneto, preceduta da un’azione diversiva che fece credere al nemico che l’attacco sarebbe avvenuto sul Piave. Il colpo di maglio riuscì e le truppe italiane coadiuvate da alcuni reparti francesi e britannici costituirono una testa di ponte con vertice in Vittorio Veneto, riconquistata all’Italia.

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Bersaglieri entrano a Trento 3 novembre 1918

Allargando man mano il cuneo all’interno delle difese nemiche, gli italiani ebbero il sopravvento sulle forze avversarie. Il 3 novembre l’esercito austro-ungarico stanco e demoralizzato si ritirò mentre le truppe italiane entravano vittoriose a Trento e a Trieste. L’Impero austro-ungarico il 4 novembre 1915 firmò l’armistizio che chiuse le ostilità sul fronte italiano. Lo stesso giorno Armando Diaz emise il “Bollettino della Vittoria” che informava la nazione del positivo esito delle ostilità.

Armando Diaz fu nominato senatore ed ebbe il titolo di Duca della Vittoria; nel 1922, su insistenza del re che voleva una persona fidata come ministro della guerra, entrò a far parte del primo governo Mussolini. Nel 1924 diede le dimissioni da ministro ritirandosi a vita privata; nello stesso anno fu insignito con il titolo onorario di Maresciallo di Italia. Morì a Roma il 29 febbraio del 1928.

(Top photo: Armando Diaz (1921) Photo by Harris & Ewing, Washington, D.C – Lombardi Historical Collection)

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