La rivolta di Masaniello

The revolt of Masaniello (Read English version)

Masaniello nel 1647 capeggiò una rivolta popolare contro le tasse, finì con l’assassinio di Masaniello e con la Reale Repubblica Napoletana.

Tommaso Aniello D’Amalfi detto Masaniello nacque a Napoli, a vico Rotto del Mercato il 29 giugno 1620. Il padre Francesco D’Amalfi era pescatore, la madre Antonia Gargano massaia. Seguendo le orme del padre anche Masaniello fece il pescatore e vendeva la sua merce a piazza Mercato, che era, ed è stata fino a pochi anni fa, il centro commerciale della città.

Tommaso Aniello aveva due fratelli e una sorella: Giovanni, Francesco che morì bambino e Grazia.

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Targa casa di Masaniello – Wikipedia: il Demiurgo

Spesso Masaniello, per evadere le gabelle sul pesce, portava la sua merce direttamente a casa dei suoi clienti, ma era stato più volte scoperto ed arrestato come contrabbandiere. Questo, insieme alla sua naturale simpatia, lo aveva reso popolare fra i popolani di piazza Mercato.

La Spagna, di cui Napoli era un vicereame, si trovava impelagata in una serie di conflitti armati, il più importante dei quali era la guerra dei trent’anni, ed aveva estremo bisogno di denaro per far fronte alle spese belliche. Pertanto il peso dei balzelli che gli arrendatori (agenti di riscossione) pretendevano sugli alimenti era a un livello insopportabile per le classi più umili. In quel periodo inoltre fu ristabilita la tassa sulla frutta, che era il cibo d’elezione delle famiglie povere per il suo basso costo.

La moglie di Masaniello, Bernardina, fu sorpresa con della farina nascosta in una calza è fu imprigionata per otto giorni con l’accusa di contrabbando, fu rilasciata in cambio di una multa di 100 scudi.

Fu questo episodio che risvegliò in Masaniello il desiderio di ribellarsi a questi soprusi. Egli, tramite un suo amico Marco Vitale, aveva conosciuto Giulio Genoino, un prete molto anziano con un passato di tribuno della plebe, che aveva inculcato in Masaniello le idee di libertà per il popolo.

Il nuovo vicerè, Rodrigo Ponce de Leon Duca d’Arcos, spinto dalle crescenti esigenze economiche della madrepatria, non aveva scrupoli ad aumentare all’inverosimile la pressione fiscale, pertanto a Masaniello riuscì facile arringare la folla e a spingerla alla rivolta contro i gabellieri.

Il 6 giugno 1647 un folto gruppo di popolani, guidato da Masaniello, assaltò il banco degli arrendatori a piazza Mercato distruggendolo; il 30 giugno una schiera di rivoltosi, armati di canne appuntite, sfilò sotto il Palazzo Reale gridando imprecazioni minacciose nei confronti dei nobili.

Il 7 luglio del 1647 , un gruppo di cittadini, nei pressi della chiesa di Sant’Eligio, andarono a sostegno di alcuni fruttivendoli, capeggiati dal cognato di Masaniello Maso Carrese, che si rifiutavano di pagare le gabelle. Il ricco commerciante Andrea Naclerio cercò di calmare gli animi, schierandosi però dalla parte dei gabellieri, ne nacque un tafferuglio e Naclerio uccise il Carrese.

A questo punto scoppiò la rivolta, una folla di popolani con a capo Masaniello, al grido di “viva ‘o re ‘e Spagna, more ‘o malgoverno”, si recarono a Palazzo Reale e lo invasero dopo aver messo fuori combattimento i soldati spagnoli e i mercenari tedeschi che si trovavano di guardia. Il vicerè Ponce de Leon fece appena in tempo a fuggire e a rifugiarsi in castel Sant’Elmo. Di lì, non sentendosi al sicuro, si spostò a Castel Nuovo (Maschio Angioino).

Dal castello il vicerè chiese al cardinale Ascanio Filomarino di intercedere presso il popolo promettendo l’abolizione delle tasse, ma Giulio Genoino, che nonostante la sua ragguardevole età muoveva i fili della rivolta, chiese che venisse ripristinato anche un vecchio privilegio concesso ai napoletani da Carlo V nel 1517, che dava al popolo pari rappresentanza e pari suddivisione delle tasse tra questo e la nobiltà. Il cardinale Filomarino, da sempre dalla parte dei deboli, propose la sua mediazione.

Nel frattempo i rivoltosi diedero la caccia ai gabellieri, e bruciarono vari palazzi della nobiltà, parte attiva nella riscossione delle tasse. Venne bruciato per primo il palazzo del capo gabelliere, l’odiato Girolamo Letizia, la stessa sorte seguì la casa di Naclerio che poi fu fucilato dai rivoltosi.

I documenti relativi al privilegio concesso ai napoletani tardavano a essere consegnati; ci furono vari tentativi da parte delle autorità di consegnare documenti falsi o incompleti. Finalmente il 9 luglio, sotto la minaccia dei cannoni che i rivoltosi si erano procurati presso la basilica di San Lorenzo, furono consegnati i documenti al Cardinale.

Il 10 luglio una banda di 300 masnadieri mandati dal Duca di Maddaloni si confusero tra la folla nella Basilica del Carmine, dove Masaniello dette lettura del “privilegio”. All’improvviso i banditi si scagliarono contro di lui per ucciderlo, ma la folla si intromise salvandolo, molti dei banditi furono trucidati, qualcuno di questi confessò il nome del mandante. Il fratello del Duca di Maddaloni, don Giuseppe Carafa, fu ucciso e decapitato dai rivoltosi per vendetta.

Nello stesso giorno una flotta spagnola al comando dell’ammiraglio Doria arrivò da Genova in rada nel golfo di Napoli; Masaniello, temendo che volessero attaccare i rivoltosi, ingiunse loro di rimanere al largo e di non avvicinarsi alla costa.

Dall’11 luglio iniziarono i festeggiamenti del popolo per la vittoria ottenuta nei confronti del vicerè e della nobiltà napoletana; Masaniello, che fu ricevuto a corte con grandi festeggiamenti, fu nominato “Capitano generale del fedelissimo popolo napoletano”.

L’umile pescatore, nominato Capitano generale, cominciò a dare segni di squilibrio mentale. Tra gli altri atti di follia, propose di trasformare piazza Mercato in un porto con un ponte per collegarlo alla Spagna. Ordinò le esecuzioni di molti suoi avversari, anche contro il parere di Giulio Genoino.

Il 16 luglio 1647, accusato di pazzia e tradimento dai suoi popolani, non sentendosi sicuro a casa sua, si rifugiò nella chiesa del Carmine. Salì sul pulpito e pronunciò il suo ultimo discorso:

Amice miei, popolo mio, gente: vuie ve credite ca io so’ pazzo e forse avite ragione vuie: io so’ pazzo overamente. Ma nunn’è colpa da mea, so state lloro che m’hanno fatto ascì afforza n’fantasia! Io ve vulevo sulamente bbene e forze sarrà chesta ‘a pazzaria ca tengo ‘ncapa. Vuie primma eravate munnezza e mò site libbere. …”

Dopo essersi denudato incominciò ad agitarsi. Il cardinale allora lo fece rinchiudere in una cella del convento. Alcuni capitani delle ottine, tra cui l’amico di Masaniello Michelangelo Ardizzone, corrotti dagli spagnoli, andarono da lui che, riconoscendoli, li fece entrare nella cella. Fu ucciso con colpi di archibugio, poi gli fu mozzata la testa che fu portata al vicerè come prova dell’omicidio. Gli assassini ricevettero in cambio varie ricompense dalla corona di Spagna.

Il giorno dopo i popolani di piazza Mercato si accorsero del grave errore fatto con il tradimento a Masaniello, tutte le gabelle erano state ripristinate. Alcuni commercianti della piazza, pentitosi di quanto era successo, andarono a recuperare il corpo di Masaniello che era stato buttato in un fossato, gli ricucirono la testa, e lo portarono nella chiesa del Carmine per celebrargli un degno funerale.

Con l’assenso del vicerè, che non voleva altri disordini, fu celebrato dal cardinale Filomarino un funerale regale, il feretro fu portato in corteo attraverso tutta la città di Napoli con il Cardinale in testa seguito da tutti i preti della città e da decine di migliaia di persone; a Palazzo Reale furono esposte le bandiere a mezzasta; a notte fonda il corteo rientrò al Carmine dove il feretro fu sepolto in Basilica.

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Targa in ricordo del sepolcro di Masaniello – Wikipedia: il Demiurgo

La rivolta non si placò con la morte di Masaniello, essa continuò sotto la guida di Gennaro Annese. Sfociò nella costituzione della Reale Repubblica Napoletana, che durò dal 22 ottobre del 1647 al 5 aprile 1648 sotto la guida del francese Enrico II di Lorena Duca di Guisa che fu nominato re e del Capitano del popolo Gennaro Annese. Fu l’unico esempio di repubblica monarchica, dove il potere era diviso tra il Capitano del popolo che deteneva il potere civile ed il re che era il capo militare.

Nel 1799, il re Ferdinando IV di Borbone, per paura che la tomba di Masaniello potesse essere di esempio per i moti scoppiati a Napoli in quel anno, fece trasferire la tomba dalla Basilica del Carmine e disperdere le sue spoglie.

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