Giacomo Leopardi a Napoli

Giacomo Leopardi at Naples (Read English version)

Giacomo Leopardi dopo aver vissuto a Recanati, Roma, Milano, Bologna, Firenze, passò gli ultimi anni a Napoli.

Nacque a Recanati il 29 giugno 1798, il padre era il conte Monaldo di antica nobiltà, la madre Adelaide Antici, cugina di Monaldo, apparteneva anche lei a una famiglia nobile del luogo.

Giacomo, primo di sette figli, aveva quattro fratelli in vita: Carlo, Paolina, Luigi e Pierfrancesco. Il padre era uno studioso di formazione classica, possedeva una biblioteca con più di ventimila volumi; Giacomo svolse i suoi studi in quella biblioteca con il supporto di due precettori, il gesuita Giuseppe Torres e l’abate Sebastiano Sanchini.

La sua formazione fu inevitabilmente intrisa di classicismo. Nel 1812 l’abate Sanchini ritenne conclusa la sua docenza poiché disse che l’allievo, di 14 anni, aveva superato il maestro.

Fino al 1816 Leopardi si dedicò completamente allo studio, imparando varie lingue: latino, greco, sanscrito, e poi francese, inglese e tedesco. Iniziò la sua produzione letteraria in quegli anni con alcuni saggi e varie traduzioni dal latino e dal greco.

Tra il 1815 e il 1816 cominciò la conversione dall’erudizione classica fine a se stessa al romanticismo, prendendo comunque a modello i classici, anche se Leopardi negò sempre di appartenere a questa corrente letteraria.

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Casa Leopardi a Recanati – photo Massimo Macconi 2005 – CC BY SA 3.0

Giacomo era gracile e malaticcio fin da bambino, crescendo i suoi sintomi si aggravarono. Soffriva di una forte scoliosi che lo ingobbiva, lui credeva che fosse una conseguenza delle lunghe ore di studio a tavolino, probabilmente soffriva della malattia di Pott, che gli provocò una severa deviazione della colonna vertebrale; questa deviazione comprimeva i polmoni provocando difficoltà respiratorie, con conseguenze sulla funzionalità cardiaca.

Ormai ventenne, Giacomo non sopportava l’ambiente di Recanati, dove non era apprezzato bensì preso in giro per le sue carenze fisiche; scriveva a Pietro Giordano suo amico epistolare: “unico divertimento in Recanati è lo studio, unico divertimento è quello che mi ammazza, tutto il resto è noia”.

Nel 1817 iniziò lo “Zibaldone”, un diario letterario che terminerà nel 1832. Si innamorò per la prima volta, senza tuttavia dichiararsi, della cugina Gertrude Cassi Lazzari; dedicherà a questo amore la poesia “il primo amore” inclusa nei “canti”.

Nel 1819, anno in cui scrisse “Alla luna” e “L’infinito”, organizzò una fuga da Recanati con l’aiuto di un amico di famiglia, procurandosi il passaporto per il Lombardo-Veneto. Fu scoperto dal padre e dovette rinunciare al progetto; in quegli anni scrisse le poesie “Il sabato del villaggio” e “Nelle nozze della sorella Paolina”, matrimonio che non venne celebrato poiché si scoprì all’ultimo momento che il promesso sposo non aveva beni sufficienti al mantenimento della sposa.

Finalmente a 24 anni ottenne il permesso dal padre di recarsi a Roma, presso lo zio Carlo Antici, dove rimase per soli sei mesi. Roma deluse le sue aspettative, si presentò provinciale e modesta al confronto con l’immagine che si era fatto attraverso la lettura dei classici.

Nel 1825 si trasferì a Milano, dove l’editore Stella gli affidò la direzione della traduzione delle opere di Cicerone. Infastidito dalla vita letteraria milanese concentrata intorno a Monti, con la scusa che il clima non giovava ai suoi malanni si trasferì a Bologna.

Sempre inquieto, a giugno del 1827 andò a Firenze, lì incontrò un ambiente letterario che lo accolse a braccia aperte. Frequentò il Gabinetto Viesseux dove conobbe Gino Capponi, Nicolò Tommaseo, Pietro Colletta. Ebbe modo di conoscere anche il Manzoni che si trovava in città in quel periodo; tornò a Recanati dopo un felice periodo trascorso a Pisa.

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Antonio Ranieri

Nel 1830 fu richiamato a Firenze dalle insistenze degli amici del Viesseux, che trovarono il modo di assicurargli una fonte di reddito per potersi mantenere. L’anno dopo fu nominato socio della ”Accademia della Crusca”. In questo periodo divenne amico del giovane Antonio Ranieri (nato a Napoli l’8 settembre 1806) che era un sorvegliato speciale della polizia borbonica a causa delle sue idee libertarie.

Quando Paolina, sorella di Giacomo, seppe dall’amica Anna Brighenti che il fratello aveva fatto amicizia con un giovane napoletano, inspiegabilmente ed erroneamente si convinse che questo giovane fosse lo stesso Ranieri Roccetti con cui era stata fidanzata per un mese e che l’aveva lasciata per sposare una vedova giovane e bella.

Leopardi fu eletto deputato al parlamento del governo provvisorio di Bologna nato dopo i moti del 1831, nominato dai suoi concittadini di Recanati; non fece in tempo ad entrare in carica poiché gli austriaci nel frattempo ripresero il potere.

In quel periodo conobbe Fanny Targioni Tozzetti e se ne innamorò perdutamente, amore che presto si tradusse in delusione, mentre Antonio Ranieri al contrario mantenne a lungo una relazione con la stessa Fanny alias “Aspasia”; in questa occasione Leopardi scrisse il “Ciclo di Aspasia”.

Giacomo e Antonio si trasferirono a Roma, andando ad abitare nello stesso appartamento, dopo un po’ Leopardi tornò a Firenze, mentre il Ranieri si recò a Napoli per gravi questioni economiche che lasciarono la sua famiglia senza mezzi di sussistenza.

Antonio scrisse a Giacomo invitandolo a Napoli, quindi andò di persona in Toscana per accompagnare il poeta nella città partenopea.

Nel 1833, avendo avuta assegnata una piccola rendita dal padre, si trasferì a Napoli con l’amico Ranieri; in città fittò un piccolo quartino a vico Pero 2, nelle vicinanze della casa di famiglia dei Ranieri, sulla strada che dal Museo Nazionale porta al Palazzo Reale di Capodimonte, dove andò a vivere insieme ad Antonio che praticamente era mantenuto dal poeta, visto che lo stesso non aveva più risorse finanziarie a causa del dissesto familiare.

A Napoli Leopardi conobbe Paolina la giovanissima sorella di Antonio, che per un certo periodo fu anche lei sua ospite, trovandosi nella stessa triste condizione economica del fratello.

Leopardi conduceva una vita particolarmente sregolata, viveva durante la notte, dormiva durante il giorno, svegliandosi mai prima di mezzogiorno. Si nutriva di dolciumi, di cui era molto ghiotto, non si faceva mancare numerosissimi caffè e mangiava di solito in una osteria, anche durante il periodo in cui si era diffusa a Napoli una epidemia di colera.

Giacomo, insieme ai suoi due amici, trascorreva le estati a villa Ferrigni a Torre del Greco, di proprietà del marito di una sorella del Ranieri. Lì trovò momenti di serenità, se non proprio di felicità. Paolina, che lo amava come un fratello, lo curò e lo viziò affettuosamente. A Torre del Greco scrisse la poesia “Le Ginestre” ispirato dalla natura di quel luogo.

A Napoli iniziò anche la poesia “Il tramonto della luna” forse presagendo la sua imminente fine.

Nel frattempo “Le operette morali”, dopo la censura delle autorità borboniche, vennero messe all’indice dei libri proibiti dall’autorità ecclesiastica, per le idee materialistiche ed anticlericali in esse esposte.
A Napoli, scrisse l’opera “I pensieri” e riprese la scrittura dei “Paralipomeni della Batracomiomachia”, che portò a termine poco prima di morire dettando gli ultimi canti ad Antonio Ranieri.

Nel 1837 le sue condizioni di salute si aggravarono, il 14 giugno Leopardi e i fratelli Ranieri avevano programmato il ritorno a villa Ferrigni ma, nel pomeriggio, quando già era pronta la carrozza che doveva portarli a Torre del Greco, Leopardi si appoggiò sul letto, trovando difficoltà a respirare.

Quella mattina, per festeggiare il compleanno di Antonio, Paolina aveva comprato un chilo e mezzo di confetti cannellini di Sulmona, che Giacomo non resistendo ai dolciumi, praticamente mangiò tutto da solo, poi alle 17 pranzò con del brodo caldo seguito da un sorbetto.

Probabilmente questo alternarsi di alimenti caldi e freddi gli provocò una congestione che non riuscì a superare date le precarie condizioni di salute, subentrando una idropisia polmonare che gli impediva di respirare bene, affaticando il cuore già malato.

A letto Leopardi, in attesa del medico, dettò gli ultimi sei versi de “Il tramonto della Luna”; alcuni studiosi sono propensi a credere che gli ultimi versi non furono dettati dal Leopardi bensì scritti da Antonio Ranieri dopo la morte del poeta.

Il tramonto della luna (ultima strofa)

Voi, collinette e piagge,
Caduto lo splendor che all’occidente
Inargentava della notte il velo,
Orfane ancor gran tempo
Non resterete; che dall’altra parte
Tosto vedrete il cielo
Imbiancar novamente, e sorger l’alba:
Alla qual poscia seguitando il sole,
E folgorando intorno
Con sue fiamme possenti,
Di lucidi torrenti
Inonderà con voi gli eterei campi.
Ma la vita mortal, poi che la bella
Giovinezza sparì, non si colora
D’altra luce giammai, nè d’altra aurora.
Vedova è insino al fine; ed alla notte
Che l’altre etadi oscura,
Segno poser gli Dei la sepoltura.

Alle 21 del 14 giugno del 1837, nel pieno dell’epidemia del colera, nell’appartamentino di vico Pero 2 a Napoli si spense Giacomo Leopardi, confortato dall’affetto di tutta la famiglia Ranieri, con Paolina che lo assistette fino all’ultimo istante; il certificato medico redatto dal dott. Stefano Mollica, lo stesso rivoluzionario che sulle barricate di via Toledo sparò agli inviati del re dando inizio ai moti del 1848, parlò di morte a causa di “idropisia polmonare”.

Dopo il decesso Antonio Ranieri cercò in tutti i modi di evitare che il corpo di Leopardi finisse in una fossa comune nel cimitero delle Fontanelle come tutti i deceduti di quei giorni, ma non riuscì ad ottenere i necessari permessi dalle autorità di polizia, poichè il ministro di polizia del Regno non aveva particolare simpatie ne per lui ne per Leopardi, visto che erano sotto controllo delle autorità, il primo per attività sovversive e Leopardi per i suoi scritti.

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Tomba di Leopardi al Parco Vergiliano – photo Luckylisp 2006 CC BY SA 3.0

Ranieri, nonostante tutto, fece inumare delle presunte spoglie del poeta nella chiesa di San Vitale a Fuorigrotta (oggi sostituita da una una chiesa di nuova costruzione). Ad una ricognizione avvenuta nel 1900 risultarono nella cassa solo alcuni frammenti di ossa e i resti di una scarpa e di alcuni abiti, la scarpa fu poi acquistata da Beniamino Gigli e donata alla città di Recanati. Nel 1939 la bara fu spostata al Parco Vergeliano a Piedigrotta, dove si trova tuttora.

Antonio Ranieri trattenne presso di se i manoscritti delle opere del poeta, facendo pubblicare molte di esse a sua cura; per questo fu in causa per molti anni con la famiglia Leopardi, la disputa si risolse nel 1887, con la consegna dei manoscritti che poi vennero donati allo stato da Giacomo Leopardi, nipote del poeta. Ranieri fu eletto deputato e senatore e scrisse varie opere letterarie con un discreto successo.

Adelaide Leopardi, nipote di Pierfrancesco fratello del poeta,
si fidanzò con Amerigo De Gennaro Ferrigni, nipote di Antonio Ranieri e proprietario di villa Ferrigni; recatasi a Napoli per il matrimonio, morì improvvisamente nella città partenopea, non facendo in tempo a sposarsi.

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